Una prima impronta del sessantotto è nell’intestazione della rivista dell’Istorbive, l’Istituto storico della Resistenza con sede a Varallo Sesia, “L’Impegno”. Dall’aprile 1981, nella testata in un certo senso rivive l’esperienza dell’omonimo foglio studentesco pubblicato a Borgosesia dall’aprile al novembre 1969. Sandro Orsi, partecipe e animatore di entrambe le iniziative, è stato anche il primo a produrre, con gli strumenti della ricerca storica, una riflessione critica su quegli anni con il saggio Il nostro Sessantotto.

Fu pubblicato sul primo numero de “L’Impegno” dell’aprile 1988, a vent’anni dagli avvenimenti. Il lavoro di Sandro, preceduto sul n. 3 del 1987 della stessa rivista da un intervento di Peppino Ortoleva sul rapporto tra lotte studentesche e mezzi di comunicazione, fu edito in volume prima nel 1990 e poi nel 2008 con un ricco corredo fotografico e quaranta dense testimonianze dei protagonisti valsesiani e valsesserini di allora. Si tratta di uno scritto importante sia perché rappresentò l’esordio di Orsi nella ricerca storica contemporanea, sia perché fu da parte sua una scelta coraggiosa. Non erano infatti molti, in quel frangente, propensi a raccontare la rivolta di vent’anni prima. La materia era ancora a suo modo calda e densa di addentellati col presente, onusta – per dirla con parola aulica – oppure al contrario sporcata dalle letture contraddittorie e opposte che giornali, televisioni, il ceto politico, l’“intellighenzia”, lo scontro sociale degli anni Settanta e Ottanta avevano edificato sulle ceneri del biennio 1968-1969. Bisognava inoltre guardarsi dentro, fare i conti con la propria soggettività, in un certo senso giungere a un bilancio esistenziale, guardarsi in uno specchio che metteva a confronto l’io “du temps jadis” con quello dell’oggi. Alcuni protagonisti erano scomparsi, a volte tragicamente, fagocitati dalla lotta armata o dall’eroina. Altri avevano preso un ascensore sociale che li aveva condotti ai piani alti del potere, quelli che vent’anni prima contestavano. Molti, all’opposto, avevano crudamente sperimentato sulla propria pelle l’illusione e la sconfitta delle trascorse utopie ed erano rimasti proletari. D’altra parte erano evidenti i sinistri suoni del cambiamento d’epoca di fine secolo, e millennio, di una virata della società, della mentalità e della politica italiana e internazionale in direzione ben diversa da quella dei gloriosi decenni precedenti. Insomma, molti erano i motivi per starsene zitti e liquidare tutto con una scrollatina di spalle e c’era un solo modo, per chi invece voleva affrontarla, di vincere la sfida: l’onestà intellettuale, merce oggi assai rara, in certi ambienti addirittura introvabile. Inevitabilmente uno storico ha una sua formazione, suoi orientamenti e opinioni. L’onestà intellettuale permette a chi si accosta ai risultati del suo lavoro di scernere tra il piano soggettivo e quello che lo supera e rimane. Penso che l’importanza de Il nostro Sessantotto risieda, oltre che nell’inestimabile patrimonio di dati e informazioni che altrimenti sarebbero semplicemente andati dispersi, proprio nella sua carica di moralità e di onestà intellettuale.
