Il 3 marzo 1945, in località Pozzasca, sulle alture tra Piane Sesia e Vintebbio, veniva barbaramente ucciso da reparti della SS tedesche e italiane il giovane partigiano borgomanerese Ubaldo Tacchelli. Era da pochi giorni entrato a far parte degli effettivi della brigata garibaldina «Giuseppe Osella» che aveva la sua base nei pressi di Grignasco e operava principalmente su entrambe le sponde del Sesia e sulle colline che davano su Borgomanero.

Qui Ubaldo era nato il 23 ottobre 1925, figlio di Annetta Manfredi e di Callisto, da cui aveva preso il nome di battaglia. Operaio meccanico, risiedeva con la famiglia a Cureggio. In quei giorni, si erano concentrate nel territorio a ovest del fiume consistenti forze nazifasciste impegnate in continui rastrellamenti. Per una serie di circostanze casuali e di errori militari, si erano raccolti nei canaloni della Pozzasca oltre un centinaio di uomini tra partigiani dell’«Osella», della «Strisciante Attilio Musati» e un corposo gruppo di nuove reclute partigiane la maggior parte ancora in abiti borghesi e senza armi. Al sopraggiungere del nemico, mentre i partigiani esperti si preparavano al combattimento, i giovani furono presi dal panico e iniziarono a fuggire disordinatamente in basso verso le vallette. Lo scontro si trasformò in una trappola mortale. Ci furono molti feriti. Ben 45 ragazzi furono catturati, incarcerati o fucilati nei giorni seguenti. Sul terreno rimasero i corpi di Gastone Gaietti, Primo Langhi, Franco Magistrini, Giuseppe Regis e Ubaldo Tacchelli. Il partigiano Callisto portava due ferite: una alla gamba e un’altra al cuore, secondo il medico Giuseppe Lacroix, inferta con un’arma da taglio. Il che significa che il giovane fu ferito, ma anziché essere raccolto e curato, venne brutalmente finito probabilmente con un pugnale. Il corpo fu recuperato il pomeriggio del giorno seguente dai valligiani e tumulato provvisoriamente nel cimitero di Naula in attesa della sua collocazione nel sacrario dei Martiri della libertà di Cureggio.

Il fatto della Pozzasca, nella sua efferatezza, porta lo stigma della belva ferita ormai vicina alla fine. Le sorti della guerra erano ormai definitivamente segnate e quella fu una strage motivata solo dall’odio e da quello spirito di rivalsa e di vendetta che animerà il neofascismo degli anni della repubblica democratica. Nel primo anniversario, fu posto su luogo dell’eccidio il monumento opera dello scultore Riccardo Rasario di Bornate.
