Il nome Made in Italy è quel che resta di un lungo passato industriale. Quella base industriale è scomparsa. Centinaia di migliaia di lavoratori e di lavoratrici che ne costituivano la linfa vitale non ci sono più. Gli stessi rapporti sociali che producevano cultura, professionalità e creatività sono un vago ricordo. Il Made in Italy che oggi la comunicazione mediatica e la propaganda politica sciorinano è un lenzuolo di fantasma, vestito con brand e logoi sotto i quali rimane poco più di niente. È stato dimenticato, ma anche Borgomanero ha contribuito alla leggenda del fashion system. In città sorgeva un tempo uno dei migliori stabilimenti di medie dimensioni del pronto moda, la Contex, collegata alla Manifattura Rossari & Varzi (MRV) e chiamata anche Rossari moda.

La stoffa del galluccio. L’attività della MRV ebbe il suo primo sviluppo al principio del secolo scorso. Il suo cammino era iniziato a Galliate pochi anni prima, il 28 marzo 1895, con la registrazione della nuova società da parte di Paolo Rossari, che sottoscrisse la quota maggiore di capitale, 76.500 lire, Ercole Varzi, con 65.000 lire, e, soci di minoranza, i fratelli Michele ed Enrico Bergonzoli di Novara, con le loro 15.000 lire. Si trattava di uno dei maggiori investimenti nell’allora grande provincia di Novara dove il settore tessile, soprattutto cotoniero (Novarese e Verbano) e laniero (Biellese e Valsesia), aveva conosciuto un’imponente espansione. Al termine del secondo conflitto mondiale, la MRV, il cui marchio era un galluccio dorato, riprese abbastanza rapidamente la piena attività. Nel 1955, contava a Galliate lo stabilimento di tessitura cotone, con il candeggio e il fissaggio al Varallino e la filatura cascami; a Turbigo la tintoria; a Varallo Pombia e Romentino la filatura; a Trecate e Lonate Pozzolo la tessitura; a Ivrea gli stabilimenti di filatura e tessitura. Vi erano poi le società collegate di Borgomanero e del sud ad Apricena (FG) e Palermo. La MRV fu la prima società italiana a registrare la presenza femminile nel Consiglio di amministrazione che, dal 1951, incluse Margherita Varzi e, dal 1953, Alida Bordano Varzi e Paola Varzi.
Fra i tessuti prodotti dalle fabbriche del gruppo vi erano rasatello, gabardina, cotone makò, popeline, anche “iron-free” (cioè lava-indossa senza stiro), madapolam, Olonetta e altri. Lo stabilimento di Borgomanero, per quanto utilizzasse anche fibre come terital, nylon, lilion, taffetas rayon, helion, misti con lana o seta e fodere Bemberg, riforniva ancora negli anni Sessanta i suoi magazzini con una notevole quantità di stoffe provenienti dalla casa madre.
A Borgomanero, non a caso. Diversi fattori favorirono nel secondo dopoguerra l’insediamento di nuove industrie nella città. Vi erano ragioni oggettive come la presenza di adeguate infrastrutture, la dotazione di servizi, in particolare nel campo dell’organizzazione commerciale, e la ragguardevole dimensione demografica del centro che faceva presagire una rapida ripresa. Non mancavano motivi di carattere sociale e politico come l’abbondanza di manodopera docile, poco combattiva e avvezza a bassi salari. Prima del fascismo non erano mancati episodi anche significativi di conflitto sociale. Tuttavia, nel settore tessile, i risultati di queste lotte erano stati modesti e temporanei. Da una parte, aveva pesato sia la contrapposizione tra il sindacato socialista e quello cattolico popolare sia la decisa egemonia clericale-moderata sulla società borgomanerese. Dall’altra parte, negli stabilimenti, prevaleva la manodopera femminile e minorile, maggiormente sfruttate e ricattabili, mentre un diffuso tessuto di piccola proprietà rurale generava figure sociali ibride di operai-contadini. Lo stesso sindacalismo di stato fascista aveva trovato non pochi ostacoli a farsi largo in questa realtà complessa e sfuggente. Un ultimo elemento che rendeva la città particolarmente appetibile per gli investimenti industriali era un know how diffuso, un sapere