Considero il caso di don Antonio Vandoni rappresentativo del numeroso clero che nel 1944-1945 ruotò attorno alle vicende della formazione autonoma «Valtoce» operante inizialmente in Ossola e sul Mottarone. Per il suo orientamento cattolico e, col passare del tempo in maniera più marcata, democratico cristiano, la «Valtoce» divenne infatti il punto di riferimento principale se non esclusivo di un’articolata e ampia rete di sostegno i cui nodi erano costituiti da esponenti del clero e le cui maglie erano formate dalle parrocchie, dall’Azione e dalla Gioventù cattolica e dagli adolescenti che si aggregavano negli oratori. Alcuni sacerdoti vissero direttamente l’esperienza della Resistenza nei reparti della «Valtoce», fornendo servizi religiosi come cappellani e prendendo parte alla vita quotidiana dei combattenti come, per esempio, don Sisto Bighiani, don Massimo Ghilardi – nome di battaglia don Burla per il suo carattere estroverso e gioviale – e appunto don Vandoni.

Non mi soffermerò sugli aspetti ecclesiologici, né sulla sua vivace attività di ricerca intellettuale, in cui, tra l’altro, ebbe parte di rilievo la lettura e la riflessione sull’opera di Antonio Rosmini. Mi limiterò agli aspetti sociali e politici anche se questo comporta una separazione, una sorta di sdoppiamento che nella vita reale non esisteva. Partirò da due premesse: la prima è una rapida fotografia della diocesi di Novara, che comprendeva allora come oggi le province di Novara, del VCO e la Valsesia, l’istituzione nella quale don Vandoni operò; la seconda riguarda l’ambiente nel quale si formò e si trovò ad agire.
Durante il ventennio fascista la chiesa novarese fu la maggiore organizzazione strutturata. Era presente con diversa intensità in tutti i gangli della società, era in grado di ascoltare, interloquire e in molti casi anche di condizionare le scelte degli organismi del regime. Durante la Resistenza queste facoltà si estesero a tutti gli attori del conflitto dall’occupante nazista, alla RSI e alle formazioni partigiane, dalle forze politiche antifasciste agli esponenti dell’impresa e dell’economia. La diocesi di Novara contava 380 parrocchie – il numero rimase invariato negli anni Venti e Trenta – in un momento in cui la parrocchia vedeva accrescere il proprio ruolo e la propria centralità nell’universo cattolico. Tuttavia circa i 2/3 sorgevano in piccoli paesi al di sotto dei mille abitanti o addirittura con poche decina di anime. Molte, specialmente in montagna, erano incongruate e avevano bisogno di un sostegno esterno per sopravvivere. Alla povertà e alla miseria della popolazione corrispondeva una condizione economica disagevole anche per il clero. In tutti questi anni, come del resto si registrava nel resto dell’Europa, il corpo ecclesiastico attraversò una fase di sviluppo sotto la spinta dell’aumento delle vocazioni. Così furono riaperti i seminari di Miasino e dell’Isola di San Giulio e fu ampliato quello di Arona. L’associazionismo cattolico, anche questo in fase di rapida crescita dopo la sottoscrizione dei Patti lateranensi, godeva di una posizione chiaramente dominante anche nei confronti degli organismi fascisti. Nel 1943 si contavano in diocesi 622 circoli di Azione cattolica (AC) di cui 130 giovanili a cui bisognava aggiungere il fervore della capillare rete degli oratori e dei ricreatori. A fronte dei 20 mila aderenti che nel 1932 vantava il PNF novarese (a cui si dovrebbero aggiungere i valsesiani), l’AC denunciava ben 35 mila tesserati. La chiesa disponeva di un’enorme fucina nella quale forgiare quadri fedeli, provati, ideologizzati, di lungo corso, che andarono a costituire pezzi importanti della classe dirigente del dopoguerra fino alla crisi dei partiti politici di alcuni decenni fa. I dissidi tra la chiesa e il fascismo furono molteplici e ininterrotti, quotidiani, e le motivazioni le più diverse dal contrasto ai balli, alla pornografia e alla bestemmia agli attriti per l’uso delle campane durante i riti fascisti fino ad arrivare alla crisi più grave, nel 1931, con il tentativo del regime, a soli tre anni dalla firma degli accordi con il Vaticano, di ostacolare l’attività dell’AC chiudendone i circoli. Tuttavia, tranne eccezioni sempre possibili, questi contrasti non furono motivati dall’antifascismo, né dalla chiara consapevolezza della necessità di ripristinare diritti e libertà democratiche per tutti. Era invece una difesa delle prerogative, dei diritti e delle libertà della chiesa in un progetto di riconquista cattolica della società dopo la perdita di terreno dovuta ai duri contrasti post-unitari con lo stato liberale e allo sviluppo del movimento socialista.
