DALLA STESSA PARTE MI TROVERAI


Già candidato allo Strega, il titolo di questo romanzo di Valentina Mira fa riferimento al brano cantato da Francesco De Gregori, Sempre e per sempre: dalla stessa parte mi troverai, attribuendo alla parola «parte» il valore della scelta antifascista. La narrazione prende spunto dalla vicenda di Mario Scrocca, un infermiere, padre di famiglia arrestato all’improvviso e senza alcun valido riscontro, trovato impiccato all’indomani, Primo maggio 1987, in una cella… anti-suicidio del carcere di Regina Coeli. A Mario, e ad altri quattro giovani di Lotta continua, veniva contestata la partecipazione al fatto di via Acca Larentia del 7 gennaio 1978 durante il quale furono uccisi, in un attentato rivendicato da una sigla minore della lotta armata, due militanti missini. Le accuse si sciolsero come neve al sole. I responsabili non sono mai stati individuati, ma Mario è come se fosse stato ammazzato due volte perché non ha mai potuto gridare la sua innocenza.

Il romanzo è costruito su due voci e su due piani narrativi che presentano un andamento spezzato e continui salti temporali: da un lato la soggettività di Rossella, la vedova di Mario, e dall’altro quella dell’autrice. Trait d’union fra i due livelli è l’incontro casuale fra le due donne durante la presentazione di X, l’opera prima di Valentina Mira pubblicata nel 2021, nella quale quest’ultima racconta sotto forma epistolare lo stupro di cui è stata vittima e al contempo oggetto di stigma e di colpevolizzazione. Tra le due donne si forma un terreno d’intesa, ma esiste anche una doppia asimmetria dovuta, da un lato, al gap generazionale che le separa e, dall’altro, al ruolo di voce narrante, di punto di vista predominante che una di loro inevitabilmente assume. Anche le scelte stilistiche, con una certa coloritura romanesca, seguono il moto frammentato e oscillante dell’intreccio, rappresentazione dei percorsi altrettanto tortuosi della coscienza e al tempo stesso riflesso della fluidità sfuggente della società in cui siamo immersi. Aspetto rivelatore della natura dei tempi è pure il fatto che il confronto dei vissuti di Rossella e di Valentina non avviene attraverso quello che per secoli è stato un normale e fecondo rapporto di trasmissione della memoria e delle esperienze tra le generazioni attraverso la socialità, le istanze collettive e le lotte, ma sulla base dei rispettivi traumi che in modo diverso rimandano alla nera fossa carsica della violenza e della subcultura fascista.

Elemento di interesse e di coraggio – secondo copione, contro l’autrice si è scatenata la consueta canea di odio e di minacce – è la chiara considerazione che la violenza e la sopraffazione sono componenti essenziali delle ideologie e delle pratiche che ancora oggi si richiamano al nazi-fascismo. E non solo negli anni cosiddetti «di piombo». Senza andare a una precisa cronologia storica e senza parlare dello stragismo fascista, mi piace richiamare l’attenzione su due testimonianze in proposito illuminanti: l’inchiesta, una vera lezione di metodo, di Angelo Del Boca e di Mario Giovana, I “figli del sole”. Mezzo secolo di nazifascismo nel mondo, datata 1965, che ha il pregio di evidenziare la dimensione e le connessioni internazionali dell’estrema destra eversiva da sempre esistite e indispensabili per comprenderne l’essenza, e Autobiografia di un picchiatore fascista, del 1976, lo straordinario percorso di presa di coscienza di Giulio Salierno che mantiene ancora oggi intatta la sua attualità. Si qualificano gli anni Settanta come «oscuri». Invece la luce è più che sufficiente per chi vuole osservare e capire come sono andate le cose, come sono state stravolte dalla narrazione distorta e disonesta di un formidabile apparato mass-mediatico e piegate alle esigenze delle confuse ideologie dominanti.

