Qual è lo spirito del fascismo? L’assenza totale di vergogna, la provocazione sistematica che mira all’offesa, la mancanza di sensibilità umana, anzi il godimento per il dolore altrui e per l’annichilimento di chi, volta per volta, viene colpito come nemico, la falsificazione e la falsità, l’urlo, il baccano, la cagnara. Il tutto condito da vuota retorica, tenuto assieme dallo scollamento tra le parole e il loro significato, amplificato dalla pervasività dei mezzi di comunicazione di massa e dalla potenza della digitalizzazione. La sordida esaltazione che la seconda carica dello stato ha fatto della nascita del Movimento sociale (MSI), nella ricorrenza dell’eccidio dei fratelli Cervi, non è certo la sola, né sarà l’ultima esibizione di materiale da latrina. Allora, con la pazienza e con la dignità con cui generazioni di antifascisti hanno opposto resistenza, bisogna riprendere il filo della storia e ricordare almeno qualche tratto legato a questa mitica partenogenesi missina.

Un paese ridotto alla fame, spezzato in due dai bombardamenti, percorso dai lutti, sconvolto da guerre che si sono succedute praticamente senza pausa per vent’anni, prostrato e impoverito da una violenta dittatura di classe: questo è lo scenario dietro al quale il neofascismo si alza alla ricerca di un nuovo ruolo politico mentre attorno gli attori politici e sociali – gli alleati, la chiesa, i partiti, lo stato, gli organismi di massa – stanno prendendo posizione nella guerra fredda le cui avvisaglie erano già evidenti durante la Resistenza. Tra la fine dei combattimenti e la fondazione ufficiale del MSI sono sostanzialmente due i terreni di rifugio dei fascisti che rimangono in Italia: da una parte, la clandestinità armata con il moltiplicarsi di vendette, attentati e azioni terroristiche che fanno capo a una miriade di sigle come FAR, ECA, AIL, FAI, PNL, SAM, LUPA, RAAM ecc.; dall’altra parte, il Fronte dell’Uomo Qualunque, il movimento anti-CLN che si aggrega attorno al settimanale fondato da Guglielmo Giannini a Roma nel dicembre 1944 e che partecipa alle elezioni per la Costituente facendo esplicito appello al voto fascista. Già dall’estate del 1945, l’UQ era diventato la tana nella quale si ritrovavano ex-fascisti del meridione ed ex repubblichini del Nord, si collegavano, si riorganizzavano e tessevano la prima trama nera che porterà nello spazio di qualche mese alla proclamazione del MSI. Nel frattempo, il 22 aprile 1946, era avvenuto per opera di Domenico Leccisi il trafugamento dal cimitero di Musocco di Milano del cadavere di Mussolini, presupposto alla costruzione del macabro mito della fiamma e delle continuità politica tra vecchio e nuovo fascismo, dal MSI a Fratelli d’Italia. Il punto di riferimento di questo brulicame è Roma, l’unica tra le grandi città a non aver prodotto un moto insurrezionale durante la guerra, la capitale nella quale si fanno i grandi giochi politici, hanno sede il governo e le direzioni dei principali partiti, si dipanano le ultime affannose trame di corte, si sviluppa l’azione politica del Vaticano e gli alleati anglo-statunitensi fanno sentire tutto il peso del loro dominio di fatto. Ma Roma è anche la città grondante, fin nell’urbanistica e nell’architettura, dei simboli della propaganda di regime, nella quale la dittatura si è profondamente innervata negli apparati dello stato, nei ministeri, nella magistratura, nelle forze dell’ordine e in quelle armate, negli enti, nella piccola borghesia impaurita e può contare su di una ramificata rete di appoggi e protezioni. Qui fascisti, repubblichini, gerarchi, torturatori, criminali di guerra, reduci di Coltano, i molti epurabili e i pochi epurati, gli amnistiati liberati dalle patrie galere si dirigono a migliaia, trovano riparo, costruiscono reti di protezione, dànno vita a una loro rudimentale forma di economia solidale. Questo è il brodo di coltura che dà origine il 26 dicembre 1946 al MSI da parte di Arturo Michelini, Giorgio Pini, Biagio Pace, Pino Romualdi e Francesco Galanti. Primo segretario del partito è Giacinto Trevisonno. Come da tradizione, si scatenano le lotte interne tra duri-puri e moderati-possibilisti, che porteranno Giorgio Almirante alla segreteria, ruolo confermato a Napoli nel primo congresso nazionale missino del 27-29 giugno 1948, e rimane il bifrontismo, il doppiopetto sperimentato con successo nell’anno precedente, e mai dismesso: il volto istituzionale – i sei deputati e il senatore eletti il 18 aprile 1948 – e quello clandestino e terroristico con l’attivazione di una nuova ondata di gruppi a fisionomia squadristica (SFAI, TN, MACI, PARI, CSI, MNS, PFI, PR, MIF) e l’apporto di ex gerarchi, reduci saloini e criminali di guerra tra cui Rodolfo Graziani, Roberto Mieville, Giovanni Roberti, Junio Valerio Borghese, Augusto De Marsanich, Ceare Maria De Vecchi. In questo modo il neofascismo ha assunto la propria fisionomia politica, segnando i contorni di un’anomalia tipicamente italiana, ma anche entrando in contrasto sia con il trattato di pace sia con la Carta costituzionale che impegnavano la democrazia italiana a vietare la ricostituzione del partito fascista. Questo bisogna ricordare di quel giorno di Santo Stefano di tanti anni fa. Questo la seconda carica dello stato ha omesso, nascondendolo dietro gli aghi dell’albero di Natale alle sue spalle e a una voce forzatamente meno rauca e più suadente che solo gli inconsapevoli può ingannare.