tecnico dovuto alla robusta trama di fabbriche, piccoli impianti e laboratori del settore tessile. Le attività maggiori si erano inizialmente indirizzate, continuando una tradizione secolare, verso la lavorazione della seta con l’insediamento del Setificio Imperatori. In pieno sviluppo negli anni Ottanta del XIX secolo, l’opificio conobbe alterne vicende fino all’incendio del 1915 che lo distrusse completamente e lo portò alla chiusura. Nel frattempo, nel 1902, era stato realizzato l’imponente complesso del fabricòn o Scirulé (dal nome dell’azionista Vittorio Charollais), cioè la Torcitura seta che giunse a impiegare 800 tra lavoratori e lavoratrici. Infine nel 1904, arrivò anche la lavorazione del cotone con la tessitura Airoldi & Pozzi, poi Greggio quindi Rondo, che aveva gli impianti lungo la rotabile per Romagnano Sesia. Accanto ai complessi di maggiori dimensioni vi erano numerose unità produttive più piccole, sorte in momenti diversi nel periodo compreso tra le due guerre, sia nel campo della maglieria sia in quello delle confezioni, e destinate a sorti difformi. Si ricordano la ditta De Molli (biancheria), Enrico Pastore fu Carlo (maglieria), la manifattura Peretti Sampeco (maglieria), Virgilio e Maddalena Poggio (laboratorio confezioni), Maurizio Terzoli (laboratorio confezioni), Giovanni Volta (biancheria), filatura Langhi-Barberis. Senza contare che nel vicino abitato di Cressa ebbe per un breve periodo un proprio piccolo stabilimento la prestigiosa Società Ricami a macchina.
Superata la prima crisi bellica con il sostegno delle forniture militari, durante il ventennio fascista, il panorama dell’industria tessile italiana mutò profondamente. Le confezioni di abiti conobbero un intenso incremento e furono direttamente interessate dalle direttive del regime. L’Ente autonomo per la mostra permanente nazionale della moda di Torino, costituito nel 1932, fu trasformato in Ente nazionale della moda con lo scopo «di italianizzare il guardaroba femminile e di adeguarlo ai comandamenti dell’autarchia», emancipandosi dalla dittatura esercitata nel campo della moda da Parigi e ricorrendo perfino all’impiego di fibre autarchiche come la lana di caseina o il cotone di ginestra. Molte industrie posero così le basi per una produzione di massa creando le premesse per il futuro progresso post-bellico. Tra queste, a Borgomanero, vi era la Carlo Trabattoni i cui impianti e la cui manodopera furono acquisiti a guerra finita dalla MRV.
Nella tempesta della guerra. Durante gli anni della seconda guerra mondiale, la vicenda della Trabattoni non fu dissimile da quella di altre industrie. Fino all’estate del 1943, l’attività di confezioni di biancheria continuò in mezzo alle difficoltà comuni a tutto il settore e l’orientamento aziendale rimase nella sostanza allineato ai precetti del regime. Nel novembre 1942, le operaie furono convocate nella sede del sindacato fascista dove fu annunciata l’imminente apertura di una mensa aziendale riscaldata. Si trattava in realtà di un’iniziativa più propagandistica che altro, di un maldestro tentativo del regime di lenire la condizione dei lavoratori ormai ridotti alla fame, di recuperare un consenso ormai logorato e di avere a disposizione un’arma di ricatto – la chiusura della mensa – in caso di agitazioni operaie. La rottura tra i lavoratori e il fascismo, già evidente con gli scioperi del marzo 1943, si aggravò con i convulsi avvenimenti dei successivi mesi di luglio-settembre: la caduta del fascismo, l’armistizio con gli alleati, l’occupazione tedesca, la costituzione del governo collaborazionista della RSI, la formazione dei primi nuclei partigiani. Come fa supporre una nota del commissario prefettizio di Borgomanero del 15 settembre 1943, è possibile che anche alla Trabattoni, così come negli altri opifici cittadini, si fosse costituita una commissione interna, cioè una libera rappresentanza dei lavoratori, subito soppressa al sopraggiungere di tedeschi e repubblichini.
