Il 27 maggio 1944 decedeva all’ospedale militare Giovanni Torone. Nato a Borgomanero il 22 maggio 1922, il giovane, con l’entrata in guerra dell’Italia, era stato arruolato nel corpo degli Alpini dove ricopriva il grado di caporale. Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, fu deportato in Germania. Destinato al rimpatrio con un treno militare il 22 maggio, morì pochi giorni dopo. Giovanni faceva parte dei cosiddetti IMI, gli Internati militari italiani così definiti dai nazisti per sottrarli alle tutele previste per i prigionieri di guerra dagli ordinamenti internazionali della Convenzione di Ginevra.

Gli Italienische Militärinternierte furono catturati, rastrellati e deportati nei territori della Germania. Disarmati, furono posti davanti all’alternativa di rientrare in Italia al servizio della RSI e delle truppe germaniche oppure sopravvivere nei campi di concentramento e di lavoro del reich. Nonostante le condizioni disumane di detenzione solo il 10 % degli IMI accettò di rimpatriare. Fu un gesto silenzioso di Resistenza e di antifascismo di altissimo valore morale pagato duramente. Gli IMI, in ricordo dei quali è stato istituito il Giorno della memoria, furono tra gli 800 mila (secondo lo storico militare tedesco Gerhard Schreiber) e i 600 mila (secondo le stime del saggista Mario Avagliano). La terribile sorte riservata a questi soldati italiani fu il risultato della guerra e dell’asse militare tra il fascismo e il nazismo ma anche del modo del tutto caotico e dissennato con cui la corona decise, il 25 luglio, di rompere l’alleanza ventennale col fascismo e, l’8 settembre, quella con la Germania. Inoltre il trattamento disumano riservato dai nazisti a quei soldati che per circa quindici mesi avevano combattuto al loro fianco era uno dei risultati delle aberranti teorie razziste che consideravano i latini inferiori rispetto agli ariani puri, i soli destinati a dominare il mondo.
Molti IMI morirono per le condizioni estreme di lavoro a cui furono costretti, per le malattie e la malnutrizione, per le esecuzioni capitali effettuate negli stalag e negli arbeitslager o sotto i bombardamenti alleati. Il numero delle vittime è stimato tra 37 e 50 mila: come vittime del nazismo, la loro memoria può essere preservata dalle pietre d’inciampo.
