Comunicazione tenuta alla Giornata di studi in occasione dell’anno delle radici italiane nel mondo e del 50° anniversario del MEV. Romagnano Sesia, Villa Caccia, 2 novembre 2024. Ho riportato nello slide un’opera di Giancarlo Fantini, valente botanico e artista, esposta alla sua ultima personale Settanta, tenuta ad Arona lo scorso 31 agosto. Mi è parsa un’interpretazione e una nota di colore adatta al tema che tratterò brevemente.
Dobbiamo alla felice penna di Guido Piovène (Vicenza, 1907-Londra, 1974) una bella e penetrante descrizione della nostra zona viticola. Piovene, scrittore controverso per la sua vicinanza al regime fascista durante il ventennio e per la sua virata a sinistra nel dopoguerra – tanto da essere poi apostrofato come «conte rosso» – descrive i nostri vigneti nella circostanza della Festa provinciale dell’uva di Borgomanero in un articolo del “Corriere della sera” del 20 settembre 1937:
«Borgomanero a monte ha le colline, dove alligna solo il vigneto; alligna solo, e a prezzo di lotta, perché la collina è rocciosa, di origine morenica, e spesso bisogna portarvi la sabbia dal fondo valle perché le radici abbiano il modo di attecchire. Queste colline son divise in proprietà piccole o minime; quasi mai il proprietario ha un pezzo di terra contigua, ma per lo più tanti bocconi di terra, divisi spesso da lunghe distanze. […] La sua festa dell’uva era perciò seria e adatta; perché siamo in paesi che vivono dell’uva, e a cui la terra rifiuta altra coltivazione; che ottiene solo dall’uva il suo sostentamento, e sempre combattuto».
Piovene, nello stesso giorno in cui pubblicò l’articolo, indirizzò al podestà di Borgomanero una lettera con la quale manifestava il proposito di ritornare sulle nostre colline per approfondire la conoscenza dei problemi legati alla viticoltura locale. Lo scrittore non diede seguito all’intenzione. Comunque il suo articolo con il fresco intuito del letterato coglie già i caratteri di fondo di questa attività. La vigna si conquista solo «a prezzo di lotta», dice. I vignaioli producono disponendo di «proprietà piccole o minime» e osserva che l’intera area è costituita da «paesi che vivono dell’uva». Queste considerazioni ovviamente hanno valore per Borgomanero e per tutti i comuni di cui oggi parleremo.

Questa dunque era la situazione quasi un secolo fa ed era il risultato di una profonda crisi covata in precedenza che, come vedremo, ebbe un impatto considerevole sul fenomeno migratorio. Oreste Bordiga (Novara, 1852- Portici, 1931) ci aiuta a ricostruirne i lineamenti generali. Bordiga, novarese oggi dimenticato mentre ricordiamo altri personaggi che sarebbe invece giovevole scordare, fu uno dei maggiori tecnici agrari del suo tempo. Nel 1884, lasciò Novara per la Scuola superiore di agricoltura di Portici, uno dei vertici dell’istruzione e della sperimentazione agraria, di cui divenne in seguito rettore. A Portici, nacque il figlio Amedeo, protagonista della fondazione del Partito comunista d’Italia nel 1921. Prima di partire per Portici, nel 1881, Oreste Bordiga aveva dato alle stampe un’opera fondamentale, un vero e proprio tesoro per chi si occupa del nostro passato: L’agricoltura e gli agricoltori del Novarese. Richiamo l’attenzione sul titolo perché lo studio tratta di «agricoltura», quindi degli aspetti tecnici e agronomici, e di «agricoltori», cioè del dato sociale, della difficile condizione quotidiana di quelle persone, rivelando nel cuore dello studioso un umanesimo e una sensibilità sociale allora rari nelle campagne novaresi. Che la viticoltura fosse già un secolo prima delle parole di Piovene un terreno su cui si combatteva la dura battaglia per la sopravvivenza emerge con chiarezza dalle sue pagine. I maggiori nemici sono facilmente individuabili nelle infezioni, negli eventi climatici e nelle guerre. Tra il 1859 e il 1865, le nostre vigne furono colpite dall’oidio, infezione a cui si pose rimedio con le ripetute solforazioni durante la stagione produttiva. Tra il 1880 e il 1886, sopraggiunse la peronospora, arginata con trattamenti a base di composti di rame. Tuttavia, l’avversità maggiore fu la terribile fillossera. Se le crittogame danneggiavano l’infruttescenza o comportavano la perdita del raccolto, l’insetto distruggeva alle radici il lavoro di decenni: l’intero vigneto. Le prime avvisaglie furono nel 1886, ma fu nel 1899 che venne alla luce il grande focolaio d’infezione di Grignasco. La forte concentrazione della coltura rese ancora più devastanti gli effetti della malattia che progrediva a ritmo impressionante su tutto il territorio italiano: nel 1909, si contavano ben 2548 comuni fillosserati. Il gelo e ancora di più le grandinate, purtroppo piuttosto frequenti nella nostra fascia prealpina, furono altre traversie di cui si occuperanno nello specifico altri relatori. Nemmeno la guerra fece bene ai vigneti. La sconsiderata guerra commerciale ingaggiata dal governo della sinistra storica contro la Francia nel 1882 ebbe conseguenze disastrose per tutta la viticoltura piemontese e non solo. Quanto alle guerre d’indipendenza, al conflitto in Crimea, alle avventure coloniali e soprattutto al gran massacro della guerra del 1915-1918, è facile immaginare in quali condizioni disperate ritrovavano i loro vigneti la maggior parte dei reduci. Senza approfondire gli aspetti economici, tecnici e aziendali, vorrei rapidamente ricordare altre due considerazioni contenute nello studio di Bordiga. La prima riguarda la diffusione del furto campestre, per gli storici che si occupano di società, un importante indicatore di povertà e di malessere sociale. La seconda attiene all’alienazione dei beni comunali che non solo corrisposero allo sgretolamento di un patrimonio comunitario secolare, ma portarono alla formazione di quelle piccole aziende familiari, di solito assai arretrate tecnicamente e troppo frammentate per potersi inserire vantaggiosamente in un mercato in rapida trasformazione. All’epoca di Bordiga, il comune di Borgomanero, dove oggi i vigneti sono ridotti a pallida testimonianza di un’antica floridezza, già non possedeva più terreni. L’alienazione fu particolarmente intensa anche a Boca e a Maggiora.
