Il romanzo Quattro donne conferma come i giorni della Resistenza siano fonte insostituibile, e inesauribile, di narrazione e moralità. Emilio Jona, sulla soglia del secolo di vita, racconta un periodo cruciale della propria esistenza, compreso tra il settembre 1943 e l’aprile 1945, attorno al quale ruotano le vicende familiari e si addensa un microcosmo femminile multiforme e sorprendente. Sarebbe più preciso dire che l’autore “ricostruisce” quei momenti attingendo ora ai ricordi e alla memoria, ora alla sua sterminata conoscenza del sapere popolare alpino ma anche a testimonianze orali, diari, lettere, fotografie, atti processuali, documenti d’archivio e giornali del tempo.

La famiglia Jona, formata dal padre Alessandro, avvocato, dalla madre Eugenia e dai figli Luciano, Guido, Emilio e Silvia, fa parte della comunità ebraica biellese. Vanta radici antiche in quel territorio. È perfettamente integrata nelle dinamiche sociali della città. Gode di un tenore di vita elevato con abitazione nel «quartiere alto della Biella di antica nobiltà». La sua condizione si deteriora nel 1938 con le leggi razziste e precipita nel pericolo dopo la caduta del fascismo con le notizie degli eccidi degli ebrei sul lago Maggiore. L’unità della famiglia viene così sacrificata alla necessità della sopravvivenza e i suoi componenti si dividono raggiungendo diverse destinazioni. Lo spazio all’interno del quale ognuno di loro trova rifugio è racchiuso in un perimetro ristretto: l’ospedale cittadino, dove la madre ricoverata muore sola il 28 marzo 1944; la Bariola di San Paolo Cervo; la cascina Regina sopra Vigliano; il villaggio di Vallemosche, poi Valmosca, in comune di Campiglia Cervo, nell’alta valle detta dai valligiani Bürsc; il quieto abitato di Pollone immerso nella meraviglia del parco della Burcina. Un microcosmo di una manciata di chilometri che la guerra, una «quotidianità ripetitiva» governata dalla «rilevanza dell’irrilevante», lo scorrere del tempo scandito dai passi su per le erte scoscese e i pendii innevati dei terribili inverni di guerra dilatano e rallentano fino quasi a collocarlo ai limiti della realtà. L’esistenza del padre e dei ragazzi è affidata alla cura di quattro donne che provvedono per venti mesi a nasconderli e alle spartane necessità della loro giornata. Appartengono tutte alle generazioni comprese tra la fine dell’Ottocento e l’epoca giolittiana. Hanno intravisto, da posizioni sociali diverse, gli ultimi chiarori della Belle Époque e vissuto il buio nero del conflitto mondiale e il tragico dopoguerra. Ognuna incarna una dimensione della solidarietà umana. Cecilia, fuggita dalla miseria del Polesine, a cui è affidato il piccolo Cianino, rappresenta la fedeltà innocente e naturale. Teresa è la scelta antifascista immediata, aurorale, ispirata dallo slancio verso il prossimo. Il marito Fiorenzo, arrestato, finirà a Mauthausen e riuscirà a tornare a Biella, per morirvi, il 16 luglio 1945. Nel carattere burbero, a tratti esplosivo di Marì, nei suoi silenzi e nel suo coraggio, si raccoglie l’istinto di una delle valli più conservative del Biellese – allora valle d’Andorno oggi valle del Cervo – quasi scolpito nelle rocce e animato dalla simbiosi tra umanità e natura. Delfina, segretaria di Alessandro Jona, è l’unica a conoscere le altre donne e tutti i familiari. Regge i fili dell’invisibile rete solidale da cui dipende la loro vita, cerca di impedirne la lacerazione, riannoda quei fili, come le tessitrici, ogni volta che si rompono. Inoltre, a lei è affidata la sorte di Silvia Jona.
Il romanzo si avvale di una scrittura curatissima, classica nella sua essenzialità, equilibrata e priva di slanci retorici, risultato di un lavoro artigianale ormai sconosciuto a gran parte della narrativa contemporanea. Jona impiega registri diversi che mutano capitolo per capitolo. Lo scarto è dovuto anche ai differenti materiali impiegati per la ricostruzione della storia delle quattro donne, ma non può sfuggire un percorso della scrittura che attraversa le diverse età della vita e le differenti condizioni sociali dei personaggi dallo sguardo infantile di Cianino e schietto di Cecilia alle intermittenze della memoria dell’età senile nei lunghi colloqui di Emilio con la raffinata Delfina. Non manca un guizzo di rimpianto per quel «mondo operaio che se ne è andato a ramengo» che rappresentava il cuore pulsante della città e delle valli e un severo apprendistato di solidarietà. Dal 1958, Emilio Jona prese parte con Michele L. Straniero, Sergio Liberovici, Fausto Amodei e Margot alla straordinaria esperienza del Cantacronache. «Evadere dall’evasione» fu il poliptoto, figura cara all’autore, che ne condensò il programma e che segnò per Jona la riscoperta del sapere popolare, quel folklore che vent’anni di fascismo avevano ignorato e rimosso. Così ritroviamo nel romanzo la potenza discreta del dialetto, le ritualità e le leggende legate al 2 novembre ai due capi opposti di Scardovari in Polesine e nelle valli biellesi a Campiglia, l’improvviso incontro con il mitico bandito delle Alpi Pietro Bangher. Sono cenni delicati che creano attorno alla vicenda narrata una dimensione altra del tempo, un’aura di magia e di leggenda. Si tratta infine di un romanzo che appartiene compiutamente alla vicenda resistenziale. Lo è perché, senza di questa, non sarebbe mai stato scritto. Lo è perché sono proprio gli eventi legati alla guerra di liberazione che ne scandiscono le fasi più drammatiche: i bombardamenti di Torino del luglio 1943, le stragi di ebrei del lago Maggiore; l’arresto di Fiorenzo Bosio e dei suoi compagni Gaetano Mellino, Mario Mainelli ed Ettore Carlino; la fucilazione di 21 partigiani avvenuta a Biella il 4 giugno 1944 nell’allora piazza Quintino Sella. Lo è perché testimonia nel modo più semplice il senso e la dimensione di quella resistenza civile senza la quale non sarebbe mai nata la nuova Italia.