Lo aveva notato già Claudio Dellavalle nella presentazione della prima edizione del libro di Orsi: il saggio de “L’Impegno” riportava l’immagine a dir poco straniante di un corteo studentesco (forse quello di Varallo Sesia del 29 aprile 1969 che rappresentò, il top, il momento culminante del movimento in quell’anno) che scorreva sullo sfondo delle montagne valsesiane, en plein air, su di una strada aperta, immersa nella natura, rivolta verso una destinazione misteriosa e indeterminata. La fotografia è straniante perché la comunicazione ha associato in un certo immaginario la protesta di quegli anni alle strade urbane, rabbuiate da casermoni e annerite dallo smog, ai volti contratti dei manifestanti, ai fumi soffocanti dei lacrimogeni e agli scontri con la polizia. Episodi di questo genere in realtà rappresentarono una frazione infinitesima dell’enorme, minutissima e multiforme attività svolta dai movimenti di quegli anni, eppure la potenza dei mass media è riuscita a farne una componente dominante e ossessiva nell’immaginario collettivo. Questo esito parla da solo e la dice lunga sui caratteri di fondo della comunicazione politica in un Paese come il nostro che non si trova certo ai vertici della classifica che riguarda la libertà e l’indipendenza della stampa. Ebbene, quella fotografia sta a sottolineare il legame profondo del movimento studentesco valsesiano con il territorio. Quegli anni furono veramente «formidabili». Tali li definì Mario Capanna, allora tra i leader studenteschi milanesi, figura nota e di passaggio anche in valle. Il 1969 si concluse con la devastante alluvione del 2 e 3 novembre. Più colpita fu la val Mosso, ma si ebbero conseguenze rilevanti anche in Valsessera e Valsesia. Ci furono 72 morti, cento fabbriche distrutte, 350 laboratori tessili che ne rappresentavano l’indotto decentrato spazzati via, un intero polo laniero e l’economia di intere vallate paralizzati. Come già era avvenuto a Firenze esattamente tre anni prima, la mobilitazione fu immediata specialmente da parte dei giovani operai e degli studenti che la retorica giornalistica etichetterà come gli «angeli del fango» e quella cinematografica come la «meglio gioventù». Alla tempesta seguì la burrasca della ristrutturazione industriale le cui avvisaglie erano evidenti negli anni prima. La lotta della Bozzalla & Lesna di Coggiola nel 1970 assunse un carattere esemplare non solo per le dimensioni dell’impianto, la forte presenza sindacale e la coscienza di classe dei lavoratori ma anche perché la popolazione dell’intero comprensorio intuì subito che dall’esito di quella lotta sarebbe dipeso il futuro. L’appoggio all’occupazione dello stabilimento degli artigiani, dei piccoli produttori e dei commercianti fu massiccia. Questo è un comportamento che mi colpisce perché altrove, ad esempio nella mia città, Borgomanero, i commercianti quando vedevano gli operai in sciopero dicevano che facevano fallire le fabbriche. I commercianti della Valsessera avevano invece una diversa sensibilità umana e avevano pure capito che ai tessitori senza salari sarebbero corrisposte le casse vuote dei loro negozi. La popolazione visse quella lotta epica come un’«amputazione delle radici». Gli operai ricevettero l’«abbraccio della valle», ma non bastò. La sconfitta aprì la stagione di una pesante ristrutturazione industriale in tutta l’area circostante. C’è un altro fatto da considerare per comprendere le dinamiche sociali di quegli anni: la scolarità di massa. Sandro stesso lo sottolinea quando calcola che nel decennio 1958-1968 il numero degli studenti delle scuole superiori valsesiane era triplicato. La scuola, ancora nel dopoguerra riserva dei ceti alti e della piccola borghesia, si apre a nuovi strati della popolazione, ai figli degli operai, dei valligiani, degli immigrati, un cambiamento della composizione sociale degli studenti destinato a generare un movimento dai caratteri originali e del tutto nuovi.
Sandro terminò nell’anno scolastico 1967-1968 gli studi superiori presso il liceo classico di Varallo Sesia, si iscrisse all’Università degli studi di Torino ed ebbe la sua prima esperienza di insegnamento con una supplenza in valle alle scuole medie Marconi. Torino fu la città dell’occupazione di Palazzo Campana, delle lotte di Palazzo Nuovo, dell’operaio-massa delle linee di Mirafiori, dell’esplosione del conflitto operaio alla FIAT, la gigantesca piovra del capitale che con i suoi tentacoli tutto dominava in città dall’economia all’assetto urbano, dalla comunicazione al mondo del calcio. Sandro fu partecipe di queste lotte e dell’incontro tra studenti e operai. Fece parte di un gruppo di universitari che misero a diretto contatto gli studenti medi della Valsesia con le esperienze avanzate dei movimenti torinesi e, in misura minore, milanesi.
