La cerimonia del conferimento della Medaglia d’oro al valor civile alla Cacciana, frazione di Fontaneto d’Agogna, incendiata e distrutta dai fascisti il 20 settembre 1944, suscita sentimenti contrastanti. Certamente non è stata una celebrazione in stile partigiano. Del resto non lo avrebbero consentito né l’ufficialità della manifestazione né il clima politico che vede il governo centrale e numerose amministrazioni locali retti da figure che più o meno direttamente si ispirano al fascismo o lo ritengono un’esperienza positiva o sono saliti sul carro di partiti che, non avendo partecipato all’elaborazione del dettato costituzionale, non hanno nemmeno nel loro DNA l’intento della difesa strenua dei suoi principi.

C’è stata così un’inevitabile sfilata di diverse figure istituzionali di cui però va sommamente apprezzata una delicatezza: l’estrema concisione degli interventi, almeno di alcuni di loro. Forse la tragedia della Cacciana non li ha ispirati molto. Forse non sapevano proprio che dire. Forse qualcuno si sarà chiesto a quale specialità olimpica avesse partecipato la frazione per vincere una medaglia d’oro e non è riuscito a trovare una risposta. In ogni caso piuttosto che allineare le quotidiane sciocchezze o insolenze di alcuni colleghi hanno preferito parlare poco. Bravi. Tra le eccezioni va posto il nostro «governatore» (come si dice con impronta yankee) che ha preferito Dronero alla Cacciana e, con i potenti mezzi della tecnologia, ha fatto pervenire un video messaggio un po’ più consistente che si chiudeva con l’augurio di una buona «festa della libertà». Ogni volta che sento queste parole durante la festa della liberazione dal nazifascismo, in questo clima di oggettivo restringimento degli spazi di libertà e di dissenso, rivedo le immagini del discorso di Berlusconi sullo sfondo delle macerie dell’Aquila del 25 aprile 2009: «La festa della liberazione sia una festa della libertà».
C’è un’altra considerazione importante da soppesare. Non solo i testimoni e le vittime di quell’atto terroristico, partigiani e contadini, per ragioni anagrafiche sono venuti meno, ma è cambiata profondamente la natura, la dinamica del popolamento, la stratificazione sociale della frazione che era, e rimase per alcuni decenni nel dopoguerra, una comunità contadina solidale e comunista non solo nei comportamenti elettorali ma anche nel modo di pensare e nella lotta per l’esistenza quotidiana. Senza il comunismo, approdo di almeno un secolo di lotte contadine come hanno documentato il prof. Alessandro Monfrini e altri studi, non ci sarebbero stati durante il ventennio i confinati, i condannati dal tribunale speciale, gli emigranti per fame e persecuzione politica, non ci sarebbe stato il salvataggio da parte degli abitanti della Cacciana di centinaia di prigionieri alleati e di un numero imprecisato di ebrei, non ci sarebbe stata la Resistenza partigiana, non ci sarebbe stato il vile agguato della Fascia rossa, non ci sarebbe stata la gloriosa «Pizio Greta», non ci sarebbe stata la rappresaglia fascista e non ci sarebbe stata la ricostruzione che è andata a gravare soprattutto sulle spalle dei frazionisti. Ed è bene sottolineare che partigiani e popolazione non erano due realtà distinte e, come subdolamente si insinua, quasi contrapposte. I partigiani erano i figli della Cacciana e la decisione di non attaccare i fascisti mentre incendiavano le case (assolutamente insensata anche da un punto di vista militare) fu presa insieme all’interno di una perfetta dinamica democratica. In tema di sassolini da levarsi dalle scarpe, mi è parso, almeno su due punti, non molto carino che si siano dimenticati completamente due nomi. Certo non si poteva ricordare tutto e tutti, ma in questi casi ne va di quella necessaria riconoscenza di cui si è tanto parlato. In primo luogo, la richiesta della concessione della Medaglia d’oro si deve alla giunta guidata dal sindaco Alfio Angelini. In secondo luogo, se si deve riconoscere il contributo della chiesa locale alla Resistenza, perché dimenticare il nome del coadiutore don Luigi Vicario che con i partigiani ebbe contatti pressoché quotidiani, condusse diverse trattative per il rilascio di prigionieri e per la resa di presidi fascisti e, finita la guerra, si accollò per conto del CLN il triste ma meritorio compito di recuperare le salme disperse dei caduti e dare loro una degna sepoltura?
