Domenica 1 ottobre 1944, nell’allora piazza Vittorio Emanuele II (attuale piazza Martiri della libertà), veniva fucilato dai fascisti del presidio GNR di Borgomanero il partigiano Angelo Gnemmi. Secondo il macabro rituale introdotto in Italia dai nazisti, il corpo fu abbandonato sotto la pioggia, ma una donna, incurante del divieto degli assassini di avvicinarsi, lo ricompose pietosamente in attesa della sepoltura che avvenne nei giorni seguenti.

Angelo Gnemmi era nato a Borgo Ticino il 31 luglio 1921. Era entrato a far parte della brigata garibaldina d’assalto «Rocco Bellio» della II divisione «Giovanni Citterio Redi» tra la fine del 1943 e i primi del 1944. Si trattava dunque di un partigiano combattente di “lungo corso” che aveva vissuto le complesse vicende della sua formazione, operante tra il Basso Verbano, il Lago d’Orta e l’Ossola, al quale, in virtù dell’esperienza acquistata, era stato affidato il comando di una squadra. All’imbrunire di mercoledì 27 settembre, Angelo aveva ricevuto l’incarico di recarsi presso una ditta di Paruzzaro per ritirare dei capi di vestiario pesante. Si stava avvicinando un inverno terribile. Al ritorno a Montrigiasco, il garibaldino, che non aveva con sé armi né documenti né segni di riconoscimento, era stato sorpreso da una pattuglia fascista mentre era in corso un rastrellamento. Fu prima condotto a Invorio poi a Borgomanero. Fu interrogato e torturato e, a Borgomanero, risultarono vani i tentativi di don Giovanni Cavigioli (1918-1989), allora giovane assistente all’oratorio, di richiamare gli aguzzini a un gesto di umanità e di rispetto per la vita del prigioniero come, tra l’altro, prescrivevano le convenzioni internazionali. Nel pomeriggio di domenica, mentre nella collegiata era in corso la funzione, il giovane fu scortato da un plotone fascista attraverso corso Garibaldi fino alla piazza principale e addossato a una colonna. Volle guardare i carnefici negli occhi e fu passato per le armi davanti alla popolazione costretta ad assistere al terribile spettacolo. Il corpo dilaniato fu abbandonato sul selciato con la proibizione di toccarlo. Tuttavia una donna del Caneto, Maria Forzani Pastore, nota per il carattere impetuoso e la forte tempra antifascista, li sfidò ripulendo Angelo dal sangue e dando al corpo una posizione più dignitosa.

La barbara esecuzione di Gnemmi avvenne in un momento di crescente iniziativa partigiana alla quale i nazifascisti, in evidente difficoltà, avevano reagito come animali feriti spargendo il terrore. Ormai da venti giorni l’Ossola viveva la straordinaria stagione di libertà della sua “repubblica”. Nel Friuli orientale, in Carnia, nelle Langhe, ad Alba, nel basso astigiano e in altre località minori i partigiani avevano cacciato repubblichini e tedeschi e liberato porzioni di territorio di non trascurabile estensione. Erano stati gli stessi alleati, in concomitanza con l’offensiva contro la linea Gotica a sollecitare l’iniziativa dei partigiani salvo poi abbandonarli al loro destino quando l’offensiva, con scarsi risultati, si era fermata alla liberazione di Rimini. Cessati i combattimenti, le truppe tedesche avevano avviato la loro vendetta contro i partigiani e la popolazione che li aveva sostenuti. Dal 29 settembre al 5 ottobre proseguirono gli eccidi di Monte Sole, iniziati con la strage di Casaglia: 117 morti accertati di cui 50 bambini. Alla fine, i morti furono più di 700. Per quanto riguarda i fascisti di Borgomanero, il loro spirito di rivalsa fu rinfocolato dallo smacco subito in Ossola e dai combattimenti che erano avvenuti nei giorni precedenti durante i quali avevano subito delle perdite. Nella stessa giornata di domenica, i partigiani avevano effettuato delle azioni di disturbo contro il quartiere della GNR. Inoltre, Gnemmi era per loro un «infrancesato» cioè un doppio traditore in primo luogo perché sospetto di essere un partigiano, in secondo luogo per essere stato in Francia. Invece, era stata proprio la Francia, una nazione amica ormai piegata e invasa dalle truppe di Hitler, a essere tradita dalla vile dichiarazione di guerra del governo fascista del 10 giugno 1944.

Al momento dell’assassinio di Angelo Gnemmi, comandavano il presidio fascista di Borgomanero il tenente Giuseppe Senaldi e il capitano Vincenzo Carrieri, che in un delirio di onnipotenza, alle implorazioni di don Cavigioli, replicò urlando «Io sono Gesù Cristo!». Finita la guerra, Senaldi comparve davanti alla Corte d’assise straordinaria di Novara il 6 luglio 1946. Il capitano Carrieri fu processato cinque mesi dopo, l’11 dicembre. In quei sei mesi di attività, il tribunale novarese pronunciò 72 sentenze contro fascisti imputati di vari crimini durante la guerra: 42 si conclusero con un’assoluzione, invece i condannati tornarono in libertà per effetto dell’amnistia Togliatti. La morte di Angelo Gnemmi impressionò la popolazione. Alcuni borgomaneresi, allora ragazzini, furono così colpiti dall’orrendo spettacolo da evitare per molto tempo di calpestare l’acciottolato di quell’angolo della piazza. Antonio Pastore (1934-1985), anche lui ai tempi alle soglie dell’adolescenza, ha lasciato sul tragico evento una delicata poesia in dialetto intitolata L’Elevaziôj, L’Elevazione.
