Gabriele Ranzato, nel recente saggio Eroi pericolosi. La lotta armata dei comunisti nella Resistenza, ripropone un tema per alcuni oggetto di mero vilipendio, da altri messo in soffitta e da altri ancora trattato con molta circospezione e sottovoce. Ci sarà sicuramente occasione di ritornare sulle tesi contenute nel libro, sui «chiaroscuri» e i «meriti» garibaldini snocciolati dallo storico romano. Al momento voglio soffermarmi sulle poche pagine (205-219) dedicate alla zona libera dell’Ossola. L’autore sostiene che i comunisti, pur avendo avuto un «ruolo secondario nella sua liberazione», contribuirono a «rendere impossibile la necessaria compattezza di tutte le forze partigiane» e a ostacolare la formazione di un comando unico militare tentando di ovviare alla loro condizione di grave minorità attraverso l’unificazione delle formazioni valsesiane con quelle dell’Ossola. Regista autorevole di questo ombroso piano, per di più calato dall’alto della Delegazione lombarda delle formazioni garibaldine, fu il commissario politico della divisione valsesiana Vincenzo Cino Moscatelli.

Fu lui infatti, scrive Ranzato, scortato da «un distaccamento dei suoi uomini», a penetrare in Domodossola giovedì 21 settembre, presentandosi prima davanti alla giunta provvisoria di governo e poi parlando alla popolazione che si era raccolta in piazza Mercato, decisione da lui assunta in spregio del monito di… «non turbare l’ordine pubblico» rivolto dal socialista Corrado Bonfantini e dal comandante Dionigi Superti. Quel comizio – continua Ranzato – ebbe «poco a che fare con la democrazia» e la calata di Moscatelli fu una «forzatura comunista» allo scopo di «imporsi a tutto il fronte antifascista politico e militare, attraverso una presenza egemonica alla testa dello schieramento armato che difendeva la valle, anche in quel raro caso in cui essi [i comunisti] ne costituivano una componente limitata». Insomma fu «un ostinato tentativo di sopraffazione», un maldestro caso di «patriottismo di partito», che impedì la formazione di «un piccolo esercito partigiano».
Non condivido questo giudizio duro e impietoso. Tuttavia, prima di entrare nel merito di alcune delle valutazioni di Ranzato, parto da due piccole osservazioni. La prima, di carattere generale, riguarda l’impiego del termine “comunismo” inteso come un grande e multiforme blocco di obbedienza stalinista. Nella Resistenza fu presente anche quella che genericamente si potrebbe definire una sinistra comunista plurale ed eretica, trotzkista, bordighiana, libertaria le cui posizioni divergevano da quelle del PCI. A eccezione del movimento romano di “Bandiera rossa”, si trattò il più delle volte di piccole aggregazioni, tutt’al più di qualche brigata, di schegge e frammenti, di percorsi individuali che all’occorrenza venivano prontamente stroncati dal PCI. Infatti, se da parte di questo partito c’era disponibilità al confronto politico e al compromesso a destra con l’antifascismo non comunista, non venivano di certo usati guanti di velluto alla sua sinistra nei confronti di altri «eroi pericolosi», purtroppo inghiottiti dal nulla storiografico. Inoltre, non si comprende quale sia la strutturazione di base del partito, né come i garibaldini diventino comunisti, in quale “misura” lo siano, né su quali coordinate di fondo si muova l’ideologia e la cultura politica da loro acquisite durante la lotta partigiana. Rimane un generico rimando ai vertici del partito oppure ai commissari politici (poi diventati commissari di guerra) che tuttavia non risponde alle domande se non altro perché questo ultimo ruolo fu interpretato con metodi, gradi di preparazione, abilità personali ed esiti profondamente diversi da brigata a brigata e da plotone a plotone. Quanto alla durata dell’esperienza partigiana sappiamo che lo sviluppo della coscienza individuale ha tempi propri che non si possono misurare con il calendario né con l’orologio né tanto meno con il periodo trascorso in una formazione combattente. La seconda osservazione – e qui entriamo sul terreno ossolano – riguarda Moscatelli. Adolescente partecipe a Novara dell’occupazione delle fabbriche e delle battaglie di quartiere contro gli squadristi, poi strenuo oppositore del regime, quindi organizzatore dei primi nuclei partigiani e sagace comandante dei reparti valsesiani, non era certo uomo da adeguarsi supinamente a direttive provenienti dall’alto. L’unificazione dei contingenti di Valsesia, Ossola, Verbano e Lago d’Orta aveva le sue ragioni così come le avevano il riferimento a Milano e quella discesa del 21 settembre a Domodossola.
