Ricca di stimoli la giornata di studio sulla pedagogia della Resistenza organizzata dalla Casa della Resistenza di Verbania Fondotoce lo scorso 24 maggio. In buona parte si è trattato di “riscoperte”, motivate dall’esigenza di riannodare quei fili che, col passare del tempo, si disperdono, si smagliano oppure si logorano. Rileggere e richiamare il contributo che la Resistenza e i partigiani combattenti hanno dato al dibattito pedagogico del dopoguerra assume poi un significato particolare in questi momenti di cupa restaurazione e di vagheggiati ritorni ai tristi fantasmi della scuola dell’immediato dopoguerra o addirittura del fu regime fascista.

In realtà la giornata di studio ha rappresentato la continuazione delle riflessioni suggerite dalla ricorrenza degli ottantesimi della liberazione e, in particolare, dell’esperienza della cosiddetta “repubblica” dell’Ossola e del convegno, sempre ospitato dalla Casa della Resistenza il 18 e 19 ottobre 2024, Progetto e utopia. Le zone libere nella Resistenza italiana. In Ossola l’apporto della scuola alla lotta antifascista fu rilevante già prima dell’autunno 1944. Infatti le scuole rosminiane, che, per la presenza della casa madre dell’ordine a Domodossola, godevano di una posizione considerevole nel sistema educativo locale, furono già in precedenza, e ancor più dall’estate del 1943, centri attivi di contrasto prima alla dittatura e poi al rinascente fascismo repubblicano. Durante i «quaranta giorni di libertà» la Giunta provvisoria di governo diede vita a una commissione incaricata di formulare le linee guida di un sistema educativo opposto a quello totalitario inculcato dal regime alle nuove generazioni durante gli anni della dittatura. La “repubblica” finì pochi giorni prima dell’apertura dell’anno scolastico, pertanto le indicazioni della commissione non poterono trovare attuazione. In compenso i fascisti, nella persona del famigerato capo della provincia Enrico Vezzalini, una volta riconquistata con l’apporto determinante delle truppe naziste l’Ossola, si diedero alle loro squallide vendette. La sete di rivalsa, che ancora oggi costituisce una costante della “cultura” delle destre, portò alla vigliacca chiusura di forza del collegio rosminiano maschile e all’arresto del superiore generale dell’ordine Giuseppe Bozzetti. Se in Ossola la riforma scolastica rimase sulla carta, altre zone libere, vive durante il periodo della frequenza scolastica, presero invece dei provvedimenti pratici tutto sommato coerenti con quelli elaborati dalla commissione ossolana come fu, per esempio, nell’alto Tortonese.
Affrontare la questione scolastica vuol dire prima di tutto occuparsi dei bambini e degli adolescenti che costituiscono la ragione d’essere di ogni istituto educativo. Sui giovani si scaricarono i costi più pesanti sia della guerra sia del dopoguerra. Il fascismo gravò queste fasce di età degli effetti più devastanti e disastrosi delle sue scelte deliranti. Elsa Morante ne ha fornito un doloroso quadro con Useppe, il piccolo protagonista de La storia. Quei bambini e quegli adolescenti introiettarono l’orrore della guerra. Furono costretti ad assistere allo spettacolo inumano della violenza, dell’irrazionalità belluina, delle rovine e dei cadaveri sparsi ovunque. Pagarono con la vita i rastrellamenti, gli eccidi nazifascisti e i bombardamenti alleati. Persero madri e padri, fratelli e sorelle, amici, punti di riferimento. Soffrirono la fame per la mancanza di rifornimenti alimentari, il freddo per la penuria del combustibile, le malattie perché i medicinali erano introvabili e le condizioni di sopravvivenza estreme. La mortalità infantile e degli adolescenti segnò una brusca impennata in particolare durante i terribili inverni di guerra. Ricordiamo per tutti i giovani trucidati dai nazisti sui laghi Maggiore, d’Orta e di Mergozzo il 22 e 23 settembre 1944, gli adolescenti Jean e Blanchette della famiglia Fernandez Diaz che fu completamente sterminata. Le dimensioni di questo disastro furono anche conseguenza delle condizioni demografiche che, all’atto dei rilievi statistici del 1936, poco prima dello scoppio del conflitto mondiale, facevano dell’Italia un paese giovane. Oltre il 30% dei suoi 42 milioni di abitanti era di età compresa tra 0 e 15 anni. Oggi questo dato è precipitato al 13,2%.