In definitiva, nel romanzo, di Mario non si sa molto e poco si conosce. Scrocca rimane su di uno sfondo brumoso dai confini incerti, al di là di quella cortina dietro la quale se ne sono andati i migliori della mia generazione, in silenzio, spenti come lo stoppino di una candela da dita inumidite, come i tizzoni esausti di quel fantasmagorico incendio che per tutti gli anni Sessanta e la prima parte dei Settanta ha dardeggiato i suoi bagliori nei palazzi del potere. Certo, Dalla stessa parte mi troverai, non è un saggio e non è un romanzo, ricade sotto quella fantastica categoria della «non fiction», una delle tante etichette destinate a tramontare alla prima svolta brusca dei mercati editoriali e delle coscienze o almeno di quello che rimane delle coscienze. Quello che nel libro non c’è, non poteva esserci. Forse non è nemmeno narrabile perché, in definitiva, chi ha voglia di ascoltare le ragioni, le speranze e le lotte delle generazioni degli sconfitti e degli umiliati di quegli anni?

Ho vissuto l’ultimo scorcio degli anni Settanta con angoscia come un incubo a tre punte. La prima fu l’eroina. Continua a uccidere ancora oggi, ma nessuno ne parla più. Allora sembrava arrivata per caso, piano piano, abbondante e fresca come la neve d’inverno, quasi innocua. Non costava niente. Dopo, ormai troppo tardi, fu evidente che quello era stato solo il lancio di un nuovo prodotto di morte, una vera e propria campagna promozionale di mercato che entrava a gamba tesa nella politica, nel mondo delle lotte sociali e nell’esistenza di migliaia di giovani. La seconda punta lacerante fu il cosiddetto riflusso e la terza la lotta armata. Chi non ha seguito nessuna di queste strade, ha tentato di costruire una sua coerenza o, come Mario, ha seguitato a fare lavoro «di base» si è trovato trafitto e schiacciato, senza via di uscita. Il partito comunista stava recidendo le proprie radici e continuava la sua penosa inversione di marcia nel tentativo di mutare il proprio blocco sociale di riferimento. Venivano così liquidati non solo le eredità del periodo staliniano ma anche l’intero patrimonio di lotte, di cultura e di realizzazioni di oltre un secolo di movimento operaio e contadino, anarchico, socialista e comunista. Per questo partito Mario Scrocca ricadeva nella categoria dei «poveri untorelli» guardata con fastidio e con disprezzo, da ridurre in condizioni di non nuocere senza pietà e al più presto. Non è un caso che la parola «untorelli» provenisse dal lessico, e dal paternalismo, manzoniano. Tutto ciò avveniva durante un cambio generazionale. Tramontavano i protagonisti della Resistenza e gli operai delle dure battaglie degli anni Cinquanta e Sessanta. Avanzavano scalpitando i baldi giovani di allora sempre meno sensibili alle problematiche degli ultimi e sempre più interessati alla carriera politica, certamente intesa non come professione rivoluzionaria ma come libera professione. Il nuovo avanzava. Come i pig de La fattoria degli animali di Orwell, stavano imparando a camminare ritti sulle zampe posteriori, cioè ad applicare le regole del mercato e le compatibilità del sistema capitalistico. Mutavano anche gli orientamenti della piccola borghesia. Sotto le ceneri, dietro a «cabinotti» e «paninari», si allargava lo spazio dello yuppismo e del craxismo, incubatori dell’ormai imminente impresa berlusconiana, versione italica, peciona e stracciona, del reaganismo statunitense (1981-1989) e del thatcherismo britannico (1979-1990). Intanto, le fabbriche chiudevano, una dopo l’altra, con ricadute catastrofiche sulla qualità del lavoro, sulle condizioni dei lavoratori e sulla «tenuta democratica del Paese».

Della storia di Mario, c’è un aspetto che più degli altri mi induce a riflettere. La vita di Mario fu travolta da un mostruoso leviatano: proprio a questa creatura brutale Hobbes paragonava la natura dello stato. La sproporzione tra l’immensa potenza dell’apparato statale e le povere forze di Mario, di Rossella, del loro figlio, ma anche di milioni di lavoratori, di poveri, di diseredati che ogni giorno lottano, purtroppo individualmente, «soli soli», per la sopravvivenza, intimidisce, inquieta, umilia la speranza e la sete di giustizia. Forse, è da qui, dalla riflessione sulla natura di questo leviatano che secoli di storia non sono riusciti ad addomesticare, né a rendere più umano, senza il quale il fascismo non avrebbe nessun ruolo, che la sinistra dovrebbe ripartire.

Valentina Mira, Dalla stessa parte mi troverai, Milano, SEM, 2024