Invece, la mia Cacciana d’oro, un po’ diversa da quella celebrata, è raccontata in questo scritto del 2019, dedicato a mia nonna, la mari Linìn, caccianotta verace, e a suo fratello, il mio ziu Peru:
« CACCIANA: LA RICOSTRUZIONE
Piccoli villaggi, paesi e intere città furono cancellati poco prima e durante la seconda guerra mondiale. Ricordiamo, per esempio, la distruzione di Guernìca il 26 aprile 1937, di Coventry il 14 e 15 novembre 1940, la tempesta di fuoco che si abbatté su Dresda fra il 13 e il 15 febbraio 1945, le bombe atomiche di Hiroshìma e Nagasaki il 6 e il 9 agosto 1945. Poco conta che la rovina venga dal cielo o dalla terra, da est o da ovest. Poco importa se travolge metropoli illustri o borghi sconosciuti: la perdita, il dolore, lo sgomento sono i medesimi.
L’incendio della Cacciana fu un atto di terrorismo. I fascisti volevano spargere il terrore e in questo modo spezzare l’unione tra i partigiani e il popolo. Invece, attraverso un dialogo incessante, si era formato un solido blocco tra i contadini e i loro combattenti e, per questo motivo, la rappresaglia fallì e ottenne il risultato opposto rispetto a quello che i nazifascisti si proponevano, cioè rafforzò i legami tra le vittime e i volontari della libertà e consolidò la coesione e la determinazione a resistere della popolazione civile.
Dopo l’incendio, il CLN locale coordinò immediatamente i soccorsi, raccogliendo per quello che era possibile cibo, foraggio, attrezzi agricoli, bestiame e sementi, in modo di dare la possibilità alle vittime di completare i raccolti, specialmente la vendemmia, e di effettuare l’aratura e la semina per la nuova stagione agraria. Alcune famiglie trovarono ospitalità presso parenti o nei paesi dei dintorni, ma la maggior parte non volle abbandonare il villaggio e si raccolse nei campi vicini, dove fu improvvisata un accampamento con cucina comune. I contadini, discretamente protetti dai loro partigiani, organizzarono turni di vigilanza. Ogni tanto, il rumore secco del crollo di una trave, di una muratura o di un’ala di tetto delle loro case, trovava eco in un tonfo dei cuori. Rientrarono tra i ruderi dopo circa un mese, quando, spenti gli ultimi fuochi e ritornati dal Castello, il carcere di Novara, gli ostaggi, ormai si preannunciava un crudo inverno da trascorrere all’addiaccio, con l’unico riparo di qualche muro annerito, di un pollaio o di un lembo di tetto scampato all’incendio e rabberciato alla meglio con fasci di paglia. Come cantò il poeta Dante Strona rimaneva una grande speranza:
qualcuno disse: “Torneranno i ragazzi,
ricostruiremo le case; non siamo vinti”
E il 25 aprile 1945 i ragazzi tornarono e fu un giorno di grande festa. Il villaggio era ancora distrutto, ma almeno, con la fine della guerra, cessava quella condizione di divisione delle famiglie, di attesa angosciosa e di terrore, quella vita di corsa, sempre col cuore in gola e le pallottole che fischiavano sopra i pennacchi delle piante di mais.
I danni della rappresaglia del 20 settembre 1944 poterono finalmente essere stimati dal geometra Bruno Pelosi che ne calcolò l’importo in quasi 18 milioni di lire. Le famiglie dei sinistrati erano 58, cioè quasi la totalità della popolazione. La condizione d’indigenza di chi tutto aveva perduto impediva di mettere mano prontamente alla ricostruzione e pertanto erano attesi con impazienza degli aiuti da parte del nuovo stato repubblicano, aiuti che tuttavia tardavano. Furono gli operai delle Officine Sant’Andrea a prendere l’iniziativa avviando una sottoscrizione in denaro e beni materiali e formando una squadra di una cinquantina di volontari per aiutare durante le ferie del 1945 i contadini nell’opera di sgombero delle macerie e di ricostruzione del paese. Si mobilitarono anche il partito comunista, le associazioni dei partigiani e il giornale “La Stella Alpina”. Anche se attesi, necessari e richiesti, non ci furono altri aiuti.
