Il 15 marzo 1945 veniva fucilato in località Garella, nel comune di Castelletto Cervo, il partigiano Lorenzo Cerutti, Valencia. Era stato catturato dai nazifascisti il 3 marzo nell’inferno della Pozzasca dove era stato ucciso il concittadino Ubaldo Tacchelli ed erano stati fatti prigionieri altri quattro borgomaneresi. Lorenzo fu incarcerato, prelevato dalla cella con l’inganno e passato per le armi con altri undici compagni per abietta rappresaglia.

Lorenzo era nato a Santo Stefano di Borgomanero l’11 novembre 1925 in una famiglia di contadini poveri figlio di Giovanni e di Maria Zanetta. Il padre, ritornato dal Brasile dove era emigrato per lavoro, rimase per lunghi anni sotto ferma militare in Libia dal 1912 fino a dopo la fine del primo conflitto mondiale nel 1919. Dopo la guerra, le difficoltà economiche lo indussero a ripercorrere le strade dell’emigrazione e nel 1938 a portare con sé in Francia il primogenito Lorenzo, allora appena tredicenne, lasciando a casa la moglie con l’altro figlio Pietro. L’unità della famiglia si ricompose in un momento di grave difficoltà nel 1941 quando Giovanni e Lorenzo furono costretti a rimpatriare precipitosamente. Infatti, anche nel dipartimento dell’Isère, dove lavoravano, acceso era il risentimento contro gli italiani causato dalla «pugnalata alla schiena», cioè dalla vile aggressione fascista alla Francia. Lorenzo trovò lavoro in fabbrica prima alla fonderia Olivari, poi come saldatore alla SIAI. Le differenze tra la condizione operaia in Francia e in Italia erano marcate e non solo sul piano salariale, del trattamento e delle garanzie sociali ma anche, e soprattutto, per la mancanza di libertà e diritti, per l’arroganza e la stupidità del regime particolarmente evidente nei corsi premilitari che il giovane era costretto a frequentare. Il padre tentò di contenere il malumore del figlio, ma agli inizi del mese di giugno 1944 Lorenzo scelse di salire in montagna nelle formazioni partigiane aggregandosi alla 84a brigata garibaldina valsesiana intitolata all’alpino Attilio Musati. Prese il nome di battaglia di Valencia, la città spagnola che fu per un certo periodo sede del governo della repubblica antifascista. A settembre, Valencia prese parte alla temporanea liberazione di Gozzano da parte delle forze garibaldine. Il 4 novembre venne ferito sul ponte di Isolella. Affidato alle cure del sistema sanitario partigiano, trascorse poi un breve periodo di convalescenza presso una famiglia di Coggiola.
Ancora non del tutto ristabilitosi, riprese il suo posto di combattimento e nei primi giorni di marzo si trovò nei pressi di Lozzolo a fronteggiare, con il fratello Pietro che da poco si era aggregato alla «Strisciante Musati» col nome di battaglia di Spada, un massiccio rastrellamento nazifascista. Incalzati dai nemici, raggiunsero Vintebbio, dove trovarono un centinaio di sbandati, giovani reclute partigiane in gran parte in abiti civili e disarmate, e un gruppo di partigiani della brigata «Osella» al comando di Pierino Vinzio. All’indomani mattina, giorno 3 marzo, mentre il gruppo si trovava in località Pozzasca in posizione difficile con molti dei suoi componenti imprudentemente allo scoperto, furono attaccati da un reparto repubblichino poco numeroso. Il panico, che indusse i più giovani e inesperti a una fuga disperata e la mancanza di una reazione ordinata trasformò un’offensiva certamente non travolgente in una catastrofe. Cinque partigiani furono uccisi, molti feriti e 45 fatti prigionieri. Mentre Pietro era riuscito a sfuggire all’accerchiamento, Lorenzo riuscì a sottrarsi alla carneficina e a nascondersi, ma fu catturato nel rastrellamento seguito all’attacco nazifascista. Unito alla schiera dei prigionieri, Valencia incontrò un partigiano di Borgomanero ferito a una gamba che si mise sulle spalle. Facevano parte del gruppo i concittadini Fortunato Barbaglia, Bill, Giovanni Cerutti di Vergano, Enrico Fornara, Fulvio e Teresio Mora, Zac. Caricati sui camion, furono trasportati prima a Romagnano Sesia poi alle carceri di Vercelli. Valencia fu poi tradotto alle terribili Nuove di Torino. Il 14 marzo fu prelevato, pare, dai tedeschi con altri undici detenuti con la scusa «di portarli a lavorare». Il convoglio si avviò verso Chivasso, dove fu catturato un altro ostaggio, e si fermò durante la notte a Vercelli. All’indomani proseguì verso Buronzo imboccando la strada che conduce a Cossato e che attraversa l’attuale confine tra le province di Vercelli e di Biella. Il viaggio terminò alla Garella, una manciata di case poste su di una piccola altura circondata dalle risaie, in comune di Castelletto Cervo, dove qualche giorno prima era avvenuto uno scontro tra partigiani e tedeschi. Alle 7,30 le dodici vittime furono fatte scendere dal camion e a scaglioni furono trucidate e sfigurate dai colpi di grazia. La gente del posto li ricompose pietosamente e li seppellì nel cimitero di Buronzo. I quattro partigiani della «Musati» furono poi portati a Lozzolo, mentre gli otto uomini, che erano in forza alle formazioni biellesi comandate da Francesco Moranino Gemisto, furono traslate a Pray Biellese.

Appresa la notizia della cattura del figlio, domenica 19 marzo, il padre Giovanni e il fratello Pietro raggiunsero separatamente il comando della «Musati» a Lozzolo per sollecitare uno scambio, ma qui purtroppo appresero della morte di Valencia. Più tardi giunse alla madre Maria una lettera da Torino. L’aveva scritta il figlio Lorenzo, ancora speranzoso di una sua liberazione attraverso uno scambio di prigionieri. Il nome di Valencia è ricordato nei monumenti della Garella e di Lozzolo, dedicato ai caduti della «Musati», e nel sacrario del cimitero di Borgomanero.