Antonio Vandoni nasce il 23 aprile 1905 a Bellinzago Novarese. Il cognome Vandoni in paese è legato all’integralismo cattolico della seconda metà dell’Ottocento. Francesco Vandoni (1825-1907) fu per ben 52 anni sindaco di Bellinzago; il fratello Pietro (1846-1921), tra l’altro, collaborò a lungo come medico con la Piccola casa della divina provvidenza Cottolengo; entrambi con le loro risorse finanziarie furono artefici dell’oratorio, il «ricreo», attraverso il quale passarono le generazioni dei giovani del paese. La famiglia di Antonio, che ha due fratelli e tre sorelle, è una famiglia contadina dai contorni già sfumati rispetto alle tradizionali e proteiformi famiglie patriarcali. Il padre Alfonso è un piccolo proprietario agricolo. In casa c’è un’eredità pesante per il prestigio che reca con sé: quella dello zio, anche lui sacerdote, con cui Antonio condivide il nome. Lo zio don Antonio Vandoni (1875-1904) fu infatti il fondatore e la guida dell’Opera del Sempione, istituita con l’appoggio di don Albertario e di mons. Bonomelli presso i cantieri di Balmalonesca dove si avvicendavano in un vero e proprio slum alpino le decine di migliaia di operai addetti agli scavi del traforo. L’Opera simploniana era nata per opporsi sia al nascente movimento operaio sia al proselitismo protestante sostenuto dalla ditta svizzera a cui erano stati affidati i lavori. Il prete del Sempione scomparve in circostanze tragiche, travolto dalla furia torrente Vaira, nel 1904, l’anno precedente alla nascita del nipote e due anni prima dell’inaugurazione della galleria. Bellinzago novarese era un borgo agricolo con una consistente presenza di piccola proprietà contadina. La sua crescita demografica si arrestò nel 1921 quando raggiunse i 5.297 abitanti. Dal 1897, col primo, e tardivo, dispiegarsi dell’attività sociale della chiesa gaudenziana, i cattolici avevano conquistato spazi crescenti nella società civile fino a raggiungere una posizione egemone. Cattoliche erano le mutue, i circoli vinicoli «Umberto I» e «Vittorio Emanuele II» di Cavagliano, la sezione magistrale dell’agro novarese «Niccolò Tommaseo»; cattolico era il credito erogato dalla Banca del piccolo credito novarese; cattolica l’amministrazione comunale. Nel 1920 una delle due giunte governate dal Partito popolare in provincia di Novara è quella di Bellinzago. L’altra è Borgomanero che il giovane don Antonio avrà come destinazione rimanendovi per 26 anni.

