Peppino Impastato. La memoria difficile è un libro che sarebbe dovuto uscire almeno una ventina di anni fa. Infatti le 39 testimonianze che contiene restituiscono un ritratto di Peppino ben diverso dall’icona mediatica confezionata dal film I cento passi. La differenza è dovuta al lungo lavoro di scavo compiuto dagli autori. Al principio ci fu il progetto dell’Associazione fotografica ASADIN di Cinisi di raccogliere in una mostra i ritratti di familiari, compagne, compagni e amici di Peppino. Il piano iniziale si arricchì con la decisione di aggiungere alle immagini la raccolta delle voci dei protagonisti. Dai loro racconti è nato il documentario Io non ritratto. Peppino Impastato una storia collettiva, della durata di un’ora, e il volume curato da Pino Manzella, che contiene la trascrizione delle testimonianze nella loro interezza.

La mafia mai più. Questa la vita di Peppino. Nasce a Cinisi il 5 gennaio 1948. Il paese, lontano poco più di una trentina di chilometri da Palermo, contava allora circa 7.600 abitanti, un carico di popolazione lentamente eroso nei successivi trent’anni dall’emigrazione. Come è noto, il padre Luigi faceva parte della mafia come lo zio Cesare Manzella, ucciso da una carica di esplosivo collocata nella sua auto il 26 aprile 1963. Questo tragico fatto di sangue ebbe una parte non piccola nel determinare la precoce e netta rottura del giovane nei confronti del costume mafioso e il forte contrasto che lo oppose al padre. Peppino frequenta il ginnasio e il liceo a Partinico, una cittadina collegata a Cinisi-Terrasini da una tratta ferroviaria lunga circa una decina di chilometri, e poi si iscrive all’università alla facoltà di Storia e filosofia.
Un impegno nella nuova sinistra. In questi anni conosce Danilo Dolci e prende parte nel marzo 1967 alla marcia per la pace – era in corso la guerra nel Vietnam – e per lo sviluppo della Sicilia occidentale. In quel frangente riprende a Cinisi la pubblicazione del giornale “L’Idea socialista” che esce come «Bollettino interno» della locale sezione dello PSIUP. Gli argomenti affrontati suscitano scandalo e hanno un effetto dirompente sul paese abituato alla passività e all’ossequio verso il potere mafioso, rappresentato a livello politico e amministrativo da esponenti locali della Democrazia cristiana. Con l’esplosione delle lotte del 1968 e 1969, Peppino è tra gli animatori del Circolo «Che Guevara» e si confronta con l’area m-l maoista di Servire il popolo, che per una breve stagione calamitò una forte attrazione sui giovani del movimento. Nel 1972, sostiene la candidatura elettorale dell’anarchico Pietro Valpreda, avanzata dal gruppo comunista dissidente de “Il Manifesto”. Sono anni di dure lotte che vedono Peppino a fianco delle proteste dei contadini espropriati delle terre, della contestazione dei soldati di leva – i proletari in divisa – sostenute da Lotta Continua, organizzazione a cui si avvicina, dei pescatori che occupano le case, dei residenti ancora privi di acqua potabile corrente, dei lavoratori edili. A questo scopo, nel 1973, promuove a Cinisi l’apertura della Camera del lavoro, un’esperienza prematuramente stroncata dalle minacce e dalla violenza mafiosa. Nel 1974, parte per il servizio militare obbligatorio, è a Trapani, Udine e Palermo.
