È uscito ad aprile per i tipi di Guanda l’ultimo libro di Helena Janeczek, Il tempo degli imprevisti. Buona parte delle sue pagine sono agitate da una robusta brezza di mitteleuropa, un vento comunque gradevole, un po’ misterioso e levantino. Fa eccezione la parte iniziale, decisamente occidua e non solo per collocazione geografica, nella quale la scrittrice si dedica alla vita delle sorelle Abigaille, Ille, ed Erminia, Ermis, Zanetta, nate a Suno rispettivamente nel 1875 e nel 1871, ma vissute a Milano e sfollate durante la guerra a Borgosesia per sfuggire ai bombardamenti alleati.
La narrazione si coagula attorno a quattro storie personali che costituiscono altrettanti nuclei indipendenti: come accennato, Ille ed Ermis (Le sorelle Zanetta); Franz Kafka (Una stagione di cura); Mary de Rachelwitz, figlia di Ezra Pound e di Olga Rudge (L’ultimo autunno a Venezia); Albert Hirshmann (Il tempo degli imprevisti). I luoghi spaziano dal nord ovest ai confini nord orientale e orientale in una dinamica temporale che si snoda dall’ultimo scorcio del lungo Ottocento al secolo breve. Il libro non manca di abilità tecnica né di virtuosismi nell’alternare registri narrativi, voci narranti e punti di vista differenti, nel costruire intrecci narrativi e collage di testi di diversa natura, nello sfruttare le risorse e le potenzialità del discorso indiretto libero. Sono esercizi di stile, non tutti pienamente riusciti, comunque fruibili da un lettore medio.
Quando mi trovo di fronte a narrazioni che conducono a un passato storico, seppure recente, penso al vero storico manzoniano, non tanto alla sua pretesa ricerca di verità eterne quanto all’assunto che solo scavando nel passato si possa rinvenire qualche reperto, sfuggito all’attenzione dei più, che valga la pena di descrivere e coccolare. E pensare che il presente di don Lisànder non fu affatto incolore né noioso: moti rivoluzionari e rivoluzioni di pensiero, inesorabile tramonto di imperi millenari e impetuosa avanzata del capitale e dell’industria, bandiere rosse e sante alleanze, stragi di popoli sottomessi, guerre e povertà estreme. Eppure, in tutto questo, egli non riuscì a trovare qualcosa da prendere in considerazione se non come spunto per una condanna paternalistica.
Forse questa riluttanza a narrare il presente c’è anche oggi. Intendiamoci: i famosi posteri, se conserveranno il dono della lettura, avranno modo di conoscere nelle pagine attuali anche i recessi più nascosti del quotidiano, della vita contemporanea e i moti del cuore più impensabili e sorprendenti scaturiti dalle penne di scrittori e scrittrici. Ma sarà il più delle volte sempre una conoscenza superficiale e intimistica. D’altro canto come è possibile non rilevare due contraddizioni di fondo nel racconto storico attuale? La prima è rappresentata dal fatto che a questo fa da contraltare la crescente e abissale ignoranza della storia. Anzi, quello a cui stiamo assistendo è un tentativo, attraverso le più rozze manipolazioni, di abolire la dimensione, la complessità e la problematicità del fatto storico. La seconda consiste nella dimensione circoscritta, piccina del passato narrato. Quello di cui si parla è sempre un pezzo, a volte minuto, di occidente. Ci si muove nel recinto di un orto chiuso e decadente, camminando su di un tappeto di foglie morte, senza grandi tensioni, senza possibilità o voglia di guardare al di là del muro, dove, tra l’altro, vivono altri uomini e altre culture che costituiscono la schiacciante maggioranza dell’umanità.

La prima parte del libro, che ricostruisce alcuni frammenti della vita di Ille e del suo rapporto con la sorella Ermis, mi sembra distante rispetto alle altre tre storie che comunque coinvolgono personaggi famosi o comunque non del tutto sconosciuti. Se esiste il tempo degli imprevisti, questa distanza è marcata dall’imprevisto del tempo perché le sorelle Zanetta appartengono a un’altra epoca. Sono figlie del lungo Ottocento. Si formano in un ambiente rurale e provinciale ai cui valori di solidarietà rimangono fedeli. Sono educate all’etica mazziniana del dovere e alla coerenza, al punto che Ille alla sua morte lascerà, accanto a una piccola eredità materiale, un testamento morale scritto di suo pugno. Chi oggi penserebbe mai di vergare un testamento morale? Con questo bagaglio interiore, poco più che adolescenti, le due sorelle affrontano l’impatto con Milano, una capitale morale in fase di rapida e drammatica trasformazione, e con la ritardata irruzione del Novecento nel primo dopoguerra (aspetto sul quale Helena Janeczek non si sofferma). Avvertono pienamente la presenza di due poli della vita: l’«io» e il «noi», la dimensione sociale, collettiva, il personale e il politico. Quello che potrebbe essere erroneamente scambiato per anticonformismo, fu per loro solo la ricerca di un equilibrio e di una coerenza che mancò a molte loro compagne e compagni che da un apparente anticonformismo finirono nelle braccia del fascismo – e qualcuna anche nelle braccia del suo stesso capo. Giustamente la Janeczek si sofferma sulla figura del nipote Clelio morto in guerra. Ille lo considerava suo erede morale e la scomparsa segnò una cesura nella sua vita, ma non fece venire meno la responsabilità nei confronti di se stessa e di un mondo che, lei appassionata cultrice dell’esperanto, sognava senza confini, socialista e internazionalista.
Helena Janeczek, Il tempo degli imprevisti, Milano, Guanda, 2024
