UNA ROCCIA DI NOME ARIALDO


Il partigiano Arialdo Catenazzi ha raggiunto il traguardo del secolo di vita. Nato a Zoagli il 6 luglio 1926, si trovava a Verbania, studente del corso di chimica presso l’Istituto «Lorenzo Cobianchi», al momento della caduta del fascismo e al successivo annuncio dell’armistizio. Con un ristretto gruppo di giovanissimi compagni di studi, che avevano maturato una profonda avversione nei confronti del fascismo, costituisce subito il GAP, Gruppo di Azione Patriottica, di Intra con il nome di battaglia di Ari.

Fu una scelta meditata e limpida che Ari, straordinario storyteller, ha sempre sottolineato ogni volta che è stato chiamato a raccontare. Fu una scelta difficile, ancor più difficile perché portata avanti in un ambiente sfavorevole alla guerriglia come quello urbano. Fu una scelta consapevole che uomini e donne della Resistenza compirono nella giusta convinzione di essere protagonisti della storia. Nel giugno 1944 i fascisti effettuarono un aspro rastrellamento a Verbania arrestando a caso e rinchiudendo in un edificio scolastico 110 persone. Tra di loro c’era anche Ari, la cui identità di gappista era sconosciuta. Fuggì agevolmente dall’improvvisato luogo di detenzione, ma venne ripreso dai fascisti, pestato a sangue e tradotto al carcere del Castello di Novara. Fu gettato nella cella numero otto, quella riservata ai «politici». Da lì si poteva uscire per essere fucilati per rappresaglia, magari dalla «squadraccia» della questura di Novara, oppure per essere trasportati in Germania nei campi di concentramento. Per Ari, invece, che non aveva nessuna imputazione se non quella di essere caduto come decine di altri cittadini nella rete tesa a tradimento dai fascisti qualche settimana prima, fu efficace l’intervento dei familiari e di un avvocato che ne ottenne il rilascio. Ricordo quando, nell’aprile 2016, anniversario della Liberazione, Ari ricostruiva con incredibile lucidità questo capitolo della sua vita durante l’apertura straordinaria del Castello, allora in ristrutturazione. Avevamo raccolto in quella circostanza centinaia di firme per chiedere che il Castello fosse valorizzato come luogo della memoria resistenziale in onore delle migliaia di prigionieri innocenti, ostaggi e vittime (in quegli anni di guerra entrate e uscite superarono almeno le diecimila) che vi transitarono. Di quella richiesta nulla è stato fatto. Anzi, capita che qualche visitatore ignaro (?) chieda della cella dove per brevissimo tempo venne detenuta «la Claretta». La cella riservata ai Petacci, arrestati per reati comuni, era a suo modo la migliore. Ben diverse e terribili erano le condizioni degli altri prigionieri, molti dei quali da lì non fecero ritorno alla vita.

Dopo il rilascio, Ari riprese la lotta partigiana in montagna nella brigata «Cesare Battisti» con un altro nome di battaglia: Gatto. Poi vennero i giorni della zona libera ossolana, l’ultimo, terribile inverno di guerra, la liberazione e il 7 giugno 1945 quando i partigiani deposero le armi. «Non abbiamo più avuto la forza in mano» commentava Arialdo. Dall’alto del secolo di vita, ne ha viste passare. Quel fascismo che sembrava sconfitto ottant’anni fa ritorna in forme neanche tanto nuove. I suoi intrecci con una parte della società italiano sono profondi, ma dall’altra parte ci saranno tante rocce pronte a spuntare e a resistere come fece Arialdo.