PIETRA DE BLASI. IL VALORE DI UNA SCELTA


Nell’ultimo libro di Pietra De Blasi – Il valore di una scelta. Il no di due internati militari italiani nei campi nazisti di Thale, 1943-45 – la parola ricorrente è «filo spinato». Una parola e un oggetto che hanno una loro storia. Fa la sua prima comparsa durante la guerra di secessione americana (1861-1865) – l’unica vera guerra che gli statunitensi hanno combattuto a casa loro. Dopo questo conflitto trova largo impiego nelle recinzioni agricole. La diffusione dei reticolati infatti si rivelò da una parte uno strumento formidabile per lo sviluppo dei ranch e dell’agricoltura capitalistica, ma segnò dall’altra parte la rovina dell’economia dei nativi che da secoli vivevano nelle grandi praterie. La caccia indiscriminata per le pelli e il filo spinato distrussero un’intera società che si basava sulla migrazione dei bisonti. Alcool e armi fecero il resto in uno dei tanti genocidi consumati dagli uomini bianchi nel Nuovo mondo.

I reticolati furono l’incubo della Grande guerra. Il pittore realista tedesco Otto Dix li rappresenta, presenze gelide e crudeli, nelle sue opere generate dal trauma e dai tormenti della guerra. Nel 1922, Pietro Nenni, sulle pagine dell’“Avanti!”, impiega per la prima volta la parola in senso figurato per descrivere il tentativo di strangolamento da parte delle potenze occidentali della repubblica dei soviet, assediata e stretta attorno come da un lunghissimo e contorto filo spinato. Nella seconda guerra mondiale, facilmente travolto dai mezzi corazzati, perde la sua funzione militare, ma rinasce attorno ai campi di prigionia e si avvinghia alle torrette di guardia dei lager, percorso dalla corrente elettrica, a marcare il confine tra “uomini” e i non-uomini che si trovano dall’altra parte. Come nelle grandi pianure separava gli “uomini” dagli animali, nei campi di detenzione e di sterminio nazisti il filo spinato divide “uomini” da coloro che hanno preso il posto delle bestie: milioni di prigionieri, di perseguitate e di perseguitati razziali e politici, centinaia di migliaia di internati militari e di deportati civili, tra i quali migliaia di operai che avevano sfidato la croce uncinata scioperando, per quanto riguarda l’Italia. Le loro parole rimangono trafitte dalle punte acuminate dei reticolati. I non-uomini, come le bestie, non hanno più parole. I sopravvissuti ritornano irriconoscibili a casa, ma non parlano, non raccontano, si chiudono in se stessi. Ebbene è stata questa la grande montagna del silenzio che Pietra ha dovuto scalare. Proprio lei nata e cresciuta ad Alcamo, ritenuta una delle culle della lirica siciliana, della letteratura e della lingua italiana, proprio lei, che amava la parola tanto da farne una passione quotidiana con i suoi studenti, si trovò privata della parola del padre Giuseppe (1922-2005) e dello zio Andrea (1920-2011) sopravvissuti agli stalag, principalmente di Sandbostel e di Thale.

Una parte importante della vita di Pietra De Blasi è stata spesa nella ricerca tra le pieghe di questi silenzi per ricostruire questa tragedia familiare in un percorso di conoscenza di se stessa ma anche di costruzione di valori collettivi e antifascisti. Si è sviluppata così la trilogia di Scorze di patate (2006), della sua riedizione ampliata nel 2019 e de Il valore di una scelta. C’è un’evoluzione che procede dal racconto, dalla dimensione privata e dal passato alla documentazione rigorosa, alla dimensione collettiva e al futuro. Negli stalag la sopravvivenza può essere segnata da una «scorza», cioè da una buccia di patata, ma la stragrande parte degli IMI (gli Internati militari italiani) sceglie di combattere la dura battaglia quotidiana della vita rifiutando di piegarsi ai ricatti e alle lusinghe dei fascisti e dei repubblichini perché – scrive Pietra – «hanno messo il noi davanti al sé». L’ultima ricerca di Pietra ha il valore aggiuntivo di una preziosa documentazione storica frutto anche della collaborazione con il docente di storia presso il ginnasio di Thale, Heiko Golla che firma la Premessa del volume.