Don Vandoni conclude la sua formazione in seminario, nel clima chiuso dominante dopo la Pascendi e la condanna del modernismo, e viene ordinato nel 1927. La sua prima sede è la rettoria di Cimamulera, una ragnatela di casolari di montagna sui quali forse aleggiava ancora il ricordo dell’eresia grignaschina, la vicenda del sacerdote domese Francesco Antonio Grignaschi (1810-1883). Fu un periodo difficile, furono «anni lunghi e tormentosi» come scrisse. Lasciata questa terra di ex ribelli contro l’istituto ecclesiastico, don Antonio Vandoni ritornerà a gettare lo sguardo all’abitato di Cimamulera l’8 settembre 1944, quando altri ribelli, i partigiani della «Valtoce» e della «Valdossola», daranno l’assalto al presidio nazifascista di Piedimulera. Nel 1930, retrocedendo da rettore a coadiutore, è destinato alla grossa e grassa parrocchia di Borgomanero. La cittadina, innervata da un potente ceto commerciale, ha raggiunto i 13 mila abitanti e vive la delicata fase dell’industrializzazione e della parallela crisi delle tradizionali modalità di conduzione agricola. Anche qui, come a Bellinzago, il cattolicesimo sociale ha avuto un forte sviluppo. Ricordiamo in proposito per il clero la figura di don Giovanni Rossignoli (1851-1909), esponente di rilievo della sociologia cattolica e, come educatore, importante riferimento per i seminaristi novaresi. Per quanto riguarda il laicato emergono, in alcuni casi anche per la posizione sociale ed economica, i nomi di Giulio Bonola Lorella (1865-1939); del giovane e battagliero avvocato Giacomo Luigi Borgna (1902-1968) già attento all’esperienza di Miglioli durante il popolarismo; di un altro uomo di legge, Achille Marazza (1894-1967), che nel 1939 eredita la villa dello zio Bonola Lorella e ne fa un importante punto di riferimento per un’opposizione antifascista ancora in nuce. Nel campo dell’associazionismo i cattolici possono contare su di un’estesa rete di sodalizi particolarmente radicata nella piccola proprietà contadina e con una certa presenza tra le operaie tessili. Non manca l’AC con il suo Circolo giovanile «Alfonso Pagani». Nel 1931 il circolo viene chiuso. Preavvertiti, i soci erano riusciti a mettere in salvo il vessillo e i documenti, ma, poco dopo, il suo presidente Giuseppe Velati (1905-1982) era stato costretto a emigrare in Francia per evitare le ritorsioni fasciste. Spetterà proprio a don Vandoni in qualità di assistente ecclesiastico curarne tra il 1934 e il 1937 la ripresa dell’attività. Ancora, nel campo dell’istruzione, cattoliche era le scuole femminili rosminiane e il Collegio maschile «Alessandro Manzoni» passato poi ai padri salesiani. Infine i cattolici avevano più volte guidato l’amministrazione comunale fino al 1923, quando la giunta del Partito popolare cadde sotto i colpi di un violento e sproporzionato attacco dello squadrismo fascista. La formazione di don Antonio Vandoni avvenne negli ambienti descritti ed è importante sottolineare il ruolo che su questa ebbero il cattolicesimo sociale e il popolarismo.
