Ai tempi di Carosello, una famosa industria di formaggi regalava in versione gonfiabile la «mucca Carolina», oggi vero reperto di archeo-plastica ma anche prova provata della inevitabile resa di una economia rurale moribonda alle imposizioni del profitto e della moderna industria-agroalimentare. Lascia dunque sconcertati sentir riesumare in queste settimane, e con toni piuttosto accesi, le borie e gli orgogli di un ruralismo sepolto da almeno mezzo secolo. La vicenda del “Diario amico”, la piccola agenda scolastica distribuita a migliaia di scolari e studenti del VCO, ha infatti sollevato le più alte voci di protesta di un gruppo di allevatori e di valligiani dell’Ossola profonda a difesa della «ruralità». Per anni la distribuzione del Diario, risultato di un progetto che ha come scopo lo sviluppo dell’inclusività, della sensibilità civica e dell’apertura alla vita sociale dei giovani, non aveva dato luogo a reazioni negative. Questa volta una favola – si tratta proprio di una favola, quella con gli animali parlanti, in questo caso una vacca e un gatto – scritta da una ragazzina di tredici anni e riportata nel “Diario” pare abbia mandato in bestia gli allevatori ossolani. Nel racconto di fantasia dell’adolescente, la vacca si lamenta con il felino di essere sfruttata, stressata e derubata del proprio latte dagli uomini.

Quelle poche righe sono bastate per scambiare la fantasia con la realtà e scatenare un temporale alpino di roventi accuse. Gli allevatori si sentono indignati, offesi, insultati e denigrati. Temono addirittura che i loro figli, per effetto delle accuse lanciate dalla pronipote di Carolina, siano emarginati e bullizzati, ma c’è di più. La favola sarebbe non solo frutto di mala fede e maleducazione ma anche della maledetta ideologia anti-specista, del demoniaco complotto vegan-animalista e ovviamente gender. In definitiva la vacca in questione è stata usata come una specie di cavallo di Troia per diffondere nella scuola un’indebita propaganda ideologica. Senza dire poi che in fondo tutto ciò è frutto di una cultura urbana di stampo colonialista che vede la montagna come un parco giochi dal quale escludere o marginalizzare le attività economiche silvo-pastorali. Senza rendersi minimamente conto della smisurata sproporzione tra il bicchiere e la tempesta che vi hanno scatenato, gli allevatori chiedono: il ritiro immediato e la distruzione di ogni copia del “Diario amico”; la sua sostituzione con un’edizione censurata priva della favola, ovviamente a spese dei responsabili che sarebbero: l’Ufficio scolastico provinciale, il personale scolastico corrivo e i vari enti collaboratori del progetto; l’adozione di provvedimenti disciplinari dall’Ufficio scolastico regionale a salire fino al ministero dell’Istruzione (un tempo Pubblica), che pare non abbia altro a cui pensare; un’informazione imparziale e neutrale sulle vacche nella scuola, necessari controlli preventivi sui contenuti impartiti che riguardano tali delicatissimi argomenti, previo consenso di ogni genitore; magari la ripresa di campagne come «Latte nelle scuole» per favorire il consumo di latte e di latticini: in fondo lo suggeriva già Anita Ekberg – e con ben altri argomenti – nel lontano 1962. Insomma un mondo al contrario in cui ci sarebbe da chiedersi: dal momento che gli allevatori vogliono dare una lezione ai docenti su come comportarsi in un’aula scolastica, cosa ne direbbero se maestri e professori insegnassero loro a pascolare le vacche?
La querelle è scoppiata a ottobre, poche settimane dopo l’inizio dell’anno scolastico. Subito è stata lanciata una petizione on line per il ritiro di “Diario amico”, pare “asfaltata” in quanto ad adesioni da una contro-petizione animalista (forse avranno votato anche le vacche). Il 28 ottobre, anniversario nefasto, i deputati della Lega Francesco Bruzzone (Liguria), Simona Loizzo (Calabria) e Giorgia Latini (Marche) hanno presentato un’interrogazione a risposta scritta al ministro dell’Istruzione. Il 31 ottobre, si è tenuta al Foro Boario di Crodo un’animata manifestazione di protesta degli allevatori. Il 2 novembre in Regione, la maggioranza di destra ha posto in discussione e votazione un ordine del giorno sulla questione. Il 5 novembre si è riunito presso l’Ufficio scolastico provinciale un tavolo istituzionale. Averne di reazioni così passionali, magari per altre questioni! Dietro alla protesta si sono schierate associazioni tradizionali come la Coldiretti e la CIA ma anche i nuovi virgulti della ruralità: il Comitato salvaguardia allevatori VCO legato all’Associazione nazionale tutela dell’ambiente e dell’Italia rurale, il cui presidente ha presenziato alla manifestazione crodese. Nel programma di questa associazione che, in un certo senso, ha assunto il patrocinio politico della protesta convivono scampoli di ideologie disparate ed eterogenee. Accanto a considerazioni ovvie, a qualche vaga eco democratica o all’apparenza addirittura sinistrorsa, alla nostalgia per quella dimensione comunitaria e solidale che in un lontano passato permetteva la sopravvivenza e la compattezza sociale delle popolazioni montane, spiccano ben altri intendimenti pratici. Per esempio: la lotta contro i grandi predatori a quattro zampe; sostegni finanziari; sgravi fiscali sugli immobili montani; lotta contro le «imposizioni vincolistiche nell’ambito della gestione delle aree protette» – un bel grimaldello per iniziare a scardinare la difesa delle zone naturali; azioni da lobbing e guerra aperta per contrastare i subdoli vegan-animalisti e le odiate politiche ambientaliste. Insomma, ritroviamo quella puzza di gasolio agricolo da rivolta dei trattori, quel fracasso scomposto da blocchi stradali dei forconi, quella caligine e confusione tipica della destra estrema. Né manca un certo rigurgito di quel «ruralismo» con cui il regime fascista ha preso in giro per vent’anni coltivatori, allevatori e montanari, lasciando poveri, deboli e fragili – come va di moda dire – nella miseria di sempre e agrari con agro-industriali in ben altre condizioni. In definitiva, un’abbacinamento, che cade sul terreno fertile di un’Ossola già devastata dall’autonomismo leghista, in cui un’adolescente finisce col diventare il capro espiatorio di quella parte di società che ha smarrito il senso della misura, della civitas e della tolleranza in nome dell’ultima versione ad alta quota del «padroni in casa nostra».
Senza contare che nella favola di “Diario amico” c’erano animali che inalberavano i cartelli «W la frutta» e «W i vegetali». Scusate: frutticoltori e orticoltori non sono forse anche loro dei rurali alpini?
