La giunta comunale di Verbania ha deliberato di intitolare un tratto del lungolago di Intra al neofascista Sergio Ramelli, morto il 29 aprile 1975 a Milano dopo una lunga agonia a seguito delle ferite riportate in uno scontro con un gruppo di studenti di sinistra. I responsabili dell’aggressione sono stati scoperti dieci anni dopo, processati, condannati e hanno scontato la loro pena in carcere. Ben altro destino purtroppo hanno avuto decine di processi per stragi o gravi fatti di sangue che hanno visto imputati quei picchiatori, squadristi, bombaroli o militanti neofascisti che a volte la legge ha saputo o voluto individuare.
In ogni caso, non è delle manchevolezze della giustizia terrena o dei fatti che hanno portato alla morte di Ramelli che s’intende parlare quanto del significato di una deliberazione presa in sede di giunta, e non di consiglio comunale, con quella strisciante discrezione che ingenera il dubbio della presenza di finalità non tutte immediatamente evidenti. Un primo significato è palese. Non viene sottaciuto, ma rivendicato con orgoglio: Ramelli era un militante del neofascista Fronte della gioventù, nato ufficialmente pochi anni prima, nel 1971. Già la scelta di questo nome da parte di un’organizzazione neofascista suona come un’offesa. Il primo, vero Fronte della gioventù fu nel 1944, nel pieno della lotta partigiana, quello di Eugenio Curiel. Una sua brigata combatté allora sulle nostre montagne e pianure inquadrata nella III divisione d’assalto Garibaldi «Gaspare Pajetta» ed ebbe i suoi caduti. Del resto, si può notare come questo non sia l’unico caso di “usurpazione” e stravolgimento da parte delle destre di nomi appartenenti alla storia del movimento operaio e di contenuto esattamente opposto. Il “secondo” Fronte, quello neofascista, insieme al gemello nero del FUAN, ha disseminato scuole e atenei italiani di disordini, violenze e aggressioni a giovani del movimento studentesco e della sinistra, si è fatto propagandista di una ideologia eversiva, esplicitamente antidemocratica e contraria alla Costituzione. Intitolare uno spazio pubblico a un suo esponente vuol dire prima di tutto legittimare quella ideologia, toglierle il rozzo orbace di un reato costituzionale e rivestirla con il fine doppiopetto di un “pensiero politico”, ponendola su di un piano di parità con altri modi di concepire la politica. Anzi qualcosa di più, perché Ramelli è caduto per una “causa” ed è ricordato da ampi settori della destra come un simbolo. E di fronte a un giovane, morto in circostanze così tragiche – sembra bisbigliare la delibera – la memoria storica dovrebbe cedere il passo a una pietà ecumenica.
Un secondo significato del provvedimento riguarda il luogo scelto. Il lungolago di Intra segnò l’inizio della lunga marcia di 43 partigiani da villa Caramora a Fondotoce dove 42 di loro furono massacrati dai nazifascisti. Vale la pena di ricordare che quello fu il momento più drammatico di una strage nazifascista che, nel giugno 1944, costò la vita a oltre trecento tra partigiani, alpigiani e civili. Anche qui la questione non va riposta nella quantità dei numeri, ma nella qualità delle ragioni di fondo. Una simile intitolazione in quel luogo assume i contorni della prepotenza, dell’assoluta mancanza di rispetto e della macabra vendetta di un passato che non passa. È come dire: «Qui, dove furono esposti e sfilarono, oltraggiati, laceri, straziati dalle torture, i vostri «banditi» – così i fascisti scrissero sul cartello che apriva il tragico corteo – oggi ritorna un loro pronipote che ha continuato a professare quella ideologia di morte». Parafrasando Benedetto Croce, è come dire: «Quegli ottant’anni di libertà che la repubblica, pur con i suoi limiti, ha garantito sono stati solo una parentesi tra due autoritarismi: quello fascista che è stato e quello che verrà» in cui magari gli autori della provocazione ripongono le loro tristi speranze. Invece, quei 42 uomini e quella straordinaria donna, Cleonice Tomasetti, furono veramente i «liberatori d’Italia», coloro che hanno contribuito con la loro vita alla nostra libertà, alla libertà di tutti, anche di quelli che li vilipendono. Si tratta dunque di una provocazione con l’aggravante che l’eccidio di Fondotoce non è solo una delle innumerevoli tragedie della guerra di liberazione, ma è anche un fatto storico capitale, innervato profondamente nell’identità di una città come Verbania, mentre il nome di Ramelli è del tutto estraneo a questa stessa realtà ed è noto solo a chi, per diversi motivi, lo ricorda o a chi lo celebra con tanto di saluti fascisti e inquietanti pose squadristiche.