Anni Settanta nati dal fracasso. La seconda metà degli anni Settanta reca con sé il cosiddetto riflusso, la crisi del movimento e dei gruppi della nuova sinistra, la droga e l’ideologia che ne diffonde l’uso, contro le quali Peppino si batte con fermezza, la deriva della lotta armata, la tendenza a rifugiarsi nella dimensione individuale e privata ma anche l’erompere impetuoso del movimento di liberazione della donna, la tenace resistenza dei lavoratori allo smantellamento dell’apparato industriale del Paese, l’emergere delle ultime generazioni con le loro esigenze. Così nel 1977 a Cinisi sorge il Circolo «Musica e cultura», uno spazio plurale di aggregazione giovanile e di creatività collettiva, e si tiene il primo comizio delle donne. A Terrasini invece nasce Radio Aut. È il momento delle radio libere, nuovi strumenti di controinformazione e di lotta contro la mafia che Peppino conduce impiegando l’ironia e la satira nella trasmissione Onda pazza. È evidente nel titolo l’impronta del movimento del ’77 e della carica dissacratoria degli indiani metropolitani. Dal 23 al 25 settembre si tiene a Bologna un grande convegno contro la repressione. Vi partecipano più di centomila giovani e Peppino è al Palasport, uno dei centri nodali della manifestazione, a inviare le corrispondenze alla radio. Lotta continua, punto di riferimento di Peppino, non regge all’urto e si scioglie. Da qui nasce la collaborazione con Avanguardia operaia e Democrazia proletaria che mantiene invece un’organizzazione e una continuità di azione politica. Il 14 e 15 maggio 1978, a Cinisi, si vota per il rinnovo del consiglio comunale e Peppino guida la lista presentata da Democrazia proletaria. Il 7 maggio, tiene un comizio e, la sera dell’8 maggio, la solita trasmissione alla radio. Poi si deve incontrare con i compagni per discutere la chiusura della campagna elettorale, ma l’appuntamento è prima con la morte per mano di una mafia che lo uccide due volte: dilaniandone le carni con una carica di esplosivo, come era avvenuto per lo zio 15 anni prima, e infangando il nome, additandolo, con il concorso dei rappresentanti dello stato, come un terrorista vittima della propria imperizia, forse suicida.
Malafede e depistaggi. Le prime indagini, svolte in tutta fretta e con approssimazione, non si rivolgono contro i mandanti e gli esecutori dell’assassinio ma contro i compagni del circolo e della radio. In questo clima, subito, martedì 9 maggio, Democrazia proletaria e il Centro siciliano di documentazione di Palermo – che nel 1980 sarà intitolato a Peppino – indicono una manifestazione nazionale. Il corteo si apre con lo striscione «La mafia uccide, il silenzio pure», dietro duemila persone. Mercoledì ci sono i funerali. I presenti sono circa un migliaio, una selva di pugni chiusi e di bandiere rosse, ma di Cinisi e di Terrasini sono pochissimi. Al pomeriggio di giovedì, c’è il comizio di chiusura della campagna elettorale di Democrazia proletaria, ancora poche persone. Prendono la parola Franco Calamida e, al posto di Impastato, Umberto Santino. La partecipazione della cittadinanza fu dunque scarsa e sconfortante. L’isolamento fu reso ancora più sordo e doloroso dalla presa di posizione del PCI siciliano che chiedeva di svolgere le indagini «in tutte le direzioni». Per dirigenti e funzionari di questo partito, Peppino non era nemmeno un compagno, era un giovane qualsiasi, forse anche un terrorista. Domenica 14 e lunedì 15 maggio si votò. Democrazia proletaria ottenne circa il 5% dei voti. Quasi tutti, 199 su 250, diedero la preferenza a Peppino che risultò eletto consigliere comunale. Il “Quotidiano dei lavoratori” di martedì 16 maggio 1978 intitolava Peppino non è morto invano. A Cinisi qualcosa sta cambiando. Quel voto esprimeva nel segreto dell’urna la consapevolezza che Impastato era vittima della mafia e non di una bomba o di un suicidio, ma dominavano ancora l’omertà, la paura e la rassegnazione. Qualche mese dopo chiuse Radio Aut. Pochi compagni e i familiari sfidarono l’isolamento, i depistaggi, il fango, gli avvertimenti mafiosi, le continue intimidazioni e gli attentati, continuando a indagare e a sostenere una lunga battaglia che si concluse dopo vent’anni con una verità giudiziaria che individuava come responsabili «Tano Seduto» – così lo aveva chiamato su Onda pazza Peppino – cioè il boss Gaetano Badalamenti e Vito Palazzolo.
