Il complesso del Foro boario, di recente tornato agli onori delle cronache, racconta a suo modo un pezzo del passato di Borgomanero. La città vantava nel mercato provinciale del bestiame una posizione di assoluto rilievo. Tuttavia, vuoi per l’impoverimento del patrimonio zootecnico durante la grande guerra, vuoi per pigrizia o incapacità politica degli amministratori o per altro motivo, questo antico primato andava rapidamente declinando a vantaggio di nuove piazze più dinamiche, come per esempio quella di Oleggio, che da tempo aveva ammodernato strutture e metodi di contrattazione.

L’allestimento di un moderno mercato zootecnico coperto, sostenuto da un’adeguata rete di comunicazioni stradali e ferroviarie, avrebbe consentito di recuperate il tempo perduto. Il progetto fu affidato ai cugini ingegneri Francesco e Angelo Frisa. Il primo era un fascista non sospetto di opportunismo – come si diceva allora «ante marcia» (quella su Roma) – e nel maggio 1930 era stato premiato con la carica di segretario cittadino del fascio. Tutto ciò, come del resto le precedenti e successive opere pubbliche cittadine affidate alla sua direzione tecnica, non poteva generare il benché minimo sospetto di conflitto d’interessi. Il fascismo infatti aveva trovato un modo semplice e pratico per eliminare questo fastidioso vizio italico: partito e stato si erano cementati in un unico blocco. Un blocco che ognuno può costatare quanto ancora oggi sia solido. Il podestà, l’industriale Giovanni Battista Primatesta, approvò il progetto nel marzo 1931, affidò i lavori a un’impresa di costruzioni di Novara e otto mesi dopo – dicesi «mesi» – il 19 novembre alla presenza di uno dei pezzi da novanta del regime, il sottosegretario Arturo Marescalchi, fu inaugurato il Foro boario. Che di una cerimonia importante si trattasse fu confermato anche dal fatto che i pochi antifascisti rimasti in città furono preventivamente arrestati e messi in carcere fino alla fine della festa e alla partenza di sua eccellenza. Non avevano fatto nulla, ma il regime era così forte che meglio era non fidarsi.
Il mercato vero e proprio era formato da quattro grandi tettoie in cemento armato affiancate da due edifici collegati da un porticato con l’abitazione del custode, la sala veterinaria, il peso, la sala contrattazioni e il ristoro. «Il progetto – scrive l’arch. Giorgio Ingaramo – prevedeva una spettacolare fontana a più vasche sovrapposte in cemento decorativo, che venne realizzata solo in parte». Ed è proprio questa fontana, che già ebbe in vita le sue infelicità, a essere stata demolita come travolta dalla follia di Orlando che tagliò «’l sasso, e sin al cielo | a volo alzar fe’ le minute schegge». Pare che l’incolpevole fonte abbia fatto le spese di un contrasto tra umani: la Pro loco da una parte e l’amministrazione comunale dall’altra. Comunque, vista l’immerita fine di un’altra fontana, quella di piazza XX settembre, sembra proprio che tra alcuni borgomaneresi e le fontane corrano acque tempestose. E pensare che il modello di statuto delle pro loco, approvato con decreto del Direttore Generale del Terzo settore n. 108 del 15 giugno 2023, pone tra le finalità di questi enti la «valorizzazione delle realtà e delle potenzialità naturalistiche, culturali, storiche e sociali del territorio», gli «interventi di tutela e valorizzazione del patrimonio culturale» e pure la «riqualificazione di beni pubblici inutilizzati». A soffrire non è solo quello che rimane della fontana ma l’intero complesso del vecchio mercato mutilato dal sottopasso e ormai fatiscente, una disdicevole condizione che si spiega con una sola parola: incuria. Ci vorrebbe proprio una Pro boario, altrimenti il Foro non arriva al centenario.
