WEISZ E IL LITTORIALE


Weisz Àrpàd, allenatore delle squadre di calcio di Padova, Inter, Novara e Bologna tra gli anni Venti e Trenta, fu assassinato ad Auschwitz il 31 gennaio 1944. La moglie Ilona (Elena) e i figli Roberto di dodici e Clara di otto anni lo avevano preceduto nelle camere a gas il 5 ottobre 1942. Alla tragica sorte dell’ebreo ungherese ha dedicato una coinvolgente graphic novel il maestro Matteo Matteucci: Àrpàd Weisz e il Littoriale.

Nella vicenda di Weisz confluiscono due diverse storie: quella della sua vita e quella del suo oblio. Una cancellazione, una vera e propria damnatio memoriae che è durata più di sessant’anni fino al 2007, quando la compagnia editoriale Aliberti di Reggio Emilia ha dato alle stampe Dallo scudetto ad Auschwitz: vita e morte di Arpad Weisz, allenatore ebreo. Il libro, frutto di anni di laboriose ricerche, si doveva alla penna appassionata di Matteo Marani, negli anni successivi direttore del “Guerin Sportivo”, collaboratore di Sky e dei principali quotidiani italiani, quindi presidente della Lega italiana calcio professionistico. Il viaggio di Marani ripercorreva le principali tappe della folgorante carriera del trainer magiaro – lo scudetto con l’Ambrosiana Inter nel 1929-30, poi la conquista dei due titoli nazionali col grande Bologna e nel 1937 la vittoria nel Torneo dell’Expo parigina, competizione internazionale di assoluto valore, ottenuta contro i temibilissimi «pensioners» del Chelsea – fino alla tragica conclusione con l’esilio, la deportazione e l’assassinio da parte dei nazisti.

L’inchiesta di Marani, a partire dalla commemorazione pubblica di Weisz allo stadio di Bologna del 2009, è stato il seme da cui si è sviluppato un fruttuoso recupero della memoria tra cui il lavoro di Matteucci. Diplomato all’Accademia di Belle Arti di Bologna, insegnante di Discipline pittoriche nelle scuole superiori a Brescia, Bologna, Rimini e Riccione, Matteucci ha letto il libro di Marani nel 2010. Da questo incontro sono nati nel 2013 le tavole esposte prima alla Sala Borsa di Bologna, nell’ambito della rassegna Disognando, poi a Milano, di nuovo a Bologna a Palazzo d’Accursio, a Rimini, e nel 2017 il romanzo a fumetti. Qui le vicende di Weisz si dipanano sullo sfondo dello stadio “Renato Dall’Ara”, durante il ventennio fascista chiamato il Littoriale. Una sorta di inquietante convitato, in questo caso non di pietra ma di bronzo, la statua equestre di Mussolini collocata in posizione dominante sull’impianto sportivo, getta una lunga e gelida ombra sul destino di Àrpàd. Il capo del fascismo inaugurò lo stadio ancora incompleto facendo il suo ingresso nell’arena a cavallo il 31 ottobre 1926, il giorno del tragico linciaggio squadrista del quindicenne Anteo Zamboni. I 35 quintali di bronzo, la materia con cui fu forgiata la statua destinata a immortalare l’evento, venivano dalla fusione dei cannoni catturati agli austriaci durante l’insurrezione felsinea dell’8 agosto 1848 e, dopo la Liberazione, nel 1947, furono impiegati da Luciano Minguzzi per dar vita alle sculture del Partigiano e della Partigiana in ricordo della battaglia del 7 novembre 1944 che a Porta Lame costò la vita a dodici gappisti. Dalla stessa materia prendono forma realtà contrapposte che rappresentano epoche tra loro molto diverse. La suggestione della materia che può rigenerarsi ha accompagnato Matteucci nel suo percorso alla ricerca di Weisz in un’atmosfera cupa e glaciale. Anche se la narrazione si sviluppa nell’estate, le scelte cromatiche si orientano verso una gamma di colori più dura e fredda che in qualche modo richiama il clima delle incombenti tragedie delle leggi razziste, della Shoah e della seconda guerra mondiale. La narrazione di Matteucci è anche uno stimolo alla riflessione non solo sull’idea-forza di Weisz relativa alla natura collettiva del gioco del calcio, ma anche sul nesso indissolubile tra il potere politico e lo sport, potente strumento di nazionalizzazione delle masse, e, nella concitazione pre-olimpica di questi giorni, sull’attualità e sulla persistenza di questo legame.

Weisz Àrpàd fu per sei mesi allenatore del Novara nella stagione 1934-1935. Il suo lavoro diede alla squadra la solidità necessaria per il passaggio dalla B alla massima serie. Una targa apposta al “Silvio Piola” ricorda il maestro della «scuola danubiana».

Matteo Matteucci, Arpad Weisz e il Littoriale, edizione a colori, Bologna, Minerva edizioni, 2017, pp. 216