Al posto del tanto sospirato pagamento dei danni di guerra, giunsero invece carabinieri e MP [Military Polìce] che perquisirono il villaggio alla ricerca di armi. L’episodio, di cui si trova solo qualche scarno e incompleto accenno sulla stampa dell’epoca, si concluse, come altri simili, per esempio, a Maggiora o a Cassolnovo, con un insuccesso delle forze dell’ordine, tuttavia, esso richiede una pausa di riflessione.
Come in ogni smobilitazione, a poca distanza dalla fine dei combattimenti, circolavano ancora moltissime armi e molti reduci non avevano smesso l’abito mentale militare. Per esempio, quei partigiani che erano entrati in formazione negli ultimi momenti della guerra non avevano acquistato né la saggezza né l’anelito alla pace dei veterani. Bisogna cogliere anche un dato psicologico e culturale ancor più profondo e più importante dei precedenti. Il partigiano non è un soldato qualsiasi, chiamato alla leva e inquadrato in una struttura burocratica, al quale è assegnato in prestito un fucile per fare la guerra. Il più delle volte, egli ha conquistato in combattimento la sua arma rischiando la vita. In ogni caso, quest’ultima è entrata a far parte di una nuova identità, è testimonianza del suo coraggio, del suo valore e di una scelta volontaria, difficile, pericolosa e sofferta. Alla macchia, la sua condizione di uomo libero corrisponde a quella di uomo armato e la decisione, al termine del conflitto, di sotterrare “l’ascia di guerra” deve corrispondere prima di tutto a un problematico cambio di mentalità in un panorama caotico e torbido come quello che agitava i mesi e gli anni del primo dopoguerra.
La nostra penisola, sconvolta e impoverita dalla guerra, era diventata preda degli opposti appetiti delle potenze vincitrici. Una piccola componente delle forze armate resistenziali, per esempio, era pronta a riprendere le armi contro i partiti di sinistra. Questo fatto, allora sconosciuto all’opinione pubblica, è stato, almeno in parte, documentato con drammatica evidenza in tempi recenti. Senza contare poi che molti esponenti del fascismo rimasti a piede libero erano tutt’altro che rassegnati alla sconfitta, non erano affatto disarmati e pescavano in acque scure e limacciose, mettendo a frutto quelle tecniche di provocazione nelle quali erano diventati tanto esperti per un allenamento durato più di vent’anni. Nella confusione, a centinaia di chilometri da Novara si spargevano le voci più infondate e fantasiose come quella della presenza di decine di migliaia di uomini armati, pronti alla rivoluzione, concentrati sulle montagne novaresi. D’altro canto, il comportamento della dirigenza dei volontari della libertà era stato cristallino e inequivocabile. A Novara, il 14 settembre, i massimi comandanti Moscatelli, Ciro, Delle Torri, Livio e Tia avevano sottoscritto e pubblicato un ultimo manifesto che invitava gli ex partigiani a «consegnare armi e munizioni» senza indugi.
Tuttavia, la perquisizione della Cacciana, culla del movimento operaio e contadino della zona, conteneva un seme ben più insidioso della sorpresa e dell’indignazione certamente provate dagli abitanti in quel frangente. La repubblica democratica per la quale anche loro avevano sofferto e combattuto nasceva sotto l’impulso di interessi e passioni contrastanti e tra questi anche l’anticomunismo e l’odio anticomunista. È infatti opportuno distinguere tra il leale confronto politico, la differenza di opinioni, indispensabili alimenti di un sistema democratico, e il rancore fazioso che purtroppo ha insanguinato la nostra storia recente e bloccato un salutare ricambio del sistema politico fino a condurlo alla crisi attuale. Questo spirito revanscista ha rappresentato la sopravvivenza di un pezzo dell’ideologia fascista nell’Italia democratica e ha consentito ai nostalgici di quel regime di godere di impunità, alte protezioni, appoggi internazionali, alleanze politiche e di rimanere oppure di reinserirsi nei meccanismi dello stato, fino a occuparne posizioni delicatissime. Approfittando degli spazi offerti da una democrazia ancora bambina, neofascisti e conservatori di vario orientamento si erano aggrappati insieme, come i naufraghi alla scialuppa di salvataggio, alla parola “libertà”, invocandola in ogni circostanza e a gran voce. Proprio in quei giorni del settembre 1945, prendendo spunto da una discussione legata all’epurazione, il grande storico Luigi Salvatorelli, uno studioso di limpido orientamento liberale, scriveva sulla “Nuova Stampa” di cui era collaboratore:
«Il carattere saliente di certe campagne per la libertà è precisamente questo: che i pericoli da scongiurare, i nemici da combattere a pro della libertà sono scorti o almeno additati sempre da una parte sola. Non c’è che il pericolo di sinistra […] A destra – annotava infine con una vena di amara ironia la penna di Salvatorelli – non ci sono che amici – sicuri e zelanti amici – della libertà».