L’atteggiamento degli imprenditori fu alterno. Tra coloro che interagirono con la Resistenza, alcuni ebbero rapporti saltuari, altri collaborarono attivamente coi partigiani e con i CLN, altri ancora, come Mario Motta e Alberto Saini, pagarono con la vita la loro scelta antifascista. L’apporto di Trabattoni alla Resistenza e, in particolare, alla più borgomanerese delle formazioni partigiane, la garibaldina «Silvio Loss» comandata da Arrigo Gruppi, Moro, attraversò momenti difficili, facendosi pressoché aperta agli inizi del 1945, e fu il risultato di un complesso di circostanze maturate nel corso del tempo. Tra le lavoratrici dello stabilimento vi erano conoscenti, fidanzate e familiari di partigiani o di antifascisti perseguitati. Tra di loro vi era anche la sorella di Enzo Gibin, Ercolina. Quando Enzo si unì ai partigiani della «Loss», la sua famiglia divenne oggetto di una sistematica persecuzione da parte dei repubblichini. Su pressioni di Enzo e per sottrarsi alle vendette fasciste, Ercolina aveva lasciato il lavoro ed era ritornata con le sorelle e la madre vedova nel paese di origine in Polesine. Quando la mattina del 23 febbraio 1945, Enzo ed Ernesto Mora furono catturati dai repubblichini, la notizia si diffuse rapidamente. Ernesto fu portato sulla piazza principale e messo davanti al plotone di esecuzione proprio mentre giungeva un gruppo di lavoratrici della Trabattoni che rincasava nella pausa lavorativa per consumare un magro pasto di guerra. Le giovani non esitarono a interporsi tra i fascisti e il ragazzo riuscendo in questo modo a rimandare di poche ore la sua morte. L’impatto emotivo del fatto e del successivo tragico martirio di Ernesto ed Enzo possiamo immaginare sia stato tale da impressionare anche il titolare della ditta che, nel frattempo, era diventato vittima di rapina e di malversazioni da parte dei paracadutisti del locale presidio della GNR. I responsabili furono individuati, giudicati e fucilati dai partigiani, il cui comando chiese copia dei verbali processuali da trasmettere al presidio repubblichino di Borgomanero. Con pari rigore Moro, passato al comando della divisione «Pajetta», chiedeva ai partigiani della «Loss» di restituire a Trabattoni otto casse di tessuto e un telone per camion regolarmente prelevati per non gravare troppo sul bilancio di una ditta che «ha già da lungo tempo e molto generosamente contribuito alla lotta di liberazione». Nei giorni successivi, le divise del comando furono cucite con le pezze di tessuto impermeabile donato dalla ditta.

Contex, la più grande. L’immediato dopoguerra gettò lo stabilimento, che sorgeva a poca distanza dall’impianto molitorio Saini al di là della stazione ferroviaria, in una condizione di grave prostrazione. La produzione rallentò riducendosi nei momenti più bui a qualche giorno alla settimana, o addirittura a poche ore, tanto che le operaie dovettero cercare disperatamente altri lavori o adattarsi a soluzioni estreme per sopravvivere come la monda del riso o l’emigrazione nella vicina Svizzera. Carlo Trabattoni decise quindi di cedere l’attività alla MRV, il cui amministratore delegato era nel 1945 Guido Maggia, già in precedenza procuratore e direttore del complesso di Galliate. Nacque così la società per azioni collegata Contex che rappresentava un naturale complemento della filiera della MRV. Maggia ne assunse la carica di consigliere delegato e dispose i necessari interventi di ricostruzione e ampliamento degli edifici aziendali, di reclutamento della manodopera e di formazione di un supporto tecnico necessario per proiettare la nuova società sul mercato del pronto moda. Il comparto dell’abbigliamento infatti superò abbastanza rapidamente l’impasse del 1945, favorito dalla dovizia di manodopera a basso costo, non sindacalizzata, dal modesto contenuto tecnologico delle lavorazioni e dalla ricomposizione, seppure a diverse velocità e con differente peso, del mercato interno e internazionale. Quest’ultimo, con le nuove prospettive di esportazione in Europa aperte dal Trattato di Roma, impose alle fabbriche di confezioni un rapido adeguamento puntando su unità produttive di medie o piccole dimensioni, spesso raggruppate in aree locali, flessibilità, specializzazione e su di una combinazione originale di tecnologia e moda.