Il contributo di don Vandoni alla Resistenza si può suddividere in due fasi. La prima, che ha come epicentro Borgomanero, va dal luglio 1943 alla primavera del 1944. La seconda, vissuta in Ossola e successivamente in Svizzera, è compresa tra l’estate del 1944 e la fine del conflitto mondiale. Sono momenti che, per essere compresi appieno, hanno bisogno di due considerazioni preliminari. Il 12 settembre 1943 era deceduto a Novara il vescovo Giuseppe Castelli (1871-1943) e il 19 ottobre la guida della diocesi era stata affidata all’amministratore apostolico Giacomo Leone Ossola (1887-1951). Se la conduzione di Castelli non si era certo distinta per freddezza nei confronti del fascismo (seppure si verificarono episodi di attrito), l’arrivo di Ossola fu invece determinante per lo sviluppo delle successive vicende della Resistenza cattolica. La seconda considerazione riguarda la circostanza casuale della presenza a Borgomanero per un certo periodo di Augusto De Gasperi (1893-1966), fratello di Alcide, sfollato a causa degli eventi bellici, di Achille Marazza, che lo ospitò nella sua villa, e di Alfredo Di Dio (1920-1944), un giovane militare da poco uscito dall’accademia col grado di sottotenente e destinato a Vercelli dove, l’8 settembre, aveva tentato di opporsi all’occupazione tedesca. Di Dio, fervente cattolico, faceva parte dell’AC di Cremona, nella diocesi diretta dal vescovo Giovanni Cazzani (1867-1952). Don Vandoni assolse a un importante ruolo di raccordo e di stimolo facilitando le relazioni e gli incontri tra questi uomini. In casa del sacerdote si tenne, per esempio, una prima riunione politica tra Marazza, De Gasperi, Borgna e Natale Menotti (1901-1982), preparatoria, preliminare all’impostazione dell’attività clandestina della Democrazia cristiana nella zona. D’altro canto fu certamente importante l’opera di reclutamento dei giovani renitenti alla leva di Salò o insofferenti della guerra e del fascismo repubblicano che don Vandoni avviava verso i monti dove si stavano formando le prime bande partigiane. A volte i contatti avvenivano in confessionale, previo scambio della parola d’ordine, e naturalmente il fermento non poteva sfuggire alle spie fasciste. Infatti nel dicembre del 1943 l’ispettore di zona del PFR indirizzava al prevosto, don Pietro Mortarino (1870-1948), una vibrata e minacciosa protesta contro la propaganda antifascista svolta dal giovane clero di Borgomanero. Questa circostanza offre l’occasione per sottolineare la funzione nevralgica che ebbe il clero nel regolare il flusso di renitenti, disertori, perseguitati politici e razziali, prigionieri alleati, antifascisti dalle città e dalle pianure verso i monti e, all’occorrenza, verso il confine elvetico. Quando si trattava di giovani che aspiravano a combattere il fascismo, l’indirizzo era ovviamente, dove erano presenti, verso le formazioni cattoliche e nello specifico verso la «Valtoce». Erano molti i sacerdoti che si spesero in questa sorta di leva volontaria e popolare: don Giuseppe Annichini (1903-1987) a Omegna; don Girolamo Giacomini (1913-1988) e il cappellano del Maggiore don Edoardo Piana (1896-1976) a Novara; don Mario Belloli (1897-1960), don Giovanni Galimberti, don Ambrogio Zanotti, don Giuseppe Ravazzani (1912-2000) a Busto Arsizio. Il clero bustocco, sostenuto dal generoso apporto finanziario di alcuni industriali, fu un generoso fornitore di reclute alla «Valtoce», mentre il parroco di Villa Lesa don Federico Mercalli (1917-1981) svolse la funzione di prezioso anello di congiunzione tra le due diverse realtà geografiche. La strage al Cortavolo di Megolo del 13 febbraio 1944 fu un punto di svolta per la Resistenza nelle nostre regioni. Qui cadde il fratello minore di Alfredo, Antonio Di Dio, classe 1922. Qui cadde uno dei “ragazzi” di don Vandoni, l’operaio borgomanerese Bartolomeo Creola, classe 1925, insignito poi della medaglia d’argento al V.M. Poche settimane dopo, il 6 marzo, Alfredo Di Dio, previo pagamento di una forte somma di denaro, fu liberato dal carcere di Novara dove era detenuto, Ripresa l’attività cospirativa, in breve fu a lui chiara l’impossibilità di rimettere insieme i brandelli sparsi della banda Beltrami e, in questo contesto, prese corpo il progetto di costituire una nuova formazione che diventerà la «Valtoce».

