Si è spento il «raggio di sole» di Umbertina Gibin. Così la chiamava la sorella Ercolina. Quando il 21 novembre 1939 ad Ariano nel Polesine le fu portata la notizia dell’arrivo della sorellina, fu un momento di felicità e di luce. Fu lo stupore nell’avvertire che, nella vita, poteva ancora esserci qualcosa bello. Fu un «raggio di sole». Erano infatti momenti difficili. Travolto pochi mesi prima da un pirata della strada ad Arona, era morto il padre Umberto. Quel nome la più piccola della famiglia lo portò per tutta la vita con la nostalgia e l’inquietudine di non averlo potuto conoscere.

L’avrebbe cullata. L’avrebbe riscaldata con il tenero amore di padre. L’avrebbe accarezzata con le mani, con quelle mani che sapevano essere forti con il legno che ogni giorno lavorava e scorrevano sapienti e delicate sulle corde del violino che suonava. Le avrebbe insegnato la musica. Chissà. L’incidente aveva gettato la famiglia nello sconforto e nell’indigenza e, per il parto, la madre, signora Venere, era dovuta andare con i figli nel suo paese di origine. Poi erano ritornati a Borgomanero. Ormai la loro vita era qui, in poche stanze ricavate da una vecchia fabbrica andata a fuoco. Borgomanero si ingrandiva e c’era gran bisogno di case. Così un’immobiliare aveva fiutato l’affare e aveva rabberciato ad abitazione e affittato anche il rudere. Le condizioni erano difficili perché c’era la guerra e peggiorarono quando il fascismo gettò anche l’Italia nel vortice del conflitto. Ercolina con la sorella maggiore avevano trovato lavoro in un laboratorio di confezioni militari e il fratello Enzo era stato assunto in una fabbrica che produceva armi. Sentiva sulle proprie spalle la responsabilità della famiglia, ma la sua situazione divenne insostenibile quando si fece concreta la prospettiva della sua deportazione come operaio in Germania. Insofferente della prepotenza e dell’ingiustizia, Enzo scelse di andare con i partigiani. I famigliari – erano rimaste solo le donne – cominciarono a essere bersaglio di insulti continui, maltrattamenti e minacce di morte, che non risparmiavano nemmeno la piccola di quattro anni, da parte dei fascisti. Così Umbertina rivide Ariano dove i Gibin si rifugiarono nel gelido inverno tra il 1944 e il 1945.
Fu nei giorni della liberazione che appresero della morte di Enzo, avvenuta due mesi prima. Insieme all’amico Ernesto Mora, quel fratellone solare, allegro compagno di giochi, era stato barbaramente trucidato dai fascisti. Non c’era più. Era scomparso un altro punto di riferimento della sua giovane vita, ma ormai pareva che la guerra si fosse portava via ogni certezza. Gli occhi di Umbertina lo videro nei giorni del tormentato viaggio di ritorno da Ariano a Borgomanero: paesi distrutti, rovine e tizzoni, ponti spezzati, ovunque, su quei camion militari che sobbalzavano e ansimavano su strade devastate, quell’odore di polvere e di morte. Poi i piedi gonfi, poi Novara, lì all’altezza del canale Cavour la strada per Borgomanero, poi la casa distrutta: dopo la loro partenza fascisti e sciacalli ne avevano fatto scempio. Per fortuna, la guerra era finita e si poteva iniziare a ricostruire le case e i cuori.
In questo modo era cresciuta Umbertina, una delle tante a cui la guerra rubò l’infanzia. La vita le riservò altre dure prove, ma il suo raggio di sole continuò a risplendere. Non lo dimenticheremo.
