REPUBBLICANI E REPUBBLICHINI


Non si può guardare a questi ottant’anni di repubblica senza avvertire nel profondo dell’animo un sordo senso di amarezza. Non è questione che riguarda il passare del tempo. Tutto sommato, dei 163 anni di unità nazionale, pressoché la metà sono stati di regime repubblicano. L’amarezza deriva da quell’oscillare della storia repubblicana tra i poli di Weimar e di Salò.

Weimar fu definita «una repubblica senza repubblicani» e troppe volte viene da chiedersi dove, oggi nel nostro paese, siano i repubblicani, intendendo quegli uomini e quelle donne che hanno una chiara, piena coscienza del legame inscindibile tra forma repubblicana, antifascismo e carta costituzionale. Quanti, specialmente negli ultimi decenni, sulla Costituzione hanno giurato per poi eroderne come viscidi tarli le fondamenta giorno dopo giorno? Si potrebbe obiettare che si tratta di un male antico se si pensa ai penosi e colpevoli ritardi, per esempio, nell’operatività del supremo organo di giustizia costituzionale, avvenuta solo pochi giorni prima del natale 1955; se si pensa, per esempio, che per completare il percorso di decentramento amministrativo si dovette aspettare il 1970; se si pensa, per esempio, che per eliminare dal fascista codice Rocco la vergogna del delitto d’onore si attese fino al 1981. E tanto altro si potrebbe pensare. Si continua a riempirsi la bocca con il detto che la nostra costituzione è «la più bella del mondo» come se fosse un brand del made in Italy. Già, lo è, la più bella, specialmente per la chiarezza e la veste linguistica che padri e madri costituenti le diedero. Erano uomini e donne che avevano sofferto la violenza squadrista, la tortura, il carcere, il confino, l’esilio, la miseria materiale, per i quali le parole erano diventate carne e sangue. Tuttavia, se guardassimo all’attuazione dei principi costituzionali, sarebbe forse la nostra la costituzione «più pienamente realizzata del mondo»? In ogni caso, questi ottant’anni non sono stati tutti uguali. Si è prodotta una cesura esattamente a metà del percorso costituzionale. Fino allora, la Costituzione aveva trovato negli antifascisti e nel movimento operaio un energico difensore se non altro perché il compromesso costituzionale prevedeva norme che tutelavano aspetti importanti della dignità del lavoratore e prospettavano migliori condizioni di vita. Poi si sono rapidamente susseguiti la rovinosa sconfitta di quel movimento, la dispersione del suo patrimonio umano e politico, la fine di quel compromesso, lo smantellamento della struttura industriale del Paese, l’implosione degli organismi politici che alla classe operaia in modo diverso si richiamavano. A questo punto i tarli costituzionali hanno avuto libertà di rodimento fino alla realtà odierna nella quale governo e stato sono nelle mani di uomini e donne nella sostanza lontani, se non estranei o ignoranti dello spirito costituzionale o che lo hanno combattuto con tutte le forze e con ogni mezzo, anche il più squallido e sanguinoso, nel passato. Allora si è iniziato a parlare di seconda, terza, ennesima repubblica, ma al di là della perversa fantasia del giornalismo politico, la sostanza di quelle definizioni è una sola: il progressivo smantellamento dell’unica forma repubblicana democratica che il nostro paese abbia conosciuto.

Il 28 settembre 1944, un commando partigiano si infiltrò nella caserma Perrone di Novara, centro nevralgico delle forze della RSI, ne minò gli scantinati e se ne partì indisturbato. Parte dell’edificio esplose e ci furono 13 vittime. La reazione fascista fu la più incredibile e sconsiderata che si potesse immaginare: se la presero con le statue sabaude. Nella notte, i repubblichini, urlando e schiamazzando, abbatterono quella di Umberto I, il busto di Ferdinando di Savoia, si scagliarono contro il monumento a Carlo Alberto, ma non riuscirono ad atterrare il bronzo equestre di Vittorio Emanuele II, né il marmo di Carlo Emanuele III. Il primo era troppo pesante e quanto al secondo pare che mancasse la scala. Il clownesco e scomposto episodio ben rappresenta l’andamento oscillatorio del fascismo, nato nel 1919 come fiero movimento repubblicano e anticlericale, diventato nel 1922 altrettanto fieramente monarchico, poi addirittura entusiasticamente imperiale, nel 1929 quasi clericale, massacratore del popolo e della libera repubblica spagnola nel 1936, ritornato ad abbeverarsi alle fonti repubblicane nel 1943, per poi allearsi con i monarchici nel dopoguerra e, dopo la loro estinzione come forza politica, di nuovo sceso a patti con quella repubblica, già combattuta, odiata, di cui oggi gli epigoni sono al governo. C’è altro da aggiungere?