Enrica Andoardi nel suo libro Cattolici e azzurri fissa al 1 luglio la sua nascita ufficiale; Aminta Migliari (1924-1991), che diresse il SIMNI, l’intelligence connesso alle formazioni autonome, l’anticipa al 2 giugno; don Vandoni la considera «nata» ancora prima, il 10 aprile, lunedì di Pasqua. Se consideriamo che ogni raggruppamento partigiano attraversa una fase costituente di diversa durata e con differenti ostacoli da superare, queste date non sono tra di loro incompatibili perché vanno considerate altrettanti segnali proprio della complessità di un percorso costitutivo. In genere c’è concordanza sulla caratterizzazione della «Valtoce» come divisione partigiana autonoma e anticomunista, ma si continua a discutere sulla sua apoliticità, termine che gli avveduti tendono a evitare concentrandosi invece sulla sua posizione di distanza dai partiti. D’altra parte, esaminando la stampa prodotta dalla «Valtoce» durante il periodo della zona libera ossolana, emergono consistenti grumi di quella che oggi chiameremmo l’«antipolitica». Come definire altrimenti i violenti e impietosi attacchi verbali ai «politici» in quanto tali oppure alla stessa Giunta provvisoria di governo o ancora le robuste remore nei confronti dei CLN e del CLNAI? Senza contare che il militarismo, alla cui presunta neutralità e purezza Di Dio faceva continuo riferimento, aveva anch’esso le caratteristiche di una ideologia con le sue evidenti implicazioni politiche: una per tutte, l’immancabile schieramento a fianco della monarchia sabauda. In ogni caso proprio secondo le testimonianze autorevoli di don Vandoni e di Borgna, raccolta quest’ultima dalla moglie Margherita Maspero, un orientamento politico e di partito fu presente già durante la gestazione del progetto «Valtoce» come esito di un serrato confronto con Alfredo Di Dio. Scrive don Vandoni nelle sue memorie a proposito dell’incontro di Pasquetta in casa Borgna: «Nel mio intervento affermai che la sua [di Alfredo Di Dio] posizione sarebbe stata veramente ideale, se ci fosse un regolamento unico del C.L.N., che disciplinasse militarmente tutte le formazioni esistenti, in modo che né comandanti né gregari si lasciassero guidare prevalentemente dalle proprie convinzioni ideologiche. C’era invece questa realtà innegabile, quale aveva descritto l’Avv. Borgna e che causava tanto disagio e disappunto in lui di fronte allo spirito e ai metodi delle bande ispirate a principii diversi dai nostri. Orbene questo disagio lo sentivano terribilmente anche i miei giovani, che avevo indirizzato in mancanza d’altro alle bande garibaldine, tanto che alcuni disgustati se ne erano allontanati. E lo stesso disagio lo sentirebbero in una formazione nostra quelli animati da altre ideologie. Perciò il meglio secondo me sarebbe di pensare ad una formazione, dove capi e partigiani fossero accomunati dagli stessi ideali. Gli uni e gli altri vanno in montagna liberamente, rischiano insieme la vita, vivono sempre insieme come fossero un’unica grande famiglia e quindi debbono sentirsi cementati dagli stessi sentimenti, da quelli patriottici fino a quelli politici e religiosi».
Proseguiva quindi il sacerdote:
«La più parte dei nostri giovani cattolici sono come lui cresciuti lontani da ogni esperienza politica; anticomunisti per convinzione sono diventati quasi tutti antifascisti per sofferta esperienza e sognano una libertà politica in astratto senza darle un nome. Non hanno conosciuto il Partito popolare, perché giovani e per colpa un po’ di tutti noi meno giovani non hanno mai avuto nessun contatto col movimento clandestino della Democrazia Cristiana. In quel convegno clandestino [con De Gasperi, Marazza e Menotti a cui si è fatto riferimento in precedenza] nel mio studio l’Avv. Borgna ricorderà che i più giovani erano lui e Menotti. Per fare un gruppo democristiano, dovremmo avere i democristiani, che per ora ci sono soltanto potenzialmente proprio in questi giovani cattolici. Perciò dobbiamo pensare a radunarli in una formazione consona al loro spirito cristiano ed impedire che proprio essi vadano ad ingrossare le fila dei garibaldini più organizzati di noi».
