Il 16 marzo 1945 si combatteva la battaglia di Romagnano tra i partigiani garibaldini e i repubblichini della «Muti» e del «Mazzarini» asserragliati nel collegio convitto «Giuseppe Curioni» all’interno del quale avevano imposto il loro presidio. Il 16 marzo 1988, in occasione della consueta commemorazione del fatto d’armi, veniva inaugurata all’ingresso dello stesso collegio una grande opera per rievocare quella gloriosa giornata.

Un Angelo ribelle. La composizione si delinea sullo sfondo di un muro curvilineo, quasi a rappresentare un delicato abbraccio, un tentativo di coinvolgere chi guarda, un invito a “entrare” nella storia raccontata e scandita in diverse e ordinate sequenze: a partire dalla sinistra, la guerra con i suoi orrori, il soldato straziato dal filo spinato, i caduti, i non-uomini senza volto accanto alla barriera del lager; la madre, al centro in primo piano, che con il figlio morto tra le braccia sembra uscire dal mural e andare incontro allo “spettatore” e chiedere ragione del perché di tanta follia; le diverse fasi della battaglia, la concitazione dell’assalto partigiano, le trattative per la resa; infine le mani alzate che proiettano lunghe e inquiete ombre a chiusura della narrazione. È evidente l’intenzione dell’artista di raccontare in maniera semplice, scarnificata, popolare, rivelando nell’insieme l’influenza del realismo di Renato Guttuso. La figura in rilievo della madre riporta, seppure in contesti molto diversi, ad antiche suggestioni dalla Libertà che guida il popolo (1830) di Eugène Delacroix al Quarto stato (1901) di Pellizza da Volpedo; le mani invece a Guernica (1937) di Pablo Picasso. Il bozzetto dell’opera del 1987 presenta notevoli differenze rispetto al risultato finale sia per quanto riguarda la prospettiva, la profondità e la disposizione delle sequenze narrative sia per il vero e proprio capovolgimento delle gerarchie. Nel bozzetto in posizione dominante è il partigiano in atto di scagliare la bomba con la madre in secondo piano che incede tra i caduti con il suo carico dolente. La colomba, simbolo di pace, s’innalza e stende le ali, ben visibile. L’opera definitiva presenta un vero e proprio ribaltamento, rivelatore del percorso interiore dell’artista, e il momento epico cede il passo alla riflessione sul valore della vita e sulla donna come colei che dà la vita stessa. La tecnica impiegata nel mural è il graffito, l’incisione su intonaco che fa emergere il colore sottostante, un lavoro di sottrazione di materiale che rimanda a forme d’arte primordiali e al tempo stesso contemporanee: da una parte le incisioni rupestri e dall’altra, seppure con diversità di mezzi e intendimenti, la street art che dagli anni Settanta e Ottanta si è diffusa dagli Sati uniti. La battaglia di Romagnano è opera di Angelo Bersani, conosciuto come Angelo del Devero. Nato a Gazzada nel 1928, poco più che adolescente aveva conosciuto l’Ossola della lotta partigiana. L’esperienza ribelle della Resistenza lo rese un uomo libero e lo avvinghiò al fascino della montagna al punto di lasciare il promettente lavoro artistico che svolgeva in Svizzera per andare a gestire il rifugio alpino della piana del Devero, al punto di trasformare la stazione della funivia di Goglio, dove il 17 ottobre 1944 furono massacrati dai nazisti quattro giovani partigiani, in una delle sue opere più suggestive e potenti. La targa bronzea ai piedi del graffito di Angelo del Devero è invece ricavata dalle parole del poeta della Resistenza Dante Strona scomparso nel 1988 e fu apposta il 16 marzo dell’anno successivo.
