Tempo di bilanci sulle ricadute dell’avvertimento di Nello Musumeci a essere «sobri» nelle celebrazioni del 25 aprile. Che il prolungamento del lutto civile per la morte del pontefice fino ad abbracciare in una stretta soffocante la data della ricorrenza della festa della Liberazione fosse una manovra politica strumentale è subito apparso evidente. Che la risposta sia stata una libera partecipazione popolare alle centinaia di manifestazioni che si sono tenute del Paese di gran lunga superiore agli anni precedenti è altrettanto cristallino.
Dunque la furbesca manipolazione che il governo ha messo in bocca al suo ministro della Protezione civile è nella sostanza fallita? Per rispondere alla domanda è necessario tenere conto di almeno tre considerazioni. La prima riguarda il disegno complessivo di questo governo di ridurre i margini di libertà costituzionali assestando loro un colpo decisivo con l’approvazione definitiva del decreto sicurezza. Solo se la timida ripresa di partecipazione alle manifestazioni di questi mesi evolverà in una opposizione reale a questo progetto potremo parlare di difesa della democrazia. La seconda riguarda l’atteggiamento di questa destra estrema nei confronti della coscienza antifascista del Paese. A differenza degli anni Settanta e Ottanta – tanto per intenderci quelli dello stragismo nero e quelli in cui il quindicenne Musumeci entrava a far parte del movimento giovanile missino – la tattica è quella della progressiva erosione della consistenza dello schieramento antifascista e dell’approfondimento delle sue divisioni e lacerazioni interne attraverso le leve principali della comunicazione, della falsificazione della storia, dell’inquinamento dei fatti e della propaganda. Nella notte senza stelle, la iena fascista stringe il suo cerchio attorno alla cittadella della resistenza umana, si muove felpata, lentamente, provocazione dopo provocazione, conquistando il terreno palmo a palmo. In terzo luogo bisogna tener conto che il monito di Musumeci era rivolto non tanto agli antifascisti quanto al carro dei fratelli che in questi ultimi anni si è riempito all’inverosimile di schiere di amministratori e di politicanti più o meno giovani in cerca di – chiamale se vuoi – emozioni ma piuttosto digiuni o incerti sul terreno della disciplina ideologica. Il messaggio era chiaro: prendete il dizionario, cercate il significato della parola «sobrio», spazio alla fantasia e datevi da fare. Il risultato non è stato certo entusiasmante. Nelle nostre province il caso clamoroso è stato quello di Domodossola, dove un sindaco figlio di partigiano, che si dichiara antifascista, annulla il tradizionale corteo, ottenendo l’effetto di una straordinaria adesione popolare alla risposta organizzata dall’ANPI. A Novara invece la provocazione è stata affidata al rappresentante della Provincia che ha invocato il rispetto per tutti i caduti. Si vada un po’ a vedere il signore come sono stati trattati, massacrati, torturati, uccisi centinaia di nostri partigiani, come ne sono stati vigliaccamente vilipesi i corpi, a volte bruciati, a volte gettati sul letame, a volte scherniti dalle ausiliarie, a volte impiccati agli uncini del macellaio, come siano stati esposti i loro poveri resti, come venivano impedite le esequie funebri, come erano perseguitati e a loro volta martirizzati i parenti e come i baldi giovani e veterani della destra nazionale hanno seguitato per tutti gli anni della repubblica democratica, e usando vilmente le libertà garantite dalla sua Costituzione, a osannare i sepolcri dei loro criminali di guerra, a infangare la Resistenza, a imbrattare e abbattere cippi, lapidi, monumenti funebri delle vittime del nazifascismo. Allora forse il signore scoprirà quale valore abbia quella richiesta arrogante di “rispetto”. Rispetto e sobrietà quando mai sono appartenuti alle destre estreme?

