
Un tempo, si usava affiancare al nome di battesimo un «nome nuovo».
Era una sorta di nome “sociale” che in breve tempo diventava più conosciuto di quello anagrafico.
Per i partigiani, il nome nuovo, cioè il nome di battaglia, era un obbligo per proteggere se stessi, i compagni di lotta e i famigliari. Angelo Del Boca dice che il nome di battaglia non solo rispondeva a questa necessità ma rivelava anche aspetti nascosti della personalità di un uomo: «le ambizioni», «le letture», perfino i percorsi della sua «fantasia». Questa considerazione è tanto più vera per Dante Strona. I compagni di lotta lo vedevano, nei momenti di pausa, raccolto in se
stesso a scrivere e perciò gli diedero il «nome nuovo» di Dumas. La fama del grande scrittore Alexandre Dumas padre (1802-1870) aveva attraversato le Alpi e i secoli, accompagnando il cammino dei padri che, per guadagnare il pane, oltrepassavano le montagne. Era entrata nella mente di questi giovani combattenti come l’immagine ideale dello scrittore, di chi, col gesto misterioso e solenne della scrittura, scende negli abissi della parola e corre nelle praterie della fantasia. Questo nome rimanda al francese «du mas» che, in Provenza vuol dire «della cascina». Il nome veniva da Marie, la nonna dominicana di Alexandre, chiamata appunto «la femme du mas».
Molti erano i motivi che accomunavano il giovane Dante Strona alla figura dello scrittore francese: una comune adolescenza povera, senza la fortuna di compiere studi regolari, ma infuocata dal desiderio di sapere, di sognare e dall’insaziabile passione per la lettura; lo sterminato orizzonte fantastico e avventuroso dei romanzi di Dumas; infine, la stima, lo spirito di avventura e l’amicizia che legarono Alexandre a Giuseppe Garibaldi nella spedizione dei Mille e di cui raccolse nel 1860 le Mémoires, le memorie. E Garibaldi rappresentò anche il simbolo e il punto di riferimento non solo ideale e morale delle nostre formazioni partigiane.
Dante Strona nacque a Biella il 18 luglio 1923 in una famiglia povera, come lui stesso scriverà: «gente senza terra», che proveniva da «dove i boschi non hanno padroni». Una trentina di anni prima, Giosue Carducci, diventato ormai poeta di corte, aveva cantato una città «lieta», «tra il monte e il verdeggiar de’ piani», che «a l’opera | fumanti camini ostenta». Questa non era la città di Dante, una Biella operaia, fatta di «casamenti tetri», di «pareti d’ombra» e di qualche lembo di cielo che i cortili rubavano ai tetti; fatta di dure «scale di serizzo» e di fredde ringhiere consumate dalla ruggine, dove la vita era ritmata dalla fatica e dal suono delle sirene degli opifici. Ma Biella era anche il luogo dove, forse, covavano le braci dell’antica ribellione di fratel Dolcino. Biella era certamente la città della saggezza dei proverbi, dell’aspirazione alla libertà, alla giustizia sociale, all’utopia socialista, idealità semplici ma custodite con serena coerenza durante lo scempio, le angherie e le violenze del fascismo. Alla fine venne la guerra e il tempo delle scelte. Quella di Dante Strona fu di salire in montagna con i partigiani. Fu un’esperienza intensa, destinata a forgiare il suo carattere e a imprimersi nella sua poesia.
Nel dopoguerra, fu chiamato a ricoprire incarichi di crescente responsabilità in un sindacato che si ricostruiva e tornava libero dopo venti e più anni di dittatura. Fu giovanissimo segretario delle camere del lavoro di Crocemosso e di Biella. Nel 1956-1957 frequentò i corsi del Centro studi CISL di Fiesole insieme, tra gli altri, a Pierre Carniti, Eraldo Crea, Franco Marini e Mario Colombo. Quegli anni sono oggi riconosciuti come determinanti nella ripresa delle lotte operaie e nel ricambio generazionale del quadro dirigente del sindacalismo italiano. Furono anni entusiasmanti ma anche durissimi. Strona fu a Pavia, Milano, Valdagno, in Lomellina.
