MAURO VENEGONI E I SUOI FRATELLI


La ricchezza della Resistenza è dovuta anche agli apporti di una miriade di famiglie che, nonostante le lacerazioni di vent’anni di dittatura e della guerra, non smisero mai di lottare. E qui la memoria va alla tragedia dei sette fratelli Cervi o, più vicino a noi in Valsesia, alla generosità dei nove figli della famiglia Carniello o ancora al forte legame tra fratelli e sorelle dei martiri Mora e Gibin e a innumerevoli altri. La maggior parte di queste storie non sono andate oltre la dimensione dei ricordi familiari né sono riuscite ad attraversare i confini del paese, della città o di un ristretto territorio. Anche per questo è importante il libro di Renata Pasquetto sulla famiglia Venegoni di Legnano. Una città industriale con al centro il grande complesso della Franco Tosi, una famiglia operaia incatenata con l’anello forte di mama Angiulina, quattro fratelli: Carlo, Pierino, Guido e Mauro, Medaglia d’oro al V. M, massacrato dai fascisti nei pressi di Busto Arsizio il 31 ottobre 1944. Tutti hanno avuto un ruolo significativo nella lotta antifascista e nella storia del movimento operaio da Carlo, nel 1927 segretario della Camera del lavoro torinese e direttore di “Battaglie sindacali”, il giornale clandestino della ricostituita CGdL, a Guido, il più giovane, su cui cade il peso della difficile decisione di proclamare a Milano lo sciopero generale del 15 dicembre 1969, giorno dei funerali delle vittime dell’attentato fascista di piazza Fontana.

La ricostruzione biografica della Pasquetto, che si avvale tra l’altro della Prefazione di Aldo Tortorella, come ricorda il presidente ANED Dario Venegoni, «corona diversi decenni di ricerche e di studi» e di collaborazione con i famigliari. L’autrice si muove con sicurezza tra testimonianze, esaurienti e numerose, un ricco epistolario, fonti archivistiche, bibliografia e un’interessante documentazione fotografica. Le vicende della famiglia Venegoni sono saldamente ancorate alla storia dei mutamenti socio-economici e politici che hanno trasformato Legnano in una delle tante «Manchester d’Italia» e hanno sedimentato l’humus per il radicamento di un forte movimento operaio. Tutte le svolte epocali della prima metà del Novecento, e il loro innervarsi nella difficile vita quotidiana di una famiglia proletaria, sono attraversate: la Grande guerra, l’occupazione delle fabbriche, lo squadrismo e il fascismo al potere, la scissione di Livorno, l’opposizione clandestina, i rigori della povertà estrema, della vigilanza poliziesca, del Tribunale speciale, del carcere, del confino e della deportazione. Nonostante ciò, già al principio del novembre 1943, l’Organizzazione comunista dell’Alto Milanese caparbiamente costruita dai fratelli Venegoni è in grado di dare alle stampe “Il Lavoratore”, che supera nello spazio di poco tempo le ventimila copie diffuse, di tenere regolari contatti con le formazioni partigiane in Valgrande e nella provincia novarese, di guidare gli scioperi nelle grandi fabbriche tra il Ticino il capoluogo lombardo e di mettere in campo l’azione militare del 101° GAP. Furono anni difficili, anche per l’asprezza del confronto all’interno del Partito Comunista d’Italia e in seno all’Internazionale, durante i quali i Venegoni, e in modo particolare Mauro, si distinsero per capacità critica e coerenza personale. Di qui le accuse improprie di bordighismo, di trotzskismo e più genericamente di estremismo che a loro furono rivolte. In realtà erano «uomini liberi» e lo erano perché comunisti e perché profondamente radicati nelle istanze e nelle esigenze dei lavoratori. Di questo loro ancoraggio alla «realtà effettuale» della classe sono prove lo spirito unitario con cui collaborarono nel CLN e parteciparono alla lotta armata e la decisione, nel luglio 1944, di confluire con la loro organizzazione nel PCI proprio per corroborare la lotta antifascista in un momento cruciale. La narrazione della Pasquetto, che si ferma alla Liberazione e ai funerali di Mauro avvenuti un anno dopo il martirio, sottolinea la continuità tra antifascismo e Resistenza, mette in evidenza le specificità dell’opposizione operaia e indica il fertile terreno delle dinamiche familiari come interessante spunto di approfondimento storiografico.

