Non considerate irriverente l’accostamento tra due stili politici così diversi – il “vaffa” che dava il ritmo alle kermesse dei «grilletti» e l’affettuoso (guarda un po’ dove va a rintanarsi l’affetto) “Vanna” con cui viene chiamato dalla sua tifoseria l’aspirante euro-generalissimo Roberto Vannacci. L’accostamento è dovuto semplicemente al fatto che le due parole sintetizzano alcuni aspetti del degrado politico e civile italiano, e non solo, degli ultimi vent’anni a cui si accompagna un parallelo declino linguistico e un rapido impoverimento culturale.
Del resto dagli anni Ottanta in poi l’universo dei partiti si è progressivamente staccato dalla “cultura”, relegata nella soffitta delle “ideologie”, per tuffarsi in apnea nel mare dello “spettacolo” e della “comunicazione” offerti dai mass media e quindi dai social media. Dai quotidiani sono scomparsi senza troppi rimpianti l’elzeviro e la terza pagina rimpiazzati da una specie di marmellata cartacea denominata infelicemente “cultura e spettacoli” oppure inserto culturale e asservita al mercato pubblicitario, editoriale, mediatico e televisivo. Poi sono arrivati sciami di droni con arrampicatori, spin doctor, imbonitori, testimonial, facilitatori, comunicatori, tycoon, uomini di spettacolo e attori, in genere avviati al tramonto oppure di modestissima caratura. Come dimenticare lo star hollywoodiano Ronald Reagan chiamato a reggere l’impero statunitense dal 1981 al 1989? L’Italia non rimase insensibile ai gridolini di felicità d’oltre Atlantico e anche noi abbiamo avuto la nostra bella, post-craxiana era del biscione i cui frutti si raccolgono ancora oggi con abbondanza. In un tripudio di mutande di ballerine (quelle che la Rai si ostinava a coprire), di chiassosa volgarità, di beata ignoranza e di audaci sdoganamenti, il telegiornale diventò satirico e le veline di regime delle procaci ragazzotte che tutto potevano ispirare fuorché diffidenza o allarme nei confronti del qualunquismo. Ormai si poteva scherzare su tutto fino a definire un eurodeputato «kapò» oppure il confino fascista «villeggiatura». Insomma, si allargò a dismisura lo spazio riservato a comici e barzellettieri e tra questi l’inventore del celebre “vaffa”. Poi, i suoi seguaci, «grilletti» o «grillini» che dir si voglia, non sono riusciti ad aprire il parlamento come una scatola di sardine. Si sono ridimensionati e il “vaffa-day” con il suo creatore sono al momento scomparsi dagli schermi. Peccato. Abbiamo perso di vista un comico, ma una certa qual impronta farsesca è rimasta. Certo il rimpianto per quegli uomini della cosiddetta prima repubblica e dei loro «patè d’animo» è tanta. Quale tenerezza i loro svarioni, le innocenti risse parlamentari, le papere, le esibizioni di ignoranza che non passavano inosservate: altri uomini, altri stili e appunto quanta tenerezza! Quanto al “Vanna”, ora sulla cresta dell’onda, sono stati evocati – un po’ come per il Veltro dantesco – i precedenti storici più inverosimili: generali, caudillos, un hombre fuerte, qualcuno, facendo sfoggio di “cultura”, è andato a scovare persino il bonapartismo. Ovviamente quello di Napoleone III, che Victor Hugo chiamava «il piccolo» e che ispirò a Karl Marx la considerazione che la storia si ripete prima come tragedia e poi come farsa. Forse sarebbe più azzeccato il parallelo col generale Geoges Boulanger, «general revanche», capo di un movimento che cercava di lenire lo scontento e la nostalgia dell’estrema destra francese e che, al tramonto del XIX secolo, finì piuttosto maluccio. E per il “Vanna” forse la «revanche» è quella annunciata dalle braccia incrociate a “ics”. Sta di fatto che nelle scorse settimane abbiamo assistito a rissose accuse incrociate di tradimenti, di disciplina violata, di onore leso e di giuramenti calpestati. Ci sarebbe invece da chiedersi che fine abbia fatto l’unico giuramento che conta, quello che lor signori hanno prestato davanti alla Costituzione repubblicana. La conclusione è facile: dal “vaffa” al Vanna”, (e scusate il registro, ma è proprio quello del potere attuale) stiamo andando in “vacca”.
