L’11 gennaio 1881 si teneva alla Scala di Milano la prima del Gran ballo Excelsior di Luigi Manzotti e Romualdo Marenco. Fu uno spettacolo grandioso con un corpo di ballo di 450 elementi. Celebrava il trionfo del progresso sull’oscurantismo, della civiltà e della luce, esaltando le imprese di Alessandro Volta (1745-1827) e di Thomas Alva Edison (1847-1931). Era l’epoca dell’ottimismo. La fratellanza tra i popoli e la pace perpetua, vagheggiata dal filosofo Immanuel Kant poco meno di un secolo prima, sembravano a portata di mano e la comunità internazionale degli scienziati ne era in un certo senso artefice e autorità garante.

L’elettricità fu uno degli elementi principali di questa marcia che pareva inarrestabile. E quando parliamo di elettricità non dobbiamo limitarci a pensare a un’energia pulita oppure a uno dei fattori che ha reso possibile lo sviluppo dell’industria, dei trasporti e dei consumi, la modernità e la velocità nella quale siamo immersi, oppure ai vantaggi finanziari per i bilanci comunali e le comunità locali. Non fu solo una questione di dighe, centrali, reti di distribuzione ed elettroni o di «rendita ambrosiana» – così era detto il titolo Edison in borsa per la sua affidabilità – perché comportò un cambiamento epocale nella società e nell’economia delle valli ed ebbe un forte impatto sull’ambiente alpino. Il «boom» elettrico non si sviluppò senza contraddizioni. In merito, voglio qui ricordare l’utile battaglia che con spirito garibaldino un grande scienziato ossolano, Giorgio Spezia (1842-1912), condusse contro i «deturpatori elettrici» a difesa della Frua e a salvaguardia del deflusso minimo dei corsi d’acqua, vitale per la montagna, per l’economia silvo-pastorale e per tutti noi.
Poi nel 1914 venne la guerra, la prima, quella mondiale e imperialistica, la più terribile mai vista che andava al di là di ogni possibile immaginazione. La fraternità tra gli uomini di scienza andò in frantumi e ognuno di loro si diede da fare per pensare tecnologie e mettere a punto congegni sempre più distruttivi e disumani da impiegare contro le nazioni diventate nemiche. In Italia, paese povero di materie prime, ben presto mancò il carbone né fu bastevole il saccheggio delle risorse forestali, come avvenne in Valgrande. L’energia idroelettrica, il «carbone bianco», fu così chiamata a sopperire a una crescente domanda di energia necessaria per fare la guerra. In questa situazione generale, tra il 1916 e il 1917 prese corpo il progetto dello sfruttamento intensivo delle acque della valle Antrona. Allora la Edison poteva vantare una buona conoscenza del territorio ossolano e una discreta presenza – anche attraverso l’attività della Dinamo con cui a tratti collaborava – in diversi siti tra cui Pallanzeno, la stessa valle Antrona e Novara, senza contare che l’ex ministro giolittiano Alfredo Falcioni (1868-1936), massimo esponente politico ossolano, era consigliere di amministrazione della stessa Edison. A causa della guerra, delle turbolenze che ne seguirono, della complessità progettuale degli impianti e dell’aumento dei costi, i lavori in Antrona procedettero con lentezza per andare a regime con l’impiego di oltre duemila lavoratori che, confrontati con i 300 utilizzati nella costruzione della prima centrale del 1899 a Rivera, danno pienamente il senso delle dimensioni dell’opera. La centrale di Rovesca, completata tra il 1925 e il 1927, fu il punto di arrivo di un ampio intervento progettuale che integrava diversi sistemi idraulici. Tramontato da un pezzo il primitivo approccio dello sfruttamento delle piccole derivazioni e dei salti d’acqua ormai si ragionava in termini di impiego delle risorse di un intero bacino imbrifero.
Negli anni che seguirono, la ricchezza prodotta dall’industria elettrica crebbe enormemente passando dal 3,7% nel 1919 al 6,2% del PIL nel 1938.
L’anno successivo, dopo una tregua durata una ventina di anni, il conflitto mondiale riprese. Per l’Italia, l’esito della guerra fu segnato da due date. Il 25 luglio 1943 pose fine al governo Mussolini. L’8 settembre successivo divenne pubblica la resa incondizionata agli alleati firmata qualche giorno prima. Il Paese fu fatto a pezzi, in parte invaso dalle truppe tedesche, con cui collaboravano i fascisti della repubblica di Salò, a cui si opponevano le forze della Resistenza. Gli occupanti nazifascisti avevano bisogno vitale di energia elettrica per la produzione bellica, per la rapina delle risorse italiane e per il mantenimento degli eserciti di occupazione, mentre i partigiani intendevano incepparne la macchina bellica in modo da difendere il proprio territorio e affrettare il più possibile la conclusione della guerra.