Se Bordiga ci fornisce un quadro della crisi viticola attinto dallo spirito di un osservatore contemporaneo, dobbiamo ad Andrea Caizzi una riflessione più ampia, distaccata e più attrezzata metodologicamente di carattere storico. Nel 1969, diede alle stampe sotto l’egida dalla prestigiosa Fondazione «Luigi Einaudi» di Torino il volume Terra, vigneto e uomini nelle colline novaresi durante l’ultimo secolo. Anche qui mi limiterò a qualche riflessione. La prima riguarda l’area presa in considerazione da Caizzi che in linea di massina coincide con quella individuata nelle riunioni preparatorie di questa giornata di studi comprendendo Barengo, Boca, Borgomanero, Briona, Cavaglietto, Cavaglio d’Agogna, Cavallirio, Fara Novarese, Fontaneto d’Agogna, Ghemme, Grignasco, Maggiora, Prato Sesia, Romagnano Sesia, Sizzano. Tuttavia, Caizzi considera anche l’area vitata, a ovest, di Gattinara e, a est, delle colline moreniche di Suno. La serie statistica riportata nel libro ed elaborata dalla CCIAA di Novara dà un’idea dell’andamento crescente della popolazione residente nella zona viticola dall’unificazione in poi. Tra 1861 e 1921, nei comuni considerati i residenti aumentano di 13.128 unità (+ 40% ca.). I maggiori incrementi si verificano a Borgomanero (+ 5000 ca.), Ghemme (+ 2300 ca. con apice nel 1911), Romagnano Sesia (+ 1400 ca. con valore massimo nel 1911) e Grignasco (+ 800 ca.). Risulta evidente che uno dei fattori che contribuiscono in questi centri all’aumento demografico è rappresentato dall’industrializzazione e dalla sua richiesta di forza lavoro. Per quanto riguarda i dati relativi al saldo migratorio e all’emigrazione all’estero va sottolineato che possono cogliere solo una parte del complesso fenomeno migratorio. La composizione dei nostri paesi è infatti il risultato di movimenti di popolazione complessi in entrata e in uscita. Per quanto attiene a questi ultimi flussi migratori, possiamo distinguere un’emigrazione interna (generalmente dal colle verso la pianura e la città), un’emigrazione temporanea o stagionale (per la monda e in misura minore per il raccolto del riso oppure, tra primavera e autunno, verso i paesi transalpini, Svizzera e Francia), un’emigrazione permanente (in genere transoceanica verso le Americhe). Né si possono trascurare altri fenomeni come l’emigrazione cosiddetta «di ritorno», i flussi massicci di emigrazione clandestina, non registrabile dalle statistiche ufficiali, e anche l’apporto delle «rimesse» degli emigranti. Esistono poi le specificità locali: per fare un esempio, la crisi delle attività estrattive a Boca e Maggiora. In ogni caso, sulla base dei dati raccolti da Caizzi, si possono ricavare almeno alcune considerazioni generiche. In termini di valori assoluti, le realtà maggiormente colpite dagli espatri furono Fontaneto, Ghemme, Maggiora, Romagnano – dove tra 1904 e 1913 abbiamo ben 924 partenze provocate anche dalla vertenza sindacale del 1903 alla cartiera Vonwiller che si chiuse con il licenziamento di un gran numero di lavoratori – e Borgomanero. Dunque, tutti i centri viticoli sono colpiti dall’emigrazione. Il fenomeno diventa massiccio ed esplosivo durante l’epoca giolittiana, coinvolgendo anche i comuni industrializzati o in fase di industrializzazione: segno evidente che l’insediamento di opifici e officine non era in grado di sostenere il boom demografico in corso.