Pietra ci lascia una bella e potente eredità – e quando parliamo di “eredità”, parliamo di futuro. In primo luogo, l’impegno di continuare a raccontare. Se abdichiamo a questo dovere, il racconto si perde, viene ucciso e sopraffatto dall’oblio o, peggio, da altre narrazioni false e bugiarde. In secondo luogo, rimane sempre per questo nostro popolo italiano smemorato l’esigenza di fare i conti con il suo passato. Proprio la storia degli IMI mette a nudo la colpevole indifferenza con la quale si rimuovono i momenti più dolorosi e vergognosi della storia nazionale. Scrive Pietra: «A guerra finita furono accolti con diffidenza o indifferenza dagli italiani “freschi della propaganda fascista” che camuffava gli I.M.I. come cooperatori. Così dal 1946, traumatizzati, delusi e offesi, gli I.M.I. si rinchiusero in se stessi, anche in famiglia e nove su dieci rimossero la memoria del Lager e della loro scelta, forse inutile o sbagliata». Gli stessi famigliari furono testimoni della penosa accoglienza riservata al rientro in Italia nel settembre 1945 nella stazione di Pescantina. Il paese, situato a pochi chilometri da Verona, diventò snodo ferroviario sul quale si andavano concentrando gli arrivi dei sopravvissuti dei campi di concentramento provenienti dal Brennero. Raccontano Giuseppe e Andrea De Blasi: «Il treno viene colpito da una pioggia, sembra di proiettili. Non capiamo cosa stia succedendo. La gente ci ha accolto con lanci di pietrisco. Si riempiono i pugni e ce lo scagliano con rabbia contro. Siamo il loro bersaglio. Le guardie ci raccomandano di non scendere dai vagoni, di stare calmi e di attendere le disposizioni. Non pensavamo che il nostro rientro fosse così burrascoso, che destasse indignazione. Questa è la riconoscenza nei nostri confronti. Tutti sembravano dire: noi, qui, non vi vogliamo». Con simile moneta e con un disprezzo duro a morire gli internati furono accolti e Alessandro Natta dovette attendere più di quarant’anni la pubblicazione per i tipi di Einaudi del saggio L’altra Resistenza. I militari italiani internati in Germania (1996). Non possiamo dimenticare d’altra parte lo spregio del nazismo nei confronti del popolo italiano, un’infamia che affonda le sue radici nelle “teorie” razziste hitleriane e che precede di gran lunga il “tradimento” dell’armistizio dell’8 settembre. Nel 1941, Martin Borman emise un provvedimento col quale proibiva i matrimoni tra italiani e tedeschi perché avrebbero contaminato la purezza della razza ariana. Sono pezzi di follia che i nostri epigoni del nazismo dovrebbero conoscere. Infine, dobbiamo valorizzare le opportunità offerte dalla legge del 20 luglio 2000, n. 211, istitutiva del Giorno della memoria in ricordo anche «dei deportati militari e politici italiani nei campi nazisti». Anche l’istituto del stolpersteine, le pietre d’inciampo in ricordo delle vittime del nazismo giunte dal 1992 al numero di 70 mila, può essere impiegato.

Ricostruire quel «noi» che gli IMI misero davanti al «sé» è il miglior ricordo di Pietra. [Il testo è ricavato dalla presentazione del volume il 14 dicembre 2024 presso la Sala consigliare del Comune di Pombia che ha patrocinato l’iniziativa organizzata da ANEI, ANPI, Stella Alpina, Biblioteca comunale di Pombia e Casa della Resistenza di Verbania. Pietra De Blasi è deceduta ad Arona l’11 novembre 2024, pochi giorni dopo l’edizione del suo ultimo libro]