Terminati i combattimenti gli strumenti per affrontare la devastazione sociale, per curare le ferite interiori e quelle provocate dalle torture, per lenire i tormenti delle coscienze erano poveri e inadeguati. Pensiamo alle mutilazioni dei corpi, allo smarrimento, ai traumi psicologici, alle sofferenze della psiche, alla dispersione delle famiglie e alle offese profonde all’identità delle comunità locali umiliate e sgretolate dalle rappresaglie, dalle rapine, dalle stragi, mali per i quali non esistevano né le sensibilità né gli strumenti di cui oggi disponiamo. Marcella Balconi – ricordava Gian Carlo Grasso, scomparso lo scorso 1 marzo – fu incaricata nell’immediato dopoguerra in qualità di ufficiale medico dell’esercito garibaldino di raccogliere le immagini fotografiche e i principali ragguagli anagrafici e biografici dei numerosi caduti partigiani. Essi erano in massima parte giovani, non pochi giovanissimi o ancora adolescenti. La dott.ssa Balconi fu impressionata e sconvolta dai risultati della sua ricerca. Fu per lei – immaginiamo – guardare con occhi diversi i confini, le dimensioni e la profondità dell’orrore a cui aveva assistito nei mesi dei combattimenti. Fu questa la spinta che la indusse a dedicare il resto della sua vita alla formazione di generazioni nuove in grado, nel futuro, di resistere alle lusinghe del fascismo e a reagire a quella passività e acquiescenza che ne aveva consentito per venti lunghi anni il governo dei corpi e delle menti degli italiani. Da questa determinazione nacquero le esperienze pionieristiche del servizio pilota di neuropsichiatria infantile di Novara che rappresentò il centro d’irradiazione della disciplina in tutto il paese.
Il dopoguerra fu anche il momento in cui presero corpo le idee pedagogiche ispirate all’esperienza partigiana e agli stili di vita, spesso egualitari specialmente tra le formazioni garibaldine e comuniste, dei ribelli della montagna. I valori della Resistenza divennero pedagogia. Luciano Raimondi e un nutrito gruppo di resistenti diedero vita alla straordinaria esperienza dei convitti scuola della Rinascita, destinati alla formazione culturale e professionale degli orfani e di quei partigiani che, durante la guerra, non avevano potuto studiare. Guido Petter sviluppò il suo sistema educativo che lo portò a ricoprire la prestigiosa cattedra dell’università di Padova. Anna Maria Princigalli ampliò i suoi orizzonti filosofici con Piaget, Wallon, Makarenko, Kilpatrik e fu, in rappresentanza del convitto della Rinascita di Novara, intitolato al giovanissimo caduto Mario Preda Topolino, tra i fondatori della Fédération internationale des communautés des enfants affiliata all’UNESCO. Questi germogli nacquero sulle montagne ossolane e valsesiane, sulle rive dei nostri laghi, nella pianura novarese. Al tempo stesso si andavano ritessendo i fili dello scambio di esperienze tra gli insegnanti che già negli anni Venti avevano trovato nell’Internazionale dell’insegnamento un breve ma fertile terreno di confronto e di scambio: un nome per tutti è quello di Célestin Freinet. Al Soccorso operaio elvetico si riallaccia invece sia l’attività di Margherita Zoebeli, che si dispiegò a Rimini, sia quella della ticinese Rosina Lama e del marito, il partigiano della «Loss» Sergio Rossi, a villa Cagnola di Varese, mentre più all’ambiente dell’emigrazione antifascista verbanese in Svizzera si ricollega l’attività svolta da Adelina Guadagnucci all’Istituto «Pedroni» di Verbania. Senza contare poi il contributo di Antonio Gramsci di cui si iniziò a parlare con la prima pubblicazione degli scritti dal carcere tra il 1948 e il 1951.
La giornata del 24 maggio è stata inaugurata dal contributo di Rodolfo Marchisio, L’insegnamento educativo della Resistenza per la formazione del cittadino e della persona. Nunzia Augeri ha parlato di Luciano Raimondi e i convitti scuola della Rinascita. Maria Grazia Alemanni si è concentrata sulle figure di Adelina Guadagnucci, Margherita Zoebeli e le esperienze dell’Istituto «Carlo Pedroni» e del Centro Educativo Italo-Svizzero di Rimini. Elena Mastretta ha parlato di Guido Petter pedagogista e scrittore. Ha chiuso la sessione l’intervento di Alyosha Matella su Freinet e la pedagogia cooperativa in Italia. Un terreno fertile dunque quello della pedagogia antifascista e resistenziale, che si colloca sul crinale tra la distruzione del vecchio disordine fascista, mai completamente scomparso dalla scuola italiana, e la costruzione di una nuova idea di educazione, un terreno sul quale vale la pena di ritornare.