Vorrei ora soffermarmi su di un «caso» di emigrazione che ci conduce al di là dell’Atlantico, a Mendoza in Argentina. Negli anni ’30, quando i flussi dell’emigrazione permanente andavano rallentando, in questa provincia della regione del Cuyo vivevano oltre 40 mila tra emigrati e figli di emigrati italiani. La maggior parte di loro coltivava vigneti che si estendevano su di una superficie stimata in 80 mila ettari e forniva i 4/5 della produzione vinicola del Paese. Il caso che volevo velocemente tratteggiare è quello di Emanuele Cerutti. Era nato nel 1864 nella frazione di Santa Croce, una manciata di povere case coloniche a nord di Borgomanero. Attorno alla metà degli anni ’80, mentre imperversava la grande crisi agraria che aveva investito l’intera Europa, era emigrato in Argentina. Una vita avventurosa – perché l’avventura fu compagna inseparabile della vita dei migranti – mille mestieri, la lotta per la sopravvivenza lo portarono a trovare occupazione nei lavori di costruzione della ferrovia che portava a Mendoza. Qui, in località Coquimbito, Emanuele, diventato Manuel, si stabilì conducendo una tenuta che raggiunse l’estensione di 80 ha di viñedos e fondando una delle fiorenti bodegas – cantine – che rifornivano la capitale. Nel 1943, alla morte di Manuel, la proprietà passò al figlio Victorio. Nel 1976, la vita del Paese fu sconvolta dal golpe guidato dall’ammiraglio Emilio Eduardo Massera (Paranà, 1925-Buenos Aires, 2010), il cui nome tradisce radici italiane, per la precisione, italo-elvetiche. L’anno seguente Victorio Cerutti, prelavato da uno squadrone della morte al servizio dei golpisti, finì desparecido, probabilmente, come spesso capitava, gettato nelle acque del Rio de la Plata o dell’oceano. La sua azienda finì nelle mani di personaggi sostenitori di Massera. Le tristi vicende della famiglia Cerutti sono state ricostruite e raccontate dalla discendente María Josefina, Marijò, nel libro Vino amaro. Una storia di emigrazione e dittatura. Ho ritenuto importante raccontare questa vicenda di italiani che raggiungono il successo nell’emigrazione e che poi, per lucro, cadono vittime in definitiva di conterranei.

Dalla Festa dell’uva ero partito nella mia comunicazione e a questa festa, voluta da Mussolini nel 1930, vorrei tornare. Il fascismo non risolse la crisi viticola, che continuò a generare miseria, emigrazione e abbandono della superficie vitata, ma la ricoprì di retorica, come quando la spazzatura (la crisi) viene nascosta sotto il tappeto (la retorica, diremmo oggi con termine trendy «populista»). Così l’uva diventò «l’italianissimo frutto», le povere condizioni agricole assursero al rango di «ruralismo» e i vignaioli tutti vennero chiamati, e amorevolmente convinti, a festeggiare a comando. Paesi e città di cui ho parlato furono la spina dorsale di questi tripudi bacchici. Per esempio, i viticoltori di Romagnano Sesia con seguito di graziose vendemmiatrici trionfarono a Novara nella seconda edizione della festa. Per l’occasione, Pinèt Turlo (Grignasco, 1871-ivi, 1951), che i compaesani giustamente onorano come grande poeta valsesiano, compose una canzone. Con il fascismo, aveva abbandonato i suoi precedenti afflati socialisti e, nonostante fosse un pregevole cultore del dialetto, si era adattato, in un clima di tirannia monolinguistica, a comporre in italiano. In conclusione, vorrei ricordare anche l’importanza che il vino ebbe nell’emigrazione. Una bevanda è anche un fatto di cultura, di coesione, di legame con la terra di origine. Per questo motivo, nelle numerose associazioni all’estero e nei momenti di socialità dei nostri emigranti ebbe sempre un posto importante. Ricordo in proposito un aneddoto. Siamo in un paese della Riviera d’Orta agli inizi del secolo scorso. Il rampollo di un potente notabile è costretto a fuggire a causa di una sua malefatta. Per quanto la famiglia sia ricca e influente, non riesce a proteggerlo. Il giovane finisce all’estero dove va a dirigere un’azienda agricola che produce anche dell’ottimo vino, profumato, liquoroso, di alta gradazione. Memore del paese lontano e degli amici, che abitualmente si ritrovavano nei momenti di riposo nel locale circolo vinicolo, il giovane spedisce loro una splendida botte che, una volta giunta a destinazione, viene accolta con gioia e rapidamente svuotata. L’anno successivo, il vino parve di minore qualità. L’altro anno, fu ancora peggiore, finché nel tempo, con rammarico, si rese necessario interromperne la spedizione. Alla fine, l’arcano fu chiarito. Le botti venivano caricate su di una nave e, durante la navigazione, i marinai, che si erano accorti del prezioso contenuto, avevano preso a bere il vino e a sostituirlo con l’acqua. Importante è la vite, importante è il vino, ma anche la botte vuole la sua parte.
