QUELLA INVINCIBILE MALATTIA CHE SI CHIAMA LIBERTÀ


La collana Passato prossimo dell’editore Mimesis, propone il volume Malati di libertà. Storia delle evasioni dei prigionieri antifascisti nell’ospedale milanese di Niguarda (1943-1945), una ricostruzione inusuale e per certi aspetti sorprendente del ruolo svolto dal grande ospedale milanese di Niguarda nella lotta di liberazione. Ne sono autori i giornalisti Daniele Pascucci e Riccardo Degregorio e i giovani ricercatori di storia Alessandro Schiavoni e Carlo Celentano, un gruppo raccolto agli inizi del 2021 dalla sezione ANPI «Martiri Niguardesi» di Milano per approfondire e ridare nerbo a quelli che, dopo la scomparsa degli attori e dei testimoni, apparivano ormai come ricordi frammentari o sbiaditi, non del tutto privi di contorni epici.

Dopo anni di lavoro, quei vuoti si sono sostanziati di nomi di uomini e donne, date, fatti e significati nuovi. Quegli aloni di leggenda non si sono rarefatti anzi hanno assunto una consistenza reale che desta maggiore stupore a fronte del grigiore che incombe oggi sul Paese. Pertanto, il volume assume anche un valore di «resistenza» culturale e civile, di scrupolo metodologico e di esempio di una stimolante ricostruzione storica contro l’imbarbarimento culturale, l’ignobile rozzezza dei revisionismi di destra e una riscrittura in corso del tutto capziosa e parafascista del passato. 

L’apporto dato dalla sanità civile al movimento resistenziale non è sconosciuto. Per quanto riguarda i nostri territori, basta citare la luminosa figura del prof. Piero Fornara, in forza al «Maggiore» di Novara, punto di riferimento del CLN e della rete resistenziale del capoluogo e primo prefetto dopo la Liberazione. Come dimenticare poi il contributo del prof. Ettore Tibaldi? Come Fornara personalità di straordinario valore scientifico, fu umiliato, emarginato e ostacolato dal fascismo. Finì tra le montagne nel complesso ospedaliero di S. Biagio di Domodossola, dove durante la zona libera dell’Ossola andò a presiedere la Giunta amministrativa provvisoria di governo e si fece carico della gestione dei problemi igienici e sanitari durante i «quaranta giorni di libertà». Tuttavia anche strutture minori, come per esempio il Ss. Trinità di Borgomanero, diedero un contributo importante. I medici e lo stesso primario, prof. Giovanni Cirio, non si sottrassero alla cura dei partigiani feriti, più volte raggiunti in luoghi impervi con rischio e pericolo, oppure favorirono fin dove possibile con false diagnosi e nomi falsi i ricoveri o ancora la fuga dei prigionieri sorvegliati dalle guardie repubblichine: clamorosa fu quella di Ernesto Mora nel novembre 1944. Al tempo stesso è rimasto nella memoria l’eccidio di Forno del 9 maggio 1944 quando reparti fascisti della «Tagliamento» diedero un’altra prova della loro ferocia distruggendo l’ospedaletto partigiano della Valstrona, massacrando i sanitari e trucidando tutti i degenti tra cui il “nostro” Aurelio Godi. Dentro l’animo di questo personale sanitario non dettava solo il giuramento d’Ippocrate ma anche la consapevolezza crescente dell’incolmabile distanza morale e civile tra fascismo e antifascismo.