Conclude don Vandoni:
«La discussione su queste basi si protrasse fra noi tre fin verso mezzanotte, lasciandoci appena il tempo di brindare al successo dell’impresa. Toccandogli il bicchiere, vidi i suoi occhi [di Alfredo Di Dio] brillare di luce gioiosa mentre mi diceva di brindare alla formazione anzitutto militare, ma di ispirazione cristiana come siamo tutti noi e quanti vorranno seguirci».
Scrive Margherita Maspero Borgna in La nostra Resistenza (1978):
«Mio marito lo [Alfredo Di Dio] avviò a dare un indirizzo più democratico e cristiano alla formazione delle brigate che si chiamarono della “Valtoce” ed ebbero come segno di riconoscimento il fazzoletto azzurro. Di Dio era un valoroso soldato cresciuto alla scuola militare di Modena, ma non aveva fatto alcuna scelta politica. Fu mio marito ad avviarlo verso gli ideali democratici e cristiani: di questa conquista mio marito me ne parlava sempre con orgoglio».
Dunque l’embrione della «Valtoce» “nasce” con un orientamento politico dato, nella consapevolezza di un inevitabile e inarrestabile processo di politicizzazione che aveva ormai alle spalle più di sette mesi di lotta resistenziale. Come i partigiani garibaldini non erano automaticamente comunisti perché la loro direzione era comunista, la stessa considerazione vale per le brigate e le divisioni cattoliche e democratico cristiane.
Nell’estate del 1944 con lo sviluppo del movimento partigiano e, dall’altra parte, con l’arrivo a Borgomanero di nuovi contingenti di brigatisti neri, di squadracce e di militi della GNR e tedeschi, la permanenza in città di don Vandoni e di Borgna, attivamente ricercati, divenne impossibile. Entrambi si unirono in Ossola agli uomini della «Valtoce» il primo come cappellano – matricola 02180 – e il secondo col nome di battaglia di Riccardo come futuro commissario politico del comando unico di zona. Il sacerdote è a Omegna il 5 settembre accanto al letto di morte del tenente Carlo Angelini (1914-1944) e a portare conforto ai feriti ricoverati tra i quali il partigiano di Novara Italo Settembri Toti (1921-2000) a cui fu affidato l’incarico di seguire le trattative coi nazifascisti per l’istituzione della zona neutra di Omegna [il tema delle trattative, denso di palesi addentellati politici, non verrà affrontato nella presente relazione]; l’8 settembre assiste all’attacco al presidio nazifascista di Piedimulera; il 16 concelebra a Domodossola con don Sisto davanti ai partigiani delle diverse brigate; il 12 ottobre è al Boden dove nelle vicinanze la «Valtoce» ha tracciato una delle linee di difesa contro l’avanzata dei nazifascisti; il 14, tramontata la zona libera ossolana, raggiunge la Svizzera dove resterà con i partigiani internati fino al rimpatrio dal campo di Laupen il 12 luglio 1945. Nel dopoguerra la sorte di don Vandoni non fu come quella riservata a don Sisto Bighiani o a don Remigio Biancossi. Ritornò al ruolo di coadiutore a Borgomanero fino al 1956. Quindi fu destinato prima a Domodossola e poi nel 1957 a Suna dove fu parroco fino alla morte, il 22 aprile 1977. Nel 1980 il Comune di Bellinzago Novarese curò la stampa delle sue memorie resistenziali raccolte nel volume che reca come titolo il motto della «Valtoce» La vita per l’Italia (Vita partigiana). Gian Michele Gavinelli curò la ricostruzione critica del dattiloscritto originale.

