Gattico ha finalmente la sua piazza intitolata a Franco Nicolazzi. È stata inaugurata sabato 4 ottobre. Il contrasto non poteva essere più stridente: infatti, proprio in quei giorni, a vent’anni dalla barbara e sanguinosa distruzione a Genova del «popolo di Seattle», milioni – è proprio il caso di dirlo – di donne e uomini si sono ripresi la piazza per gridare la loro disperazione per il dramma di Gaza e del popolo palestinese. Mi sento di sottolineare questo contrasto perché le due piazze rappresentano modi opposti di intendere e di praticare la politica.

Un tempo si poteva parlare con preoccupazione della distanza che separava il paese «reale» dal paese «legale», cioè dai palazzi piccoli o grandi del governo. Oggi, l’abisso si è talmente allargato da rendere pressoché inutilizzabili queste categorie. Ebbene, una delle vergogne dell’attuale potere politico è ignorare il passato – o fingere di non conoscerlo – oppure, peggio, di fornirne una versione stravolta e menzognera. Franco Nicolazzi è stata una figura emergente di quel periodo che nel linguaggio giornalistico viene etichettato in modo fantasioso come la «prima repubblica». Socialista, è passato nel gennaio 1947 al PSLI, poi PSDI, un partito socialdemocratico di nome (diciamo: «all’italiana»), piccolo ma determinante per le sorti politiche del Paese, dapprima con la rottura dell’unità delle sinistre, poi con la partecipazione a maggioranze governative variamente assortite. Di questo partito, Nicolazzi ha ricoperto dal 1985 al 1988 la carica di segretario nazionale in un momento di feroce lotta intestina condotta senza esclusione di colpi che certamente non ha rappresentato uno spettacolo edificante. Del resto, soprattutto gli altri partiti al governo dell’Italia di allora non erano da meno.
Deputato dal 1963, Franco Nicolazzi è stato nominato ministro dell’Industria, commercio e artigianato nel 1979 (presidente del consiglio Giulio Andreotti) e ministro dei Lavori pubblici per un lungo periodo dal 1979 al 1987 (governi di Francesco Cossiga e Arnaldo Forlani), concentrando nelle sue mani negli ultimi anni anche la carica di segretario di partito. Poi il tonfo con tangentopoli, il cosiddetto scandalo delle «carceri d’oro» e la condanna che causò il suo declino politico, ma non quello del sistema che, negli anni seguenti, ha prodotto i suoi anticorpi trasmigrando nelle seconde, terze e successive repubbliche. Senza entrare nel merito delle questioni poste, c’è da chiedersi: sono forse questi gli esempi – direbbero gli antichi – di virtù che vogliamo conservare e tramandare anche attraverso atti simbolici come la titolazione di una piazza? È proprio il caso di tacere, dimenticare e seppellire il passato sotto le tonnellate di cemento e di asfalto dei lavori pubblici?
Nicolazzi ha fatto «molto» per il suo paese natale e per l’intera provincia di Novara, si dice. È vero, Nicolazzi ha fatto grande Gattico tanto che, ai tempi, qualcuno ironizzò sul fatto che sull’autostrada, da lui voluta al punto di aggirare la stessa legge vigente, la segnaletica per Gattico era a caratteri cubitali, mentre quella per Milano di dimensioni meschine e ridotte: «Se Parigi avesse lu mere…» Tuttavia non si può ignorare che questo malinteso amor di campanile era funzionale alla costruzione di un consenso personale e di partito attraverso anche quella che l’ex ministro definì «la raccomandazione del bisogno», un sottobosco che gli aveva consentito di sistemare nella sola Gattico, che nel 1981 contava 2.700 abitanti, una clientela di almeno un migliaio di persone. Anche questo non mi pare affatto un esempio di virtù né un modello di amministrazione o di politica a cui ispirarsi e da ricordare.
