Grandi sono l’incertezza politica, il degrado sociale e l’impoverimento culturale. Un «ordine» planetario ormai in frantumi scricchiola minacciosamente trascinando nella sua rovina la possibilità di comunicare tra umani, il significato un tempo condiviso delle parole, le categorie del ragionamento, gli stessi codici linguistici. Un giorno, un amico mi parlò del «pastore alsaziano». In realtà, tra le decine di razze canine prodotte dalla bestiale volontà umana di manipolare la natura degli animali, questa del pastore alsaziano ebbe la vita in assoluto più breve. Infatti durò lo spazio degli anni della prima guerra mondiale. L’odio e l’isteria contro il kaiser fu tale che, per gli alleati dell’Intesa, il comune pastore «tedesco» fu eletto «alsaziano». Il richiamo al conflitto per il dominio del confine renano, su cui appunto insiste l’Alsazia, contesa a fendenti di sciabola e a rombi di cannone per secoli tra eserciti francesi e truppe germaniche, era evidente. Finita la guerra, il cane, che per fortuna sua non aveva sofferto alcuna crisi d’identità, tornò per tutti a essere il pastore «tedesco». E tale, passata la buriana, lo nominiamo oggi.

È questo solo un piccolo esempio di come momenti di follia militarista e di acuto scontro politico e di classe mietono vittime anche nel campo della lingua, delle parole e della… zoologia. Siamo ormai travolti da una tempesta di propagande di guerra incandescenti che s’incrociano come gli spezzoni che cadono su Gaza. Ritorna l’incubo della torre di Babele. Riemergono prepotenti l’ignoranza beata e interessata, il decadentismo del secolo scorso, l’irrazionalismo, il paroliberismo, il vecchio e il nuovo «oppio dei popoli», il rigetto della ragione e della conoscenza scientifica così come si sono determinate nell’ultimo periodo storico. Paradossalmente a rimanere senza parole sono proprio quei transfughi della sinistra storica che hanno seppellito sotto le ortiche patrimoni secolari di lotte, di organizzazione e di elaborazione culturale proletaria e comunista. Ora che il loro vocabolario è lindo, corretto e del tutto smacchiato da ogni traccia del passato, la lingua di quel potere, con cui hanno cercato di venire a patti, li umilia, li rigetta, li sotterra con la sua grossolana volgarità e li fagocita con la violenza delle sue retoriche di guerra.
Le bombe e i droni di Gaza non hanno sconvolto soltanto il popolo palestinese che almeno dal 1948 lotta per il proprio diritto di esistere. È stata, e continua a essere, anche una guerra semantica che torce e fa implodere il senso di molte parole e, tra queste, «umanità», «genocidio», «antisemitismo» e «sionismo». La prima parola riguarda la coscienza personale o almeno – come recita un nostro antico detto contadino – chiama in causa coloro che possiedono una coscienza. Sulle altre mi permetto di esprimere qualche considerazione, un minuscolo atto di resistenza contro la prepotenza dei vincitori, ammesso e non concesso che in questa tragedia qualcuno possa risultare tale.
Nessun popolo può rivendicare la “proprietà” esclusiva del termine genocidio, né vietare agli altri il suo impiego. La parola, di recente acquisizione, appartiene al linguaggio del diritto internazionale. Data al 1944, in piena guerra mondiale, quando ancora non erano note le tragiche dimensioni della shoah, la sua coniazione da parte del giurista polacco Raphael Lemkin che si era occupato in precedenza del massacro degli armeni. Con il processo di Norimberga iniziò il percorso di definizione giuridica del termine, quando da secoli, se non da millenni, gli atti che oggi comprendiamo in quella determinazione erano stati un modo piuttosto diffuso per “risolvere” un problema politico o per impossessarsi delle terre e delle risorse del popolo sterminato. Tra gli innumerevoli esempi, che riguardano quella piccola parentesi dell’evoluzione umana che chiamiamo «storia», mi limito a ricordare, tra i più recenti e spaventosi, il genocidio di milioni di nativi americani durante la colonizzazione europea dell’età moderna. Per quanto riguarda il secolo scorso, la dimensione quantitativa di queste tragedie è cresciuta per effetto della rivoluzione demografica. Le modalità hanno fatto ricorso alla moderna organizzazione industriale e alla tecnologia come è stato nei campi di sterminio nazisti per la grande comunità ebraica e per gruppi sociali molto meno numerosi come i popoli nomadi, gli omosessuali, gli oppositori politici o le minoranze religiose quali i Testimoni di Geova. Nel caso del genocidio del Ruanda del 1994 circa un milione di infelici furono eliminati anche con armi povere e rudimentali come coltellacci, machete, mazze e bastoni chiodati, ma Gaza ha segnato il ritorno e la sperimentazione su larga scala delle tecnologie belliche più sofisticate e barbare oggi disponibili. Shoah, al Nakba, Porrajmos, Samudaripen, le Grand Dérangement, Medz Yeghern e molte altre sono le parole dell’orrore che ogni gruppo umano sottoposto ad atti genocidi conserva nel proprio vocabolario e nella propria memoria. A volte basta un luogo come Babij Jar, Sebrenica, Auschwitz, ma tutte quante queste tragedie hanno un tratto comune: il disperato negazionismo da parte dei carnefici. Invece sono crimini reali, da conservare nella memoria e assolutamente imprescrittibili da un punto di vista politico e giuridico.