Malati di libertà va ben oltre una semplice rievocazione di alcuni episodi della lotta di liberazione e assume un’importanza che va al di là della stretta dimensione locale restituendo prima di tutto un’immagine a tutto tondo dell’Ospedale di Niguarda nei suoi complessi addentellati con la vita del quartiere, con la città e il suo hinterland e con la complessa rete di sostegno alle brigate partigiane, ai prigionieri, ai deportati e ai perseguitati per motivi razziali. Il lavoro svolto dalla piccola cellula clandestina interna all’ospedale ha veramente dello straordinario. Alla cura dei feriti e degli ammalati si aggiunsero i prolungamenti delle degenze per sottrarre i malcapitati alle torture, alla deportazione o alla fucilazione; i ricoveri sotto false generalità con diagnosi alterate; la simulazione di malattie epidemiche, temutissime dai nazifascisti che fuggivano dai presunti focolai d’infezione; l’organizzazione delle fughe, il più delle volte rocambolesche,  dei degenti; l’occultamento nel labirinto dei sotterranei e dei reparti dismessi o bombardati dei ricoverati a rischio; la cura dei detenuti politici di S. Vittore la cui infermeria era stata bombardata e distrutta dagli alleati; gli interventi di pronto soccorso nei luoghi di combattimento; la preparazione di pacchetti di automedicazione per le formazioni partigiane; la raccolta di campioni gratuiti di medicinali da inviare in montagna; l’acquisto di altri medicinali organizzando collette, lotterie e sottoscrizioni; la raccolta di vestiario, denaro e tutto quanto potesse essere utile ai combattenti partigiani; l’assistenza domiciliare ai feriti o agli ammalati che non potevano essere ricoverati; la diffusione della stampa clandestina sia quella rivolta al personale sanitario sia quella destinata alla popolazione; l’organizzazione di corsi di primo soccorso per le operaie, le donne del quartiere e per i Gruppi difesa delle donne; ecc. Ampio spazio è dedicato dal libro alla condizione delle infermiere e alla struttura clandestina approntata da Maria Peron (1915-1976). Una volta scoperta alla fine di aprile 1944, Maria salì in montagna nella brigata “Valgrande Martire”, e la sua eredità passò nelle mani dell’infermiera Lelia Minghini (1918-2004). Tra le religiose della Carità della Santa Croce adibite al servizio sanitario, emerge la personalità di suor Giovanna Mosna (1913-1963) che sussurrò a un partigiano ricoverato «Non ci sono nemici a Niguarda, all’infuori di quelli che debbono vigilare sulla sua persona, e sono comandati, se lo ricordi!». Per quanto tra le mura del nosocomio l’attività resistenziale fosse quasi totalmente al femminile («Tutto personale femminile, scrisse in una sua memoria Leila Mingini – purtroppo nessun esponente del personale maschile»), non mancò l’apporto di alcuni medici tra cui il dott. Alfredo Grossoni (1897-1968) e il dott. Roberto Rizzi (1900-?) e della dott.ssa Andreina Gatti Casazza (1895-1948), a fianco dei quali agiva la struttura più ampia e stimolante del CLN medici. Il capitolo delle fughe organizzate dei prigionieri, almeno una quarantina, occupa lo spazio maggiore del volume dalla prima azione del 25 luglio 1944 che restituì la libertà ai partigiani Giacomo Bertoli e Augusto Cerea, passando per Rino Pachetti e Aldo Tortorella, fino all’ultima fuga documentata del partigiano di origini novaresi Elso Brino dell’8 marzo 1945.

Molto interessanti sono anche le considerazioni sul dopoguerra: la conduzione dell’epurazione, il mancato reintegro del personale che era stato costretto a lasciare la struttura ospedaliera e unirsi ai partigiani, ma anche la ricostruzione e riorganizzazione del sistema sanitario che solo dopo decenni giunse a far propri alcuni dei principi ispiratori della lotta di Resistenza. Con la ricca messe di documenti integralmente riportati, il volume conferma gli importanti apporti che gli archivi sanitari possono dare alla storia sociale e politica, le potenzialità – e anche le difficoltà – che derivano dall’intreccio di fonti diverse orali e scritte, memorie e atti ufficiali. Daniele Pascucci, Riccardo Degregorio, Alessandro Schiavoni, Carlo Celentano, Malati di libertà. Storia delle evasioni dei prigionieri antifascisti nell’ospedale milanese di Niguarda (1943-1945), Milano-Udine, Mimesis edizioni, 2024, p. 348