Si andava con un «vecchio impermeabile», scrisse. Era il «tempo | del basco e delle scarpe bucate» e dei «discorsi del pugno», davanti ai volti operai «torvi», non rasati, rotti dalla fatica perché la Costituzione era sempre rimasta fuori dai cancelli delle fabbriche e dei luoghi di lavoro.
Nel 1962, Dante Strona lascia l’attività sindacale per dedicarsi a un impegnativo “lavoro culturale”, come lo avrebbe definito Luciano Bianciardi. Studia, legge, scrive, si applica alla ricerca e alla divulgazione. È particolarmente attivo nella diffusione e nella difesa dei valori e dell’esperienza partigiana e resistenziale. Un posto di rilievo assume la poesia che già lo accompagnava nei giorni del partigianato sui monti e nelle baragge. È una poesia che ha tratti particolari.
Come Umberto Saba, Strona è appartato, un solitario, lontano dai clamori letterari, intento a coltivare la sua “poesia onesta”. Le sue composizioni circolano alla base, tra le persone comuni, nelle celebrazioni, nei raduni, nelle feste, nei concorsi, ma sono sconosciute ai potenti canali di distribuzione dell’industria editoriale.
Estraneo agli sperimentalismi e lontano dalle avanguardie letterarie, la sua poetica conserva salde radici nella tradizione (Leopardi, Pascoli, per altri versi Gozzano) ma rimane al tempo stesso ben ancorata alle sensibilità più evolute del Novecento sia negli aspetti tecnici (il verso libero) sia nella profonda conoscenza del panorama culturale contemporaneo (Fenoglio, Pavese, Quasimodo, Matacotta ma anche Lee Master, Neruda ecc).
Nella poesia di Dante Strona vi sono due immagini ricorrenti che ben rappresentano questi due poli: il muro (Montale) e la siepe (Leopardi).
Il muro, graffiato, scrostato, di mattoni rossi, è uno schermo su cui si proiettano le immagini del reale, è testimone della memoria. È il «muro dei fucilati», il muro «delle case bruciate», ma è anche qualcosa di vivente su cui crescono la vite o il capelvenere, su cui fugge la lucertola, su cui rimangono i segni del lavoro umano come «il colore del verderame».
La siepe nasconde «un varco all’infinito», un «mistero», è un «confine», ma al tempo stesso è una difesa, un «velo | all’insidia nemica» e possono divenire siepi «vessilli e volti | amici al canto dell’Internazionale».
Nel 1951, Dante Strona si trasferisce a Fontaneto d’Agogna, dove rimane fino alla morte il 26 dicembre 1988. Fontaneto è «un piccolo paese | nella Storia». Quando Strona vi giunge sono ancora fresche le ferite dell’incendio e delle vittime della guerra ma sono anche le ragioni degli ex combattenti e della popolazione che li sostenne.
Negli anni, non mancano i momenti di dolore per la perdita della moglie Irene oppure di amarezza
«per chi morì | trafitto dall’ultima calunnia»;
per il ritorno della violenza e del vilipendio fascista a Milano, Brescia, Bologna, Fondotoce;
perché «gente nuova» «preme lungo le scale dell’io» e «fame, miseria, non contano più»;
perché ormai «qualcuno ha manomesso la Storia», una storia generosa che fu il riscatto morale del nostro Paese.
Il poeta rimane, sta «tra le melighe e i pioppi», «dove non sappiamo cos’è il mare | una vela | e l’onda della riva», ma dove «basta un rialzo | perché il cielo sia più vicino» e soprattutto dove ci sono «amiche, le stelle».
E con le «stelle» si chiudono le tre cantiche di un altro Dante, il padre di quella lingua che Dumas ebbe tanto a cuore.