L’Ossola ritornò a essere uno snodo strategico di questa battaglia energetica non solo per la presenza dell’idroelettrico ma anche per il transito del carbone tedesco – indispensabile per l’alimentazione delle centrali termiche – che passava dalla Svizzera neutrale al riparo dalle incursioni degli aerei alleati. Così il trasporto merci ferroviario già nell’estate del 1944 era diventato insicuro e poi inutilizzabile a causa dei continui attacchi partigiani. Sugli impianti di produzione, il 26 agosto 1944 in un rapporto del comando tedesco di Domodossola leggiamo: «Si noti che l’energia elettrica, dalle dette centrali prodotta, alimenta gran parte dell’industria dell’Italia settentrionale; giunge fino a Genova e in parte viene convogliata anche in Germania. La distruzione o anche il danneggiamento di queste centrali può costituire per il nemico un’importante battaglia vinta». In effetti interrompere il flusso dell’energia elettrica ossolana era un obiettivo essenziale della Resistenza, ma di certo non poteva essere raggiunto a prezzo della distruzione delle centrali, come in alcuni casi avvenne oppure come spesso capitava con i bombardamenti degli alleati. Era importante invece non arrecare danni irreparabili perché questo avrebbe pregiudicato la ripresa economica dopo la guerra provocando disoccupazione, chiusura di fabbriche e disagi. Erano tuttavia possibili delle alternative. Con la collaborazione dei tecnici e degli operai elettrici bastava asportare un pezzo fondamentale dell’impianto. La difficile reperibilità dei ricambi poteva provocare l’interruzione della erogazione di corrente anche per periodi lunghi. D’altra parte i reparti partigiani di guastatori potevano intervenire sulla rete di distribuzione sabotando in continuazione tralicci, linee, cavi, cabine e centraline aziendali.
Durante la zona libera di Domodossola nel settembre-ottobre 1944 furono interrotte le forniture di energia al piano. La Edison, così come le maggiori imprese del fondovalle furono sottoposte dalla Giunta provvisoria di governo a prelievi straordinari necessari per sostenere la popolazione civile, i numerosi profughi e le forze partigiane. Esponenti del governo tentarono la strada, del tutto illusoria, di uno scambio di energia per cibo.
Dopo la fine della zona libera di Domodossola, il 17 ottobre, si consumò sulla funivia della Edison che collega Goglio con il Devero una delle tragedie più note della Resistenza ossolana: furono uccisi quattro partigiani che erano rimasti bloccati nel vuoto nella cabina e furono deportano i restanti.

Con il nuovo anno, il “generale inverno” – e quella fu la stagione più cruda di tutti gli anni di guerra – lascia il posto all’amico “generale foglia”. Riprendono i combattimenti sulla linea del fronte e i partigiani passano all’offensiva. L’esito della guerra ormai è deciso. I tedeschi non hanno più bisogno di energia e, animati da un folle proposito di vendetta, progettano e predispongono la distruzione delle centrali ossolane e della doppia galleria del Sempione. Tra marzo e i primi di aprile sono preparati dai partigiani, in collaborazione con i tecnici guidati dal capozona Edison ing. Calciati, i piani di difesa delle 17 centrali ossolane minacciate. Il delicato incarico viene affidato alla II divisione d’assalto Garibaldi «Giovanni Citterio Redi» e, in particolare, alla 83a brigata «Luigi Comoli», comandata da Ugo Scrittori Mirco (1912-1996), con i suoi battaglioni «Torino» dislocato in valle Anzasca, «Camasco» nelle valli Antrona e Bognanco e «Fabbri» nelle valli Antigorio e Formazza. I garibaldini dispongono di 280 uomini armati, una forza impari in confronto a quella dei nazifascisti che possono ancora contare su di un migliaio di uomini ben armati e su circa 200 automezzi. Nell’operazione anti-sabotaggio risulta dunque impossibile una difesa manovrata. Disposte piccole squadre a presidio degli impianti, la partita viene allora giocata dai partigiani, attraverso la rapidità delle informazioni e degli spostamenti, sull’interruzione delle vie di comunicazione, sul contrasto ai movimenti del nemico e soprattutto sulla individuazione preventiva dei depositi di esplosivo destinati a essere impiegati contro gli impianti. Mentre già il 15 marzo i partigiani riescono a mettere in sicurezza la valle Antrona, giungono alla stazione di Varzo 64 ton di tritolo e circa 350 ton di bombe destinati a far saltare le centrali dell’alta valle e il traforo di Iselle. Gli uomini della «Comoli» si spostano rapidamente verso le valli Divedro e Antigorio e, il 22 aprile, un’azione audace e perfettamente coordinata porta alla distruzione dell’esplosivo ammassato a Varzo. I partigiani sfiniti e con le pelli ustionate guardano lo spettacolo del grande incendio che illumina la notte e saluta la salvezza delle centrali ossolane, delle gallerie internazionali e del paese di Varzo.
Volevo in conclusione tornare agli anni della realizzazione della centrale di Rovesca. Quegli anni furono particolarmente difficili per il suo regista Giacinto Motta (1870-1943), consigliere delegato della Edison. Nel 1922 infatti era morto di malattia il figlio diciottenne Ettore. La tragica perdita del primogenito rappresentò per il padre un tormento straziante che non fu lenito nemmeno dall’inaugurazione nel 1927 delle colonie di Verbania in ricordo del figlio, nemmeno dalla pace raccolta che le acque del lago gli donarono nella villa di Orta. Giacinto Motta qui morì il 12 dicembre 1943. Il 16 novembre 1944 i fascisti della repubblica di Salò trucidavano a Bolzano Novarese il terzogenito, l’ingegner Mario Motta. Saranno proprio gli emuli di quei partigiani che Mario, pagando con la vita, aveva protetto, finanziato e sostenuto, a presidiare nella primavera del 1945 il traforo del Sempione, gli impianti industriali, l’«oro bianco» delle dighe e delle centrali ossolane contro i propositi vendicativi e i tentativi di sabotaggio nazifascisti.
Quanto ricostruito può risultare contro-corrente – certo non contro quella elettrica… ma forse non è inutile ricordare a un popolo piuttosto distratto nei confronti del proprio passato e della storia come quello italiano che tutto questo è stato.