Se la festa d’aprile del 1945 aveva recato i segni della speranza, il 1946 portava con sé l’acerbo boccone delle molte disillusioni. Il guardasigilli Togliatti col provvedimento di amnistia del 22 giugno, venti giorni dopo il referendum istituzionale, offriva a una magistratura, sfuggita a qualsiasi epurazione, l’occasione per liberare 11.800 fascisti giudicati e detenuti per crimini vari. Le galere si svuotarono di assassini, di spie, delatori e collaborazionisti, di torturatori e autentici carnefici. Per portare a esempio un nome ben noto nelle terre novaresi, nonostante una condanna a vent’anni di carcere, ritornò subito libero Ezio Maria Gray, il quale con altri si adoperò nella clandestinità per radunare le forze del trascorso regime: un rapporto del servizio segreto americano del 1947 lo segnala tra i capi più attivi dei gruppi paramilitari neofascisti. Dall’altra parte, si moltiplicavano i casi di partigiani incarcerati, di solito, con accuse relative a fatti di guerra o sanate da precedenti interventi di legge, e l’aver combattuto nella resistenza diventava, di fronte a certo potere politico, un titolo di demerito e un motivo di sospetto oltre che un ostacolo spesso insuperabile per accedere agli impieghi pubblici. Per non parlare poi dei famigliari delle vittime e di chi era rimasto invalido durante la guerra e languiva senza mezzi di sostentamento.
In questo clima di prostrazione generata dalla guerra, di sgomento e incredulità per quanto stava succedendo, la protesta esplose in momenti di aperta rivolta: a Santo Stefano Belbo, nel cuore delle colline di Pavese e di Fenoglio, il partigiano Johnny, un gruppo di ex partigiani riprese le armi e diede vita all’effimera “repubblica” di Santa Libera che durò dal 20 al 26 agosto. Agitazioni si ebbero a Mantova, Piacenza, Genova, Milano, in Toscana, in Valtellina e in numerose altre località. Alla fine, dopo una lunga trattativa, Santa Libera si sciolse in cambio dell’impegno a soccorrere le famiglie dei caduti, i feriti e i mutilati; a porre termine alle persecuzioni antipartigiane e a valutare a tutti gli effetti il servizio prestato dai volontari della libertà. Tra le richieste, vi fu anche il «riconoscimento dei danni per rappresaglia nazi-fascista o attinenti alla guerra di liberazione quali danni di guerra, con precedenza assoluta ai danneggiati che si trovano in particolari condizioni di bisogno». Tuttavia, il Ministero della Ricostruzione, in questa circostanza veloce come una lepre, immediatamente fece sapere che non era possibile andare oltre la cifra dei due miliardi già erogati allo scopo.
Mentre tutto questo capitava, alla Cacciana, si avvicinava il tempo dei raccolti, che si prevedevano insufficienti a causa della siccità e il paese mostrava ancora vistosi segni delle dolorose ferite di due anni prima. Nel frattempo, la rappresaglia con incendio era ricaduta tra i reati estinti dall’amnistia. Quanto ai responsabili dell’incendio, l’ex prefetto Vezzalini, che aveva soprinteso alle operazioni del 20 settembre 1944 ed era accusato di numerosi e gravi delitti, era stato condannato alla pena capitale, eseguita a Novara il 23 settembre 1945. Martino, il comandante effettivo della Squadraccia, fu arrestato il 7 novembre 1945 a Monacilioni (CB), suo paese di origine, ma fuggì grazie all’intervento di una banda armata che riuscì a sopraffare gli agenti e disparve nel nulla. Invece, Salvatore Santoro, il “prediletto” del capo, presente all’incendio della Cacciana e accusato di omicidio, era stato fucilato con Vezzalini. Antonio Barra, Alberto Bonanno, Domenico Giardino e Dante Pregnolato, gli unici componenti della Squadraccia individuati tra gli artefici del rastrellamento della Cacciana e condannati a varie pene detentive, furono liberati tra il giugno e l’ottobre 1946. Gesualdi fu riabilitato dieci anni dopo con sentenza della Corte di Appello di Torino. Gli altri responsabili della rappresaglia non furono trovati.