Più densa di ambiguità è la storia della parola «antisemitismo» costretta nell’ultimo secolo e mezzo a una vera e propria torsione semantica. Fu lo studioso tedesco August Ludwig Schlözer a derivarla dal racconto biblico e utilizzarla nel XVIII secolo, nel campo della linguistica comparata, per indicare un gruppo di parlate con tratti comuni comprendente, insieme a lingue orientali “morte”, l’ebraico, l’arabo, il tigrino e l’amarico. Il rovesciamento della parola con il prefisso «anti», nel valore di «contro», dovrebbe quindi comprendere tutti insieme ebrei, arabi e le numerose etnie etiopi, sia gli israeliani, sia i palestinesi di oggi. Se non che il giornalista germanico Wilhelm Marr nel 1879 in un suo scritto impiegò il termine «antisemit» fatto proprio dalla lega antiebraica da lui fondata e adottato, nel significato razzista di lotta contro gli ebrei tedeschi, dal movimento pangermanista. Il termine nasce dunque molto prima dell’avvento del nazismo in Germania, ma è importante sottolineare che Marr ha dato forma alla parola ma non ha inventato l’antisemitismo che da secoli, per effetto dell’antigiudaismo era profondamente radicato nei popoli d’Europa sia nell’occidente cattolico e protestante (come dimenticare Degli ebrei e delle loro menzogne di Martin Lutero?) sia nell’oriente ortodosso dei pogrom. Esattamente come il genocidio che è sempre esistito prima che Lemkin lo introducesse nelle riflessioni dei giuristi. Oggi, la parola «antisemitismo», carica del peso insopportabile e del sangue grondante della shoah, sta restringendo ulteriormente il suo campo semantico alle vicende dello stato di Israele. Infatti questo è il dato storico che divide nettamente a metà il Novecento: l’esistenza di uno stato che si definisce «ebraico». Invece non bisogna confondere popoli, governi e religioni (e magari anche le classi). Esistono ebrei bianchi ed ebrei di pelle nera, come vi sono arabi musulmani e cristiani, musulmani asiatici ed europei, quanto alle forme di governo c’è solo l’imbarazzo della scelta.
Il termine «sionismo», che deriva dal nome del colle di Gerusalemme, non è affatto sinonimo di «ebraismo» né tanto meno comprende tutti gli israeliti e le comunità ebraiche del mondo. Appartiene alla politica. Come è noto, il movimento sionista prende forma compiuta con le teorie del giornalista ungherese Theodor Herzl e con il primo congresso del partito sionista tenuto a Basilea nel 1897. Nasce come movimento nazionalista e religioso integralista nell’epoca dei razzismi, delle ideologie imperialiste, dei nazionalismi «pan» – principalmente pangermanesimo e panslavismo – che porteranno al primo conflitto mondiale. Come tale è rimasto.
«Genocidio», «antisemitismo», «sionismo» sono tutte parole dotte, elaborate da intellettuali, la cui storia linguistica, sociale e politica è complessa, i cui significati sono molteplici e anche ambigui. Tutte, con un evidente scarto, sono oggi sulla bocca di rissosi professionisti della propaganda e di persone che ne ignorano il senso e giocano alla guerra delle parole nel pericoloso regno della superficialità e del pressappoco.
L’upupa è un volatile a cui il poeta Ugo Foscolo ha dato una certa notorietà seppure un poco “lugubre”. Da sempre vive anche in terra di Palestina, terra di migrazione di centinaia di splendide specie animali che hanno rallegrato nei secoli generazioni di palestinesi. L’upupa è stata eletta nel 2008 l’uccello nazionale di Israele: è nata così l’upupa «israeliana» che guarda incuriosita, dai rami di un vecchio ulivo, al di là del Mediterraneo, il pastore «alsaziano».