Sul finire degli anni Cinquanta, al termine dei complessi lavori di riconversione, ampliamento (oltre mille mq su due piani a tutta luce) e ristrutturazione edilizia, lo stabilimento Contex s’imponeva nella città come esempio di ottimismo e modello di modernità industriali. I tessuti venivano scaricati dai camion e disposti su di un sistema di stuoie scorrevoli che li portavano nei magazzini dove venivano raccolti ordinatamente in apposite scaffalature. La distribuzione della materia prima era controllata da un apposito ufficio magazzino che provvedeva alla distribuzione con l’impiego di carrelli. Nella sala taglio, il lavoro si svolgeva su lunghissimi tavoli. Le pezze stese erano tagliate con taglierine elettriche o di vecchio tipo e allineate su ripiani in attesa di essere portate in laboratorio oppure consegnate alla galassia delle piccole fabbriche terziste, mentre i cascami di lavorazione venivano recuperati e riutilizzati per la fabbricazione di cuscini variopinti da spiaggia. I bancali per macchine da cucire rappresentavano il cuore della produzione dove gli abiti prendevano forma per essere poi avviati alle operazioni di finissaggio, allestimento, stiratura, reparto dotato di spruzzatore di umidità e di calore elettrico, finendo al magazzino manufatti e di qui al reparto spedizioni. Vi erano poi la palazzina degli uffici con la direzione e l’archivio, l’esposizione permanente del campionario, lo spaccio aziendale, l’infermeria e gli spazi destinati al consueto welfare aziendale d’impronta paternalistica: erogazione di sussidi pensionistici, gruppo anziani, colonie e asili per i figli dei dipendenti, distribuzione dell’house organ “Panorama”, attività sportive, turistiche e artistiche. Durante la tradizionale festa dell’uva del 1955, l’orchestra aziendale della MRV “Ars” si esibì davanti a «una platea che a occhio e croce superava i tre mila spettatori». La gigantesca riproduzione del brand Contex sovrastava il palco e stava in qualche modo a rimarcare il nuovo ruolo che la fabbrica si proponeva di conquistare nell’economia, nella società e nell’immaginario dei borgomaneresi. Lo stabilimento occupava attorno alle 450 unità, giungendo alla punta massina di 600 posti di lavoro. Non è invece possibile stimare l’indotto dei piccoli laboratori, bancali o delle lavoranti a domicilio che rappresentavano per l’azienda un elemento strategico per abbattere i costi, per mantenere un livello adeguato di flessibilità e per evitare il “fastidio” della contrattazione sindacale. In ogni caso le proporzioni dell’indotto dovettero essere ragguardevoli se, ancora nel 1977, l’azienda subentrata alla Contex intendeva destinare ben il 40% delle lavorazioni al decentramento produttivo. Bisogna poi tenere presente che la produzione era esposta ai cali stagionali fronteggiati dall’azienda col ricorso alla cassa integrazione ordinaria istituita tra il 1945 e il 1947.
Il passaggio dalla Trabattoni alla Contex comportò un ribaltamento completo dell’organizzazione del lavoro che fu improntata a criteri scientifici con lo studio delle singole operazioni compiute dalla lavoratrice, il calcolo dei tempi e dei ritmi, l’eliminazione di pause e tempi morti, la disposizione e l’orientamento dei bancali, lo studio dell’aerazione e dell’illuminazione necessaria, la scelta dei macchinari, il monitoraggio, la vigilanza e il controllo del personale addetto: «l’esame di ogni singola operaia al suo posto di lavoro – scrive l’azienda – consente di sperimentare l’accuratezza con cui si adempie ai diversi passaggi di lavorazione.» Con l’organizzazione scientifica del lavoro e la produzione in serie cadeva la logica del posto di lavoro individuale tradizionalmente annodato alle abilità sartoriali della persona. Le operaie venivano a essere omologate e legate a una invisibile catena, costrette a seguire i ritmi prestabiliti, condizionate dalle compagne che effettuavano le operazioni precedenti e determinando, a loro volta, l’andamento delle lavorazioni susseguenti. Nello sterminato salone dei bancali per cucitura, disposti a spina di pesce in modo che ogni lavoratrice potesse vedere ed essere vista dalle altre e dai sorveglianti, dominavano il frastuono delle potenti macchine per cucire elettriche e la velocità di esecuzione dei lavori assegnati, una fatica, una concentrazione continua e uno stress che reclamavano manodopera fresca e che, come in altri stabilimenti simili, poteva generare assurde divisioni tra le giovani e le donne più mature. Con l’aumento della produzione, divenne importante per la ditta assicurare sia il ricambio della manodopera sia l’addestramento di nuove forze giovanili. Allo scopo, furono allestiti in collaborazione con l’ENAIP, dei corsi per apprendiste che si svolgevano il sabato alla presenza di alcune decine di giovani. La magia della moda nasceva dal sudore, dalla stanchezza, dal logoramento delle migliori energie, dai sovraccarichi derivanti dalle posture forzate al bancale, dalle dita di cucitrici e tagliatrici spesso ferite da aghi o da attrezzi da taglio, dai polsi e dalle braccia tormentati dalle tendiniti, dalle menti svuotate dal continuo chiasso prodotto dai macchinari. Eppure, nella retorica barocca della ditta, le lavoratrici diventavano liricamente api disciplinate e instancabili e le loro mani strumenti di invisibili arpeggi musicali.