Come capitò in gran parte delle brigate e delle divisioni partigiane anche la «Valtoce» attraversò diversi momenti. I principali furono due. Il primo durò dalla lunga fase preparatoria tra aprile e giugno 1944 fino alla fine della cosiddetta «repubblica» dell’Ossola con l’esodo dei combattenti in Svizzera. Questo esito, unitamente alla tragica morte del suo comandante Alfredo Di Dio al Sasso di Finero il 12 ottobre 1944 e all’omicidio del maggiore William B. Holohan (1904-1944) a capo della missione alleata Chrysler avvenuto il 6 dicembre 1944, segnò una netta cesura nella storia della formazione. Una sorta di seconda «Valtoce» si riformò a partire dai gruppi superstiti del Mottarone che confluirono nel più ampio Raggruppamento divisioni patrioti «Di Dio» costituito il 13 dicembre 1944. Mentre l’area operativa originale della formazione era l’allora Alto novarese, il Raggruppamento spostò il suo centro di gravità a Busto Arsizio, dove si trasferì anche la Chrysler, e nell’Alto milanese con varie diramazioni oltre il Ticino nella pianura novarese assumendo una marcata connotazione democratico cristiana attraverso la direzione di uomini come Giovanni Marcora (1922-1983), Luciano Vignati (1910-1987), Enrico Mattei (1906-1962), Eugenio Cefis (1921-2004), Rino Pachetti (1913-2000) e altri. Don Vandoni fu partecipe del primo momento della formazione. Quella che per semplificare possiamo definire la prima «Valtoce» si distinse sul piano politico per l’accentuato anticomunismo che raggiunse le punte più aspre durante l’occupazione partigiana dell’Ossola. Ancora oggi non sono affatto esauriti gli echi di vecchie e consunte polemiche e, a volte, si ha proprio l’impressione di respirare la concitazione di quei mesi di oltre ottanta anni fa. È una strada che, una volta accertati i fatti e assegnata loro una ragionevole gerarchia d’importanza, non porta a grandi risultati da un punto di vista storiografico. Invece sarebbe più produttivo riempire di contenuti le parole “comunismo” e “anticomunismo”. Da più parti è stato sottolineato come l’atteggiamento della chiesa e del mondo cattolico nei confronti del fascismo e del comunismo sia stato asimmetrico. Dalla collaborazione con il fascismo la chiesa cercò di ottenere i massimi vantaggi possibili salvo abbandonarlo al proprio destino una volta esaurita la sua funzione storica, dimostrata la sua incapacità e persa rovinosamente la guerra. L’opposizione al comunismo invece è integrale, radicata nei secoli a partire dalla prima comune parigina del 1848, rafforzata da uno sguardo sospettoso nei confronti di fenomeni turbolenti come la formazione della classe operaia e i massici flussi migratori e, passando a tempi più recenti, rinsaldata dalla guerra civile spagnola, dalle imprese coloniali e dall’invasione fascista dell’Unione sovietica durante la quale i fanatici pensavano di coniugare la battaglia contro il male assoluto comunista a quella contro l’eresia cristiano-ortodossa, sogno ben presto stroncato dai tedeschi che nell’operazione Barbarossa non avevano certo da guadagnare da simili complicazioni. Non si trattava di una condanna dello stalinismo ma del ripudio anche delle forme libertarie o moderate di socialismo. Questa ossessione antisocialista e anticomunista aveva nel mondo cattolico novarese il suo campione in Luigi Gedda (1902-2000) fin da quando, dal quartier generale di Casale Corte Cerro, lanciò la sua dichiarazione di guerra contro il socialismo cusiano. Gedda fu presidente federale novarese di AC dal 1929 al 1931 e continuò a esercitare la sua forte influenza quando fu promosso a ruoli dirigenti regionali e nel 1934 nazionali. L’anticomunismo era dato unificante dell’universo cattolico. Appena finita la guerra, il futuro vescovo Ossola si esprimeva in maniera categorica sulla “Rivista diocesana novarese” di luglio agosto: «Comunismo e Cattolicesimo sono due termini che secondo l’accezione universale si escludono a vicenda: o si è cattolici e non si può essere comunisti, o si è comunisti e non si può essere cattolici». E non si trattava di una condanna solo ideologica, ma di una condanna che colpiva la persona. Furono i comunisti a essere scomunicati, non i fascisti. Rileggendo L’Ossola nella tempesta di don Luigi Pellanda (1885-1961) sono stato colpito da un passaggio nel quale il prevosto di Domodossola descriveva un suo incontro con i partigiani:
«A Vogogna primo alt dinnanzi al posto di blocco partigiano [siamo nei primi giorni del settembre 1944, il prete è fermato da uomini della «Valtoce»]. Una rivelazione! Bei ragazzi a capo scoperto, in calzoni corti, ben sbarbati e pettinati, cortesi, ma armati fino ai denti. Quanto diversi dai militi tedeschi imbottiti nelle loro divise, incappellati e imberrettati! E quanto diversi da tanti partigiani magri, barbuti, arruffati e malvestiti che avevo trovato all’Ospedale o in carcere o che erano venuti a casa mia di notte!»