Peppino: un militante comunista. Dai fatti riportati emergono con chiarezza il modello di vita di Peppino e il suo orizzonte valoriale, che furono modelli e valori di intere generazioni al sud come al nord. L’impegno politico ha un ruolo centrale, è una militanza di sinistra che comporta ricerca e preparazione culturale, capacità di analisi, confronto con la realtà, lavoro quotidiano e senso del «noi» non solo come parte di un gruppo ma di un insieme molto più grande che è la classe degli sfruttati. La dimensione è collettiva, fare e pensare insieme anche al di fuori delle riunioni, delle manifestazioni e dei momenti strettamente dedicati all’azione politica. Per esempio rimanere insieme, stipati in una 600 a discutere per tutta la notte; andare a prendere una pizza; fumare una sigaretta dopo l’altra; vivere insieme un film, un libro, uno spettacolo teatrale, la musica, discuterne, confrontarsi, rielaborare, produrre. E quando si costruisce non sono necessarie le firme perché il risultato è il contributo delle capacità che ognuno possiede, l’appagamento è il senso di libertà che ne deriva e la consapevolezza che individualmente non sarebbe stato possibile raggiungerlo. E quando si lotta non sono necessari capi e, anche se Peppino, per le sue qualità e per il suo maggiore impegno, emerse come leader naturale, non ebbe pretesa di esserlo. Ancora: non essere schiavi del consumo, vivere di poco e amare la vita, non avere paura di perdere, essere consapevoli che ogni scelta controcorrente comporta un prezzo da pagare, non accumulare soldi ma solidarietà. Poi l’antifascismo militante, la laicità, la coerenza e si potrebbe continuare, ma quello che conta è capire come tutto ciò abbia costituito la base della lotta contro la mafia di Peppino. Se non fosse stato ucciso, non possiamo sapere cosa avrebbe potuto pensare oggi. Certamente avrebbe continuato la sua lotta contro la mafia e non avrebbe rinnegato il passato come non lo ritrattarono i suoi compagni che, nonostante tutto, hanno continuato a fare le stesse cose seppure con spirito diverso e in condizioni profondamente mutate. In ogni caso, nel 1978, Peppino era e rimane un militante comunista.
Peppino mediatico. Il primo settembre 2000 uscì nelle sale cinematografiche il film I cento passi con la regia di Marco Tullio Giordana e la sceneggiatura di Claudio Fava e Monica Zappelli. È evidente che non si può chiedere a un film una riproduzione fedele della realtà. Non è nemmeno possibile negare alla regia, agli sceneggiatori e agli attori l’autonomia di cui l’arte e la cultura vivono. I cento passi rimane una narrazione a sé che prende spunto da fatti reali e liberamente li interpreta marcando una sensibile distanza dal profilo che è stato tracciato in precedenza. Tuttavia alcune considerazioni sono inevitabili. In primo luogo, il successo del film ha dato alla storia di Peppino Impastato una notorietà pubblica nemmeno lontanamente immaginabile nei precedenti terribili 22 anni durante i quali pochissimi, affrontando ogni giorno le difficoltà descritte, condussero una lunga e logorante battaglia politica e giudiziaria. In secondo luogo, quelle piazze di Cinisi all’epoca disertate e quei rari combattenti lasciati soli a chiedere caparbiamente giustizia furono sommersi e travolti da una massa di immaginari amici, improvvisati conoscenti e addirittura compagni di lotta inventati, ognuno dei quali, come in un dramma pirandelliano, ovviamente aveva il «suo» Peppino da raccontare, da esibire o da dare in pasto ai media. Infine, Impastato è diventato un simbolo – o un’icona aggiungerebbero i più raffinati – antimafia invocato da chiunque voglia ricavarne una rendita politica, compresi quegli astuti gattopardi che lo avevano ignorato o avversato in vita. Ma il Peppino-simbolo, è quello raccontato nel film, è il Peppino mediatico non solo distante dalla realtà storica ma sottoposto a un accurato lavaggio e candeggio per renderlo gradevole e sostenibile nella stagione del supposto tramonto delle ideologie. Direbbe Jesi che la macchina mitologica ha le sue inderogabili esigenze. Sottolineiamo che, nell’epoca del neoliberismo selvaggio, il mantra del «tramonto delle ideologie» è una ideologia, se non la più idiota certamente la più subdola. Nella capace lavatrice post-moderna si tolgono le macchie rosse del comunismo, si ravvivano i colori più accetti dal senso comune, che non coincide col buon senso, si abbellisce, si edulcora, si semplifica la complessità del reale, la si piega al format dello spettacolo. In poche parole si rimane a cento passi dal Peppino uomo del suo tempo.
Pino Manzella (a cura di), Peppino Impastato. La memoria difficile, Milano, Edizioni Angelo Guerini e associati, 2022, pp. 194