Gli effetti dell’attività svolta dai fratelli Venegoni, che si fecero sentire al di là dell’area dell’Alto Milanese, pongono il nodo dei rapporti tra città e montagna e, nello specifico, tra l’area urbanizzata della sponda lombarda del Ticino, la Valgrande, l’Ossola, il Novarese e la Valsesia. I legami furono forti e intensi tanto da caratterizzare la lotta partigiana in queste zone. Dalla Lombardia provenivano flussi di approvvigionamenti, armi (leggendari i trafugamenti dalla Isotta Fraschini di Cavaria), medicinali, denaro e si dipanava la rete dei sentieri che conducevano in salvo in Svizzera i prigionieri alleati, i perseguitati politici e razziali, i fuoriusciti. In Lombardia avevano sede gli organi dirigenti politici e militari della Resistenza, il CLNAI, il CVL il comando delle Garibaldi. Ancora imponente fu l’apporto di nuove reclute alle brigate e alle divisioni partigiane: giovani combattenti, renitenti ai bandi della RSI, disertori, militari, molti anche da Legnano e dalle città vicine. In questo cammino a ritroso dal piano alla montagna i fratelli Venegoni ebbero un ruolo significativo come già accennato. Claudio Pavone ricorda ancora che la diffusione de “Il Lavoratore”, di cui uscirono undici numeri, e dei “Quaderni” si spinse fino alla Valsesia tra i garibaldini di Moscatelli e Gastone. D’altro canto, il polo aeronautico del Gallaratese – SIAI Marchetti, Caproni, dove lavorava Mauro, e Agusta – si prolungava a nord raggiungendo Vergiate, Sesto Calende e Borgomanero, dove lo stabilimento della SIAI, che durante la guerra si aggirava sul migliaio di dipendenti, fu all’avanguardia degli scioperi contro la guerra nella zona. Dopo l’eccidio di piazzale Loreto del 10 agosto 1944 e la difficile situazione che si era creata nel Milanese, Mauro Venegoni, il cui nome di battaglia era Landi, riparò in Valsesia nella I divisione garibaldina «F.lli Varalli». Fu un’esperienza breve e non priva di incomprensioni a cui Mauro pose termine scegliendo di spostarsi a combattere in Brianza.

Anche uomini legati ai Venegoni da vincoli politici e personali diedero un contributo importante alla Resistenza sul versante piemontese. Samuele Turconi Sandro, organizzatore dell’azione all’albergo Mantegazza condotta per vendicare l’efferata uccisione di Mauro, fu in contatto con la 118a «Remo Servadei» come il comandante Antonio Jelmini Fagno. Quest’ultimo, operaio alla Caproni, considerava Mauro Venegoni come proprio maestro di lotta partigiana. Costretto da un forte rastrellamento nemico a passare il Ticino con la sua formazione, la 1a Brigata lombarda di montagna, Jelmini stabilì la propria base di partenza per le azioni, che continuava a portare nel Gallaratese al di là del fiume, sulle colline nei dintorni di Mezzomerico a poca distanza dal comando della 118a. La convivenza delle due brigate partigiane, nonostante la comune matrice garibaldina, si rivelò problematica per diversi motivi: l’appartenenza a comandi territoriali diversi, l’incomprensione da parte dei piemontesi delle diverse esigenze e condizioni della guerriglia condotta nella pianura lombarda e infine le stesse ingiuste accuse di settarismo e di indisciplina che si erano abbattute sui Venegoni e sulla loro organizzazione e che venivano con insensata superficialità addebitate a chi era entrato in contatto con loro. Alla fine la brigata guidata da Jelmini fu aggregata nel marzo 1945 alla «Remo Servadei» e combatté nella battaglia di Arona del 14 aprile durante la quale caddero due suoi partigiani.

Renata Pasquetto, Mauro Venegoni e i suoi fratelli. La vita e le battaglie di una famiglia antifascista di Legnano, Milano-Udine, Mimesis edizioni, 2023, pp. 471