Una Resistenza monolitica. Romagnano Sesia custodisce al centro del cimitero un’altra pregevole opera resistenziale. Si tratta del Monumento ai caduti della libertà, un gigantesco monolito in granito, collocato nel 1950. Ai piedi dei caduti, calpestate sono le armi, quelle armi che i partigiani pensavano di dovere impiegare per l’ultima guerra. La scultura s’impone per l’intensa tragicità, per i volti deformati dal dolore e dall’orrore, per il movimento intrecciato e convulso dei corpi. L’autore è Andrea Cascella, il capitano Andrea comandante della brigata garibaldina «Rocco Bellio», presente con i suoi uomini alla battaglia del 1945 con compiti di sorveglianza di alcune delle importanti arterie stradali che conducevano al paese. Andrea proveniva da una famiglia pescarese che, a partire dal capostipite Basilio (1860-1950), aveva formato generazioni di artisti. Nel dopoguerra fu, tra l’altro, autore nel 1967 del monumento ad Auschwitz, commissario alla Biennale di Venezia, dal 1980 rettore dell’Accademia di Brera, esponente di punta dell’astrattismo italiano e scultore di dimensione e fama internazionale. Il granito di Romagnano, con i suoi evidenti tratti figurativi, precedette la maturazione piena dell’artista e non ebbe al momento dell’inaugurazione commenti molto favorevoli da parte del pubblico degli ex partigiani che si attendevano una rappresentazione più tradizionale e naturalista. Solo a distanza di tempo, come spesso avviene, il valore dell’opera poté essere valutato e apprezzato in tutti i suoi aspetti.
Qui invece è stata dura. Con queste parole, a distanza di anni, il commissario garibaldino Grano ricordava quella battaglia che si collocava in una fase delicata della lotta partigiana in Valsesia e nell’intero novarese: il difficile e accidentato passaggio dalle bande partigiane e dalle successive formazioni più strutturate alla fase iniziale della costruzione di un esercito popolare di liberazione. Questa scelta comportava la necessità di superare numerosi ostacoli dall’autonomia gelosamente difesa dalle singole brigate alla cronica insufficienza e inadeguatezza dell’armamento, in particolare delle armi pesanti. Si trattava di intensificare le azioni offensive, coordinarle, acquistare capacità di manovra, disporre le necessarie coperture, elaborare dei piani militari complessi. Il 16 marzo rappresentò un’importante esperienza in questa direzione. Contemporaneamente furono attaccati, dalla 81a «Silvio Loss», il presidio fascista di Fara Novarese, dalla 118a «Remo Servadei» quello di Borgosesia e dalla 84a «Attilio Musati» il convitto Curioni di Romagnano. Gli altri reparti della divisione garibaldina assicurarono la copertura, compito di fondamentale importanza che richiedeva un gran numero di uomini. Il successo dei tre attacchi avrebbe sgomberato l’imbocco della valle e preparato l’assalto all’ultimo presidio di Varallo Sesia. A Romagnano, i fascisti avevano trasformato la scuola, voluta da Giuseppe Curioni nel lontano 1865 a beneficio degli abitanti del paese e del circondario, in una caserma con tanto di stanze impiegate come celle carcerarie oppure come camere della tortura o all’occorrenza addirittura come camere ardenti per i loro caduti. Le lezioni non si erano interrotte, anche se i numerosi convittori si erano ridotti a soli sette. Erano invece frequentate da un gruppo di allievi, circa una trentina, che abitavano nelle vicinanze e che, insieme ai loro insegnanti e ai coniugi Peani, amministratori del collegio, erano diventati veri e propri scudi umani destinati a proteggere i fascisti da eventuali attacchi partigiani. La battaglia fu comandata da Albino Calletti, capitano Bruno (1908-2000) e da Giacomo Grai, Grano (1903-1986), ma vi ebbe un ruolo fondamentale nell’opera di mediazione il rettore della chiesa di Romagnano don Giovanni Preti (1899-1993). Fu lui, spirito votato agli studi classici più che all’azione, ad assumersi tra le pallottole il rischio di concordare l’evacuazione degli studenti e del personale nel corso della mattinata e mettersi a disposizione per le trattive che portarono alla resa del presidio fascista nel tardo pomeriggio. Lo scontro durò ben quattordici ore, dalle 4-4,15 dell’alba alle 18-18,30 della sera. I partigiani misero in campo la brigata «Musati» i cui effettivi, che però in parte dovevano essere utilizzati nelle azioni di copertura o di altro genere, si aggiravano sui 150 uomini. Il presidio, ben protetto da armi pesanti, che invece difettavano agli attaccanti, contava tra 65 e cento uomini tra mutini e paracadutisti della GNR, comandati dal tenente Elios Lumbau, tristemente noto in Valcamonica con l’appellativo del «carnefice». Morirono nel corso dell’attacco i partigiani Pierino Beretta Mare di 31 anni, Giorgio Robatti Giorgetto e Vincenzo Rovelli Serpente entrambi di 19 anni. I fascisti persero quattro uomini, ma, disarmati e sottratti dai partigiani alla furia della popolazione che si era raccolta alla fine della battaglia, poterono allontanarsi ed ebbero salva la vita.
