Stamane è mancato Alessandro Orsi. Un altro uomo di sobrie virtù civili e umane, un altro uomo coerente non c’è più. Coscienza civica, umanità, coerenza, misura sono divenuti valori ormai rari in questo cupo tramonto dell’“occidente”. Questo indebolirsi della luce della ragione, per Sandro dev’essere stato un dolore grande, in ultimo sopraffatto da quello atroce della malattia.

Era come noi che siamo angosciati dall’avvicinarsi subdolo della guerra, dalla dimensione abnorme assunta dalle ingiustizie sociali, dalla barbarie del profitto e dall’arricchimento dei pochi a qualsiasi prezzo e con qualsiasi mezzo. La sensazione è di trovarsi di fronte a un mostro che pare incontrollabile, come i partigiani in passato ebbero davanti il loro mostro che sembrava invincibile: l’esercito più forte del mondo che occupava il Paese, le rovine lasciate da vent’anni di dittatura fascista, la fame, il freddo, la morte. Era da pazzi tentare di opporsi, eppure ebbero il coraggio e la fermezza di combattere. Questo insegnamento, la lezione della Resistenza, è stato uno dei punti di riferimento dell’impegno di Sandro. Testimone di testimoni, nei suoi studi ne ha percorso con passione e al tempo stesso col rigore della scienza storica gli aspetti, i luoghi e le figure più rappresentative e interessanti, per citare qualche esempio, dal «buon soldato Angìn» a don Paolo Gianoli «cappellano militare» e «penitenziere», dalla «piassa granda» di Borgosesia alle «urne dei forti» – così prendendo spunto da Ugo Foscolo chiamava cippi, lapidi e monumenti disseminati a centinaia sulle nostre montagne, nelle valli, al piano – dai «ribelli della montagna» al Baranca di Pietro Rastelli e della Strisciante “Attilio Musati”. Nella sua vasta produzione risplende come una stella alpina un piccolo-grande capolavoro: Un paese in guerra. La comunità di Crevacuore tra fascismo, Resistenza, dopoguerra. Il libro uscì nel 1994 e alla prima edizione ne seguirono altre, l’ultima nel 2022. Un paese in guerra non è solo una riflessione sulle radici familiari e valsesserine valsesiane, «un bel pezzo della storia» del suo autore, ma anche una dei primi approfondimenti sul tema della moralità della Resistenza già al centro del celebre saggio di Claudio Pavone di pochi anni prima. Si tratta di un testo ancora oggi ricco di spunti, un buon libro non di storia «locale» ma di storia, senza aggettivi.
Molti hanno ricordato un altro aspetto della vita di Sandro, quello lavorativo che lo ha visto docente, divulgatore, operatore culturale e anche dirigente scolastico. Anche qui, elemento di coerenza profonda, non può sfuggire il legame intimo tra l’antifascismo e l’aspetto educativo e pedagogico. Come dimenticare le «università» del carcere e del confino nelle quali si temprarono gli oppositori della dittatura, l’attività culturale che si svolgeva nei campi dei deportati politici o degli internati militari o nelle formazioni partigiane, la fioritura sulle nostre montagne della lirica partigiana di Dante Strona, le «riforme scolastiche» progettate nelle zone libere, tra cui l’Ossola, la straordinaria esperienza dei convitti della Rinascita, le figure di Guido Petter, Gianni Rodari, Marcella Balconi, Ada Gobetti, Anna Maria Princigalli, Sergio Rossi e tanti altri? Il nesso tra antifascismo-Resistenza-educazione è inscindibile. Sandro ne era consapevole così come sapeva che il processo educativo non ha fine, deve essere inclusivo, permanente e rivolgersi a ogni età della vita e a ogni categoria sociale.
Ciao Sandro, ci mancherai. A ognuno di noi mancherà una parte di te – la tua statura che sapeva di solida roccia valsesiana, il ritmo della voce pari a quello del tuo passo, il sorriso, la disponibilità umana, ma in ognuno di noi rimarrà qualcosa che ci hai donato e ci hai insegnato. Lo diremo, lo racconteremo quel qualcosa, perché, come dice il poeta,
«solo così non si può morire»