Si ha l’impressione che anche il look voglia la sua parte e la differenza tra un partigiano e l’altro sia quasi antropologica come se un’ipotetica sporcizia dell’anima si manifestasse nell’abbruttimento esteriore del corpo. Del resto non si allontana molto da questo imprinting Dante Graziosi (1915-1992), già commissario politico della brigata «Remo Rabellotti», che nel romanzo Nando dell’Andromeda ironicamente oppone al deputato e sindacalista socialista Secondo Ramella (1881-1963), un «burocrate del sol dell’avvenire» «ostentatamente spettinato», l’eleganza raffinata, «la cravatta rossa della “Brigata Regina”» e il savoir faire del giovane nazionalista Aldo Rossini (1888-1977) diventato poi l’esponente più in vista e la faccia “perbene” del fascismo novarese. Tornando agli eventi del 1944-’45, da parte comunista segnalo due piccoli episodi indicativi di uno sforzo di uscire dai vecchi schemi dell’anticlericalismo borghese e dell’antica mitizzazione del «Cristo socialista». Su “La nostra lotta”, uscita il 1 ottobre 1944 nella libera città di Domodossola, compare l’articolo I cattolici e la lotta per la liberazione nazionale e la democrazia. Nel maggio 1945 la federazione provinciale del PCI diffuse l’opuscolo Comunisti e cattolici dovuto alle riflessioni di Eugenio Reale (1905-1986). Don Vandoni invece scrisse nelle sue memorie:
«Forse domani i comunisti dimenticheranno l’eroismo del clero valsesiano e ossolano soprattutto per aiutarli e li insulteranno e li combatteranno. Non importa. Nelle lunghe pause della lotta partigiana quante volte abbiamo discusso di religione e di problemi spirituali. Molti hanno cominciato a mettere in dubbio il materialismo storico e a pensare che non siamo soltanto un tubo digerente. «Lei è il mio più grande amico», mi disse un giorno uno di loro, che non era degli ultimi. «Proprio io prete il suo più grande amico?» «Ma è anche il più grande nemico delle mie idee» soggiunse, forse per smorzare la prima affermazione. «Eppure, gli dissi, se per comunismo si intende una società di fratelli, che si sforzano di godersi in comune e senza egoismi le poche risorse di quaggiù, noi preti dovremmo essere più comunisti di voi».
Questa chiusa, non esente da espedienti retorici, si trova nel capitolo delle memorie intitolato I miei amici comunisti. Col passare del tempo, diversi cattolici anticomunisti ammisero di avere amici comunisti e alcuni di annoverarli addirittura tra i migliori amici. Come non credere loro, visto il degrado che ci circonda? Tuttavia, non possiamo sapere quanto la storia del dopoguerra abbia contribuito a queste scelte personali o abbia mutato rappresentazioni e giudizi anteriori. Certamente la stagione della Resistenza ha ridotto le distanze, ha contribuito a erodere almeno in piccola parte muri consolidati e ha costretto molti a guardare alla realtà e alla sua complessità.
