CUBA, GARIBALDI E I PARTIGIANI


Quando, finita la guerra, il partigiano Gino Donè Paro s’imbarcò per Cuba, non fece altro che ripercorrere una rotta antica dell’emigrazione politica italiana. «Scontento – scrive il suo biografo Pier Carlo Porporato – di come era in quel momento piombata l’Italia», Gino si unì a Fidel e al Che in uno dei tre plotoni che diedero l’avvio alla rivoluzione contro la spietata e corrotta dittatura di Fulgencio Batista. Anche in questo caso si riaccendeva una gloriosa tradizione.

Gino Donè nel 2005 da: P. Porporato e D. Sànchez Lemus, La vita di Gino Donè Paro

A portare molti italiani verso l’America latina contribuivano almeno due circostanze. In primo luogo, la familiarità culturale e linguistica. Questa sorta di prossimità era anche il risultato del predominio spagnolo sulla penisola che si era prolungato per quasi due secoli, dalla metà del XVI al principio del XVIII secolo. Dall’altra parte, c’era la percezione crescente del Nuovo mondo non solo come terra di conquista dove tentare la fortuna, ma anche come terra di libertà dove si combatteva contro il dominio coloniale degli stati iberici e della Francia e dove, seppure in forma aurorale, come aveva dimostrato a Santo Domingo la ribellione di Francois Dominique Toussaint Louverture, covava il fuoco della rivolta sociale. Anni dopo, alcuni dei giovani compromessi con i moti liberali del 1820-1821 avevano dunque solcato l’Atlantico e raggiunto le coste americane. Paradossalmente, quella crisi internazionale che si era aperta con il rifiuto delle truppe spagnole ammassate a Cadice di imbarcarsi per combattere «el libertador» Simón Bolívar, si chiuse con un esodo forzato degli insorti oltre Atlantico. Il borgomanerese Ercole Giuseppe Maioni, allora studente presso l’ateneo torinese, aveva preso parte con il fratello Antonio ai tumulti cittadini del principio del 1821 e, quando l’improvvisato esercito liberale era stato disperso sotto le mura della piazzaforte di Novara dagli austriaci e dalle truppe sarde fedeli al nuovo re Carlo Felice, si trovò costretto a imboccare la via dell’esilio. I due fratelli si divisero. Antonio si rifugiò nella vicina Svizzera, mentre Ercole affrontò una drammatica traversata dell’oceano che si concluse, dopo alterne vicende, con lo sbarco a Cuba. Qui contrasse la febbre gialla e morì il 23 settembre 1825 a venticinque anni. Di solito erano i colonizzatori europei a contagiare con le loro devastanti malattie i popoli indigeni delle Americhe, ma poteva capitare che morbi sconosciuti nel vecchio mondo, come appunto la febbre gialla, colpissero i nuovi arrivati. Si tratta di un risvolto interessante del processo di globalizzazione che ha indotto il biologo statunitense Jared Diamond a formulare l’affascinante ipotesi contenuta nel suo saggio del 1997, conosciuto in Italia con il titolo Armi, acciaio e malattie. Breve storia del mondo negli ultimi tredicimila anni. In ogni caso, la febbre gialla continuò a mietere vittime sull’isola. Nel 1881, il medico cubano Carlos Finlay individuò in una specie di zanzara, che veicolava il virus, la causa dell’infezione. Naturalmente, non fu creduto dalla comunità scientifica fino a quando, vent’anni dopo, la sua teoria fu definitivamente confermata. Finlay attese invano il premio Nobel che invece fu attribuito molti anni più tardi al medico sudafricano bianco Max Theiler che mise a punto un vaccino contro la malattia.

