ORESTE MEDINA


Il 26 gennaio 1945, veniva fucilato a Pieve di Teco, in provincia di Imperia, il partigiano borgomanerese Oreste Medina. Era stato catturato con i garibaldini della sua squadra qualche giorno prima in un paese situato a poca distanza. Correva l’ultimo inverno di guerra, il più terribile sia per le condizioni climatiche sia per l’estremo e disperato sussulto dei nazifascisti che, traendo profitto dalla pausa dei combattimenti contro gli alleati, avevano investito con massicci rastrellamenti il fronte partigiano senza risparmiare l’entroterra ligure.

Oreste era nato a Borgomanero, in località Cascina Fontana, il 1 marzo 1924. Il padre Antonio e la madre Regina, classe 1899, erano contadini. Lavorava alle Officine Primatesta, la cosiddetta «fabbrica dell’ottone». Le paghe erano poca cosa – lamentavano gli operai – erano come una goccia, ma quella goccia, in tempi assai difficili, serviva per tirare avanti. Quel modesto contributo alla sopravvivenza della famiglia venne meno quando il giovane fu chiamato alle armi e destinato ai reparti della marina militare. Dopo l’annuncio dell’armistizio l’8 settembre 1943, come centinaia di migliaia di soldati italiani, fu catturato dai tedeschi. Era l’operazione Achse i cui scopi erano quelli di neutralizzare le forze armate regie e di deportare come schiavi il maggior numero di uomini per alimentare l’economia industriale-militare della Germania. Oreste riuscì a fuggire e trovò riparo nelle formazioni combattenti che operavano sulle Alpi liguri. Entrò a far parte della 3a brigata garibaldina «Ettore Bacigalupo», poi inquadrata nella divisione «M. O. Silvio Bonfante»: Cion, questo era il suo nome di battaglia, era un operaio di Oneglia, morto il 17 ottobre 1944 in un rastrellamento mentre era ricoverato in un ospedaletto da campo a Briga Alta. A lui appunto fu intitolata la VI divisione, l’ultima a costituirsi nella zona prima della fine della guerra. Il 20 gennaio 1945, Oreste, nome di battaglia Fabbri, si trovava con una squadra di 12 uomini a Degolla quando i nazifascisti, guidati da una spia, giunsero all’improvviso senza che le sentinelle riuscissero avvisarli. Nel conflitto a fuoco che seguì, caddero tre partigiani, uno rimase ferito e i rimanenti furono trasferiti a Pieve di Teco nella caserma “Sebastiano Manfredi” dove con ogni probabilità furono torturati. Tra di loro c’era un ragazzo di 16 anni. Tutti furono fucilati in Prato Sertorio il 26 gennaio 1945.

Pieve di Teco

Oreste era riuscito a scrivere una lettera d’addio, che fu portata alla famiglia nel giugno 1945 da un certo Erbetta di Cureggio. La madre, intervistata nel 1979, ne ricordava il contenuto con queste parole: «Cara mamma, ti scrivo in questa scura e fredda cella – era il mese di gennaio, nèh – in questa scura e fredda cella, con mano tremante, ti scrivo per l’ultima volta e ti saluto con ardore. Arrivederci lassù. Mi hanno causato [accusato] di essere partigiano. Ti saluto con ardore. Arrivederci lassù, – quello che mi ha scritto – non piangere». Nel novembre 1945, in ricordo del giovane trucidato, fu annunciata a Santa Cristina una gara ciclistica «Coppa Medina Oreste martire della Libertà». Il suo nome è ricordato nella lapide collocata sulla facciata del comune di Pieve di Teco per cura della FIVL il 25 aprile 1959; nell’iscrizione della chiesetta di Sant’Alessandro sopra Cascina Fontana e nel monumento a tutti i caduti della valle dell’Arroscia inaugurato a Pieve di Teco il 19 settembre 1999.

Sagrato di Sant’Alessandro