A questo punto, all’associazione novarese dei partigiani non rimaneva che protestare soprattutto contro i ritardi nell’erogazione dei contributi per i danni di guerra. Nel mese di agosto 1946, il giornale di sinistra “La Lotta” annunciava che la sottoscrizione per la ricostruzione del paese aveva raggiunto 250.000 lire ed erano stati raccolti 5.000 mattoni: il significato morale era stato altissimo, perché quei soldi provenivano dalle tasche di operai e contadini che ben poco avevano da offrire a chi stava peggio di loro, ma il risultato era una goccia d’acqua rispetto alle necessità. Il 20 settembre, ci fu la seconda commemorazione dell’incendio, durante la quale fu posta una lapide coi nomi dei danneggiati.
La storia della ricostruzione della Cacciana finì come molte storie simili. Le pratiche per i danni di guerra si trascinarono a lungo. In definitiva, la macchina burocratica, nelle sue linee portanti, era rimasta molto simile a quella del periodo fascista, e, alla fine, dopo tanto aspettare, furono erogate somme inadeguate, quasi irrisorie, rispetto ai bisogni. Come erano abituati da sempre, come si fa dopo un terremoto, i contadini si erano rimboccati le maniche e, col tempo, ricostruirono le loro case, ma la Cacciana continuava a essere isolata dal corso dell’Agogna e del Sizzone che, quando s’ingrossavano, impedivano ai paesani di utilizzare i guadi, spostarsi e raggiungere i fondi coltivati oltre torrente. La soluzione venne con l’elezione a sindaco di Fontaneto d’Agogna di Andrej, l’antico comandante Alessandro Boca della 124a brigata “Pizio Greta”, diventato un apprezzato ingegnere e docente di scuola superiore. Egli gratuitamente preparò i progetti dei ponti e diresse i lavori; superando diversi ostacoli, il consiglio comunale reperì la somma necessaria per l’acquisto dei materiali; i caccianotti fornirono l’entusiasmo e le braccia. Alla fine, «tutti sudati ma tutti contenti», i contadini della Cacciana poterono passare sui ponti tanto desiderati, solidi, autocostruiti e profumati di tanta dignità come le loro nuove case.
La ricostruzione non fu dunque soltanto materiale: richiedeva una bella forza d’animo. Prima di tutto, c’era da ricostruire i cuori e le menti degli uomini e delle donne, sanare le ferite di venti anni di dittatura e di una guerra lunga e atroce. Bisognava mettersi in pace coi ricordi dolorosi e la memoria delle offese e delle paure patite. Le case ricostruite si potevano vedere, ma c’era un’altra ricostruzione invisibile ma più importante: quella delle coscienze. E c’era da ricostruire la convivenza civile. In fatto di solidarietà, gli abitanti della Cacciana non avevano nulla da imparare, ma quella solidarietà prendeva un sapore nuovo e dolce, il sapore della libertà e della democrazia.
Inutile nasconderci che, in questi 75 anni, il retrogusto dell’amaro, del marcio e della disillusione ha più volte guastato questo sapore. Come non possiamo ignorare che quella culla del movimento contadino, quel mondo di ricostruttori, quale fu la Cacciana di un tempo, si avviava inesorabilmente al tramonto. A una secolare civiltà contadina rimaneva poco tempo di vita, ma le fondamenta di quel villaggio, in grado di rinascere dalle proprie ceneri, come la Fenice, inesauribile come l’acqua del “Fontanino”, le radici di quel paese fiero, orgoglioso e inespugnabile, come quello gallico di Asterix e di Obelix, sono state ben scavate e sono tuttora profonde, ma vanno difese e consolidate.»