In primo luogo ci troviamo di fronte a un’area certamente disomogenea ma dotata al suo interno di legami secolari di natura economica, sociale, culturale, simbolica e politico-amministrativa sui quali non mi soffermo. Mi limito a ricordare che fino al 1927, insieme a Novarese, Vercellese e Biellese, costituiva una delle più estese province del Regno d’Italia. D’altra parte la diocesi di Novara si estendeva, e si estende tuttora, fino al Monte Rosa e al confine elvetico con Vallese e Ticino. In secondo luogo l’importanza dell’Ossola non risiedeva solo nelle «molte vie di accesso alla Svizzera». La confederazione era l’unica isola neutrale rimasta in un’Europa sconvolta dalla guerra. D’altra parte, il transito del Sempione consentiva agli occupanti tedeschi di collegare la Germania all’Italia al riparo dai bombardamenti alleati. In ogni caso la risorsa strategica delle valli era l’oro bianco che alimentava le fabbriche del polo milanese e quelle di Novara, centro minore ma pure significativo del triangolo industriale. Lo stesso fondovalle ossolano era sede di importanti complessi siderurgici e chimici. In terzo luogo altrettanto forti erano le connessioni tra l’Ossola e il capoluogo lombardo. Territorio, solo a Settecento inoltrato passato sotto il dominio della lontana Torino e assoggettato alla perequazione sabauda, ospitava nelle sue valli un numero cospicuo di giovani milanesi e lombardi che, saliti in montagna, avevano imbracciato le armi. Consentiva il transito da e per la Svizzera anche attraverso i sentieri degli spalloni e del contrabbando. Aveva visto svilupparsi con le terre lombarde una fitta maglia di relazioni attraverso la quale passavano materie prime, forza lavoro, rifornimenti di armi, sostegni finanziari, assistenza sanitaria, approvvigionamenti, collegamenti politici, uomini e donne. Ecco perché sia il riferimento a Milano sia il disegno di integrare la resistenza valsesiana con quella del Verbano, Cusio e Ossola avevano ragionevoli fondamenti e non erano dovuti a una presunta volontà di sopraffazione o a oscure mene di comunisti malintenzionati.

Certamente i comunisti inquadrati nelle formazioni garibaldine erano sul piano numerico una minoranza dello schieramento partigiano in Ossola, ma non ne erano affatto una componente irrisoria né ininfluente sugli equilibri militari. Quanto a quelli politici invece i comunisti nella Giunta provvisoria di governo, insediata per ordine del comandante autonomo Superti il 10 settembre, furono nel corso del tempo meglio rappresentati e non si può certo affermare che i commissari comunisti, tra cui Gisella Floreanini, abbiano svolto opera di ostruzionismo o di sopraffazione o abbiano ispirato la loro azione a criteri di bassa cucina di partito. Al di là dei rapporti tutt’altro che agevoli durante la stagione ossolana tra politici e militari, ci sono motivi particolari che spiegano lo sviluppo più marcato delle brigate autonome (per esempio, le forti connessioni con l’antifascismo cattolico nel Bustocco e con la fitta rete dei sacerdoti attivi nella Resistenza), così come ci sono altre ragioni che rendono conto della relativa inferiorità numerica delle brigate comuniste (per esempio, le pesanti conseguenze della sanguinosa repressione della rivolta operaia di Villadossola dell’8 novembre 1943 durante la quale si smagliò irrimediabilmente il primitivo tessuto organizzativo del PCI). D’altra parte, la presenza comunista non era limitata alle sole «Garibaldi» perché non pochi elementi comunisti erano presenti all’interno delle brigate autonome le cui posizioni nei confronti dell’agibilità politica erano differenziate. Per esempio, all’interno della «Valdossola», la più consistente formazione autonoma, la presenza dei comunisti non incontrava ostacoli, mentre le posizioni della divisione rimanevano rigorosamente indipendenti da quelle dei partiti. Per quanto riguarda gli aspetti militari, se i garibaldini furono lasciati quasi soli a combattere la battaglia di Gravellona Toce, ultimo presidio nazifascista rimasto alle porte dell’Ossola, durante la quale c’è motivo di credere che furono impiegati anche gli uomini e le armi del numeroso contingente nazifascista lasciato libero a Domodossola, stessa sorte capitò all’autonoma «Piave» impossibilitata a difendere il caposaldo di Cannobio, conquistato fra il 31 agosto e il 1 settembre, lasciando così scoperto il fianco orientale e ponendo le premesse del piano del comandante Ludwig Buch: una manovra “a tenaglia” che avrebbe posto fine poco più di un mese dopo all’esperienza della zona libera. In ogni caso, i garibaldini del battaglione «Redi» incorporato poi nella brigata «Castaldi» diedero un contributo decisivo allo smantellamento dei presidi repubblichini e tedeschi su tutta l’ampia area posta a nord del capoluogo nelle valli di Antigorio, Divedro, Formazza e Devero fino al confine elvetico. A ovest i garibaldini presidiavano con l’83a brigata le valli Anzasca, Antrona e Bognanco. E non pare affatto un posizionamento di valore secondario. Senza questa «cintura» stretta attorno al capoluogo e senza questa preliminare bonifica, condotta a sud e a est di Domodossola dagli autonomi, non ci sarebbe stata nessuna “repubblica”. La proclamazione della zona libera infatti fu possibile solo dopo la ritirata piuttosto precipitosa e affannosa delle forze nemiche, che si concentrarono a Domodossola, e dopo la trattativa del pomeriggio del 9 settembre a Croppo di Trontano, che consentì a un numero compreso fra 600 e 750 nazifascisti di ricongiungersi con i contingenti di Gravellona Toce, Fondotoce e Baveno senza sparare un colpo e pure con i loro armamenti.