Ebbene, quali furono gli effetti e i cambiamenti provocati da quella stagione straordinaria di lotte studentesche? Bisogna prima di tutto tenere presente che ci troviamo di fronte a un movimento, come tale, inevitabilmente privo di omogeneità e di una salda struttura organizzativa, dotato un andamento temporaneo e ciclico. Nonostante questo in Valsesia e in Valsessera il suo impatto fu molto forte. Nella fase precedente del dopoguerra le proteste studentesche, quando c’erano, erano spesso orientate a destra se non strumentalizzate in chiave nazionalistica dal MSI sulla questione di Trieste e del confine orientale. Un movimento invece che apriva una riflessione critica sul valore e sul significato dell’apprendere e del conoscere, sul rapporto tra la scuola, il mondo del lavoro, la società e le generazioni portava con sé una carica dirompente e costruttiva del tutto nuova. Tra gli effetti più importanti ci fu il cambiamento delle relazioni sociali. Si andarono sgretolando le barriere tra gli studenti, tra giovani del nord e quelli del sud, tra studenti e operai, tra maschile e femminile, tra il “dentro” e il “fuori” dalla scuola. Si accorciarono le distanze sociali anche tra giovani e adulti. Quel «Diamoci del tu» con il quale il leggendario comandante partigiano Cino Moscatelli salutava gli studenti valsesiani era qualcosa di diverso da un semplice gesto di apertura o di cortesia. Era un invito al superamento del «gap» generazionale, la costruzione di un piano di parità e di uguaglianza senza rinunciare alle rispettive differenze, un modo di raccordare il passato resistenziale con il presente ribelle. Quegli anni formarono la dimensione civile di Sandro, furono l’humus dell’impegno sindacale, che insieme ad altri docenti lo porterà alla costituzione della CGIL scuola; della scelta politica che lo condurrà nel PCI, ereditando nel 1976 l’incarico di responsabile di zona del partito già appartenuto a Ferdinando Zampieri Angìn; dell’impegno di studio e di divulgazione dei valori resistenziali che lo vedrà nel 1986 entrare nel consiglio dell’Istorbive. Soprattutto, quegli anni, strutturarono la dimensione lavorativa di Sandro. Prima dal 1972 docente nelle scuole superiori, poi dal 1993 preside dei professionali alberghieri “Giulio Pastore” di Varallo Sesia e “Mario Soldati” di Gattinara, portò costantemente nella scuola con coerenza le esperienze vissute. Lo stesso saggio Il nostro Sessantotto nasce nelle aule delle sue classi come lezioni rivolte alla quarta e alla quinta che avevano chiesto di parlare di quell’ormai lontano episodio del passato. Fino al 2014, quando fu collocato in pensionamento forzato, furono 42 anni di sfide pedagogiche e sociali tra cui la dimensione multietnica che il sistema educativo andava assumendo (nel 2006, negli istituti di Sandro questi ragazzi rappresentavano l’11% degli iscritti), l’inclusività, i rapporti con il territorio e con il mondo del lavoro, la proiezione della scuola verso l’esterno come presidio di educazione permanente. Questo è stato il sessantotto: la sorgente di una leva di uomini e donne appassionati del sapere e consapevoli dell’importanza e della portata del loro ruolo educativo, una generazione che, pur con i suoi limiti, ha arginato il degrado progressivo di una scuola alla deriva, privata di risorse e di adeguate attenzioni.
Alessandro Orsi, Il nostro Sessantotto. 1968-1973. I movimenti giovanili studenteschi e operai in Valsesia e Valsessera, Borgosesia, Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea in provincia di Vercelli “Cino Moscatelli”, 1990, pp. 141