Il forte legame che nel tempo si stabilì tra l’Italia e l’America latina ha in Giuseppe Garibaldi il simbolo più evidente. L’«eroe dei due mondi» visse nelle Americhe in diversi periodi per quasi 14 anni. Anche lui esule, a seguito della fallita spedizione della Savoia del 1834, combatté nel 1837 a fianco della repubblica ribelle del Rio Grande do Sul contro l’impero brasiliano con una patente di corsa. In proposito, è utile richiamare la sostanziale differenza tra pirateria e guerra di corsa. Il pirata pratica una delle più antiche forme di economia: si appropria con la forza dei beni altrui per fini privati. Il corsaro invece pratica una forma di guerra destinata a danneggiare il nemico militarmente ed economicamente dietro mandato di un’autorità politica. Così i «cani del mare» come Walter Raleigh, Francis Drake, Thomas Cavendish, John Hawkins e compagnia arrembante praticarono ai danni dei galeoni spagnoli, che trasportavano l’oro americano, una guerra debitamente autorizzata dalla regina Elisabetta I. Garibaldi fu successivamente in Uruguay nel 1842. Scese da New York prima nei Caraibi (quasi certo anche se discusso è il suo breve sbarco all’Avana nel novembre 1850) poi in Perù. Nel 1861, fallirono le trattative per affidargli la guida dell’esercito nordista nella guerra di Secessione. Garibaldi pose come condizione una forte caratterizzazione antischiavista della guerra e alla fine non poté venir meno al suo impegno nelle vicende risorgimentali italiane. Nel 1869, Emilia Casanova de Villaverde, moglie del poeta e patriota cubano Cirilo Villaverde, rivolse a Garibaldi l’accorato invito ad assumere le redini della lotta per l’indipendenza cubana, appello a cui il generale non poté aderire. Infatti, negli ultimi anni, anche a causa della ferita riportata in Aspromonte, le sue condizioni di salute erano alquanto peggiorate e, nello spazio di poco tempo, lo avrebbero ridotto all’immobilità. Fu in ogni caso la voce del più importante poeta cubano, Josè Martì, a eternare la fama del Garibaldi americano come «figlio della libertà». Bartolomé Mitre, presidente dell’Argentina dal 1862 al 1868, la rinsaldò nel 1888 con la memoria Un episodio troyano: recuerdos del sitio grande de Montevideo, contenuto nel volume Garibaldi en América. Tutta la vicenda garibaldina in America latina ebbe una forte caratterizzazione militare che il nizzardo, memore dell’impronta mazziniana, non separò mai dalla necessità dell’educazione politica del combattente e del popolo.

La presenza di Garibaldi sul continente, ormai divenuta mito dopo la sua morte, fu custodita dalla cospicua emigrazione italiana in America latina. Alcune stime calcolano in circa trenta milioni gli italiani espatriati tra 1861 e 1981. Di questi, quasi quattro milioni e mezzo raggiunsero Argentina e Brasile. La guerra civile spagnola, prova generale del secondo conflitto mondiale, rappresentò un rinnovato punto d’incontro tra i combattenti per la libertà provenienti dalle Americhe e dall’Italia. Anche gli intellettuali non mancarono di dare il loro apporto alla difesa della legittima repubblica spagnola, e, tra questi dall’altra parte dell’oceano, il cileno Pablo Neruda, il peruviano César Vallejo, il messicano Octavio Paz, il cubano Nicolás Guillén. Dall’isola caraibica partirono circa un migliaio di volontari. La guerra europea rappresentò per loro anche un incontro con le tecniche di guerriglia destinato a riversarsi sulla futura rivoluzione come dimostra la figura di Alberto Bajo, combattente in Spagna, addestratore dei primi guerriglieri cubani in Messico e partecipe della rivoluzione stessa: allo stesso modo, l’esperienza repubblicana tornò utile nella Resistenza italiana tra i partigiani delle brigate d’assalto «Garibaldi». In Spagna, gli antifascisti italiani si erano in gran parte ritrovati nella XII brigata internazionale intitolata sempre a Garibaldi. Avevano combattuto, tra l’altro, a Guadalajara nel marzo 1937 contribuendo a fermare l’avanzata del fronte franchista dove erano schierati i «volontari» mandati da Mussolini. Quella battaglia segnò anche la fine dello sporco tentativo fascista di impadronirsi del mito garibaldino strumentalizzando Ezio, il nipote dell’eroe. Il fascismo cercava d’imporre a fini propagandistici e ideologici una lettura in chiave esclusivamente nazionalistica delle imprese di Garibaldi. Ma le camicie dei volontari garibaldini erano rosse, il loro assalto era tutt’altra cosa rispetto allo squadrismo e Garibaldi restava saldamente un combattente per la libertà dei popoli ovunque nel mondo fossero e, con il suo seppure sfumato avvicinamento all’Internazionale, restava un potete simbolo della lotta per la giustizia sociale delle classi subalterne. Per questo la sua immagine veniva spesso affiancata a quella di Marx nelle sedi delle prime associazioni operaie italiane e non solo. Per questo, il mito di Garibaldi era destinato a rivivere ogni volta che si combatteva per la libertà come nella persona del Che a cui lo accomunavano la predilezione per la guerriglia, la dimensione internazionale, il coraggio e la generosità, senza mai dimenticare la «tenerezza».

dedicato a Osvaldo e a Oreste la cui presenza tra di noi è sempre viva