I comunisti furono tagliati fuori da quella trattativa (come ad Alba il successivo 10 ottobre) e tenuti il più possibile lontani dal capoluogo che rimaneva il centro decisionale della zona libera. Le formazioni autonome si assicurarono così una rendita di posizione da un punto di vista militare – per esempio, nella leva e nel conseguente rigonfiamento del numero degli effettivi, nella distribuzione delle scarse risorse e degli armamenti, nella logistica, nell’intendenza – e un vantaggio politico, per quanto riguarda la visibilità, anche internazionale, e i rapporti con la giunta provvisoria di governo. Questa sorta di conventio ad excludendum marciava su due stampelle che si integravano reciprocamente: quella che in anni recenti fu definita come l’“antipolitica” e l’anticomunismo. Sia la diffidenza, se non l’odio aperto nei confronti della politica, dei politici (che non risparmiava gli esuli provenienti dalla Svizzera) e dei partiti, intesi come sicuro veicolo di infezione delle coscienze, di turbativa e di divisione, sia lo stigma infamante, se non la vera e propria ossessione contro tutto ciò che non piaceva e per questo veniva ritenuto comunista, erano entrambe ideologie che uscivano rafforzate ed egemoni da oltre un ventennio di fascismo. Il pluralismo diventò la politica intesa come “cosa sporca”, uno dei refrain della propaganda del regime. L’anticomunismo fu uno degli assi portanti della dittatura (e sarà, per i suoi epigoni, il trojan horse che consentirà di svolgere un ruolo non propriamente secondario nella politica italiana dalla guerra fredda in poi). Tutto ciò non era magicamente venuto meno dopo il 25 luglio 1943. Vale la pena di riferire un noto episodio che si verificò durante l’esercizio del governo provvisorio ossolano. Umberto Terracini curava dal 18 settembre la redazione del “Bollettino Quotidiano di Informazioni” della Giunta che, per volere dei suoi componenti socialisti, era stampato su carta rossa. Un reparto di partigiani autonomi, con atto di forza, fece irruzione nella tipografia di Antonio Porta requisì e fece sparire tutte le risme di colore rosso, ritenendole segno di inaccettabile parzialità politica e forse pericolosi agenti d’influenza comunista. Così dal 28 settembre il “Bollettino” fu stampato su carta bianca. Eppure i sequestratori erano uomini e non una mandria di tori miura. L’insieme di questi atteggiamenti aveva poco o tanto a che fare con la democrazia? Tuttavia è ancora più interessante chiedersi: si possono ricostruire e interpretare pezzi di storia della vicenda comunista senza una storia parallela dell’anticomunismo in tutte le sue articolazioni?

Si potrà qualificare come si vuole la “calata” del buon Cino Moscatelli su Domodossola, ma mi pare che in Ossola i garibaldini, al di là della loro minore consistenza e ben maggiore combattività e incisività, si trovassero davanti qualcosa di diverso da un atteggiamento ostruzionistico o da una normale lotta politica o da una legittima difesa da parte delle formazioni autonome del valore delle posizioni da loro acquisite. Il problema mi pare fosse – e anche qui ricorro a un termine di altri tempi, sicuramente inadeguato – quello dell’“agibilità politica” che da diverse parti e con differenti intendimenti si tendeva a limitare il più possibile o addirittura a chiudere. Moscatelli dimostrò che questi non erano gli intendimenti di tutta la popolazione ossolana e che anche i comunisti avevano diritto a un loro spazio politico. E anche sulla questione del comando unico, se i comunisti ebbero colpa, nessuno degli altri interlocutori men che meno avrebbe potuto scagliare la biblica prima pietra.
Gabriele Ranzato, Eroi pericolosi. La lotta armata dei comunisti nella Resistenza, Roma-Bari, Laterza, 2024, pp. 404