La delibera della giunta verbanese sottintende anche le finalità meno evidenti della battaglia “culturale” ingaggiata dalla destra per contrastare una presunta egemonia della sinistra in questo campo. Prima di tutto, è cosa buona e giusta sgombrare il campo dalle sciocchezze. Non esiste nessuna egemonia della sinistra semplicemente perché, se così fosse, non avremmo il governo in carica che, tra l’altro, non brilla nemmeno per un minimo livello culturale senza aggettivi. La cultura dominante è inevitabilmente quella delle classi dominanti e, in Italia, almeno dai trascorsi anni ’80, contiene una crescente impronta conservatrice. Né c’entra in alcun modo la categoria gramsciana di “egemonia” che ha ben altro significato. Semplicemente, viene accusato di essere «di sinistra» o «comunista» tutto quanto non aggrada alla destra e ai fascisti. In poche parole, non si tratta di una battaglia culturale, in cui il confronto, la pluralità e le diversità sono il sale, ma del disordinato accaparramento di pezzi di mercato e di avamposti ideologici che in qualche modo rimandino al fascismo storico per riabilitarlo o al neofascismo del dopoguerra. In questa dinamica, la figura di Ramelli ha assunto una crescente importanza. Lo scorso anno Giuseppe Culicchia, uno scrittore torinese che vanta una discreta presa sul mercato editoriale, ne ha tracciato una biografia con il romanzo Uccidere un fascista, affidato alla distribuzione del poderoso apparato di Mondadori. Nell’aprile dello stesso anno, Culicchia è diventato direttore del Circolo dei lettori, una fondazione piemontese da tempo decisamente in sintonia con l’amministrazione regionale di destra. Se l’attività del Circolo, che recentemente ha fatto la sua prima epifania a Verbania, dove ha stretto con l’amministrazione comunale un accordo triennale, e a Stresa, si rivolge al mercato editoriale e al pubblico del lettore medio, per i palati più raffinati ci sono iniziative più gustose come la presentazione del libro del pronipote del duce Mussolini e il fascismo, sottotitolo: L’altra storia. L’“evento” si è tenuto lo scorso aprile presso la SOMS di Intra (povero Garibaldi che ne era socio onorario!) ed è stato difeso a gladio tratto dai promotori come iniziativa non di parte bensì culturale. D’altro canto, non di rozzo revisionismo o di riscrittura in chiave neofascista della storia dell’ultimo secolo si tratta, ma di una più complessa operazione di avvelenamento della memoria pubblica e di svuotamento del senso stesso della storia, privata di agganci con la realtà sociale, decontestualizzata, ridotta a macchina mitologica e popolata di figure evanescenti da Signore degli anelli. Così Ramelli diventa «una vita spezzata dall’odio», ovviamente comunista. Scompare l’intera storia del neofascismo italiano che ha condotto a quella e a cento altre tragedie. Scompare la strage di piazza Fontana e la stagione che ha innescato fino e oltre Bologna. Scompaiono le trame nere, gli studenti e gli operai accoltellati, bastonati, fatti segno di colpi d’arma da fuoco. Scompaiono le rimarchevoli differenze tra il 1975 e il 1977, tra questo e gli anni Ottanta. Tutto viene macinato nella indistinta marmellata degli “anni di piombo” a senso unico. Da una presunta cultura “di sinistra” a una “cultura” sinistra e basta: un film da minculpop già visto e pagato duramente dal popolo italiano.