Cronache della moda. Erano gli anni del boom e di una prima espansione dei consumi di massa. Rimane oggetto di discussione tra gli storici se il big spurt industriale di quegli anni fosse dovuto più all’ampliamento della domanda interna oppure alle esportazioni. Da parte sua la Contex ebbe presto a disposizione un ufficio export con sede a Milano in corso Concordia. Il consigliere Maggia aveva pazientemente raccolto un gruppo tecnico in grado di dotare la fabbrica di una propria linea di pronto moda donna, uomo e bambini, sia per la primavera-estate sia per l’autunno-inverno, spendibile anche sui mercati esteri. L’attività del centro si era presto sviluppata sotto i migliori auspici con la conquista nel 1954 del Compasso d’oro da parte di Araldo Sassone per il design della «giubba da pesca “Italia”» confezionata dalla Contex. Nato da un’idea di Gio Ponti con il patrocinio della Rinascente, quella prima edizione del premio diventò nello spazio di pochi anni il massimo riconoscimento per il design industriale italiano. Con il completamento dei lavori edilizi, il centro studi trovò sistemazione nel piano superiore della vecchia palazzina. Qui si studiavano i nuovi modelli, si tracciavano i disegni, si componevano i figurini, si ragionava sulla tavolozza delle stoffe per arrivare ai monotipi, alle eventuali varianti e infine alla produzione in serie. Tutto era ormai pronto e rodato per la proiezione esterna della società verso fiere, mostre specializzate e presentazioni delle collezioni stagionali.
La prima uscita importante fu alla Fiera internazionale campionaria di Milano dal 12 al 27 aprile 1958, dove la Contex, ospite del padiglione Necchi macchine per cucire, allestì una piccola linea di produzione con le operaie cucitrici. Tre anni prima, si era tenuta a Torino la prima edizione del SAMIA, il Salone mercato delle industrie dell’abbigliamento che s’impose come un appuntamento obbligato per le aziende del settore. Gli espositori italiani crebbero rapidamente. Salirono dai 241 del 1961 ai 369 del 1967 per superare i 500 nel 1971. La superficie coperta era di 30 mila mq, mentre il complesso dei visitatori superava nelle edizioni di maggiore impatto le centomila presenze. Nutrita era la partecipazione di compratori e visitatori stranieri. La Contex vi prese parte per la prima volta nel 1958 dal 22 al 29 aprile con l’esposizione dell’intero campionario «di oltre 300 capi» e fu presente ininterrottamente negli anni seguenti. Dal 1966, il SAMIA fu diviso nelle due sezioni di maglieria e di confezioni. Sotto l’egida della Camera di commercio provinciale, vi presero parte 28 ditte novaresi: da Borgomanero, oltre la Contex, il Maglificio di Borgomanero, la Manifattura maglierie E. Cerrato, la Peretti & C. maglieria esterna e costumi da bagno. Nel 1970, si unirono la Texa e la Dormello. Mentre per la ditta dei Tabuloni si prospettava la nuova avventura in un segmento più alto del mercato dell’abbigliamento con la conversione del marchio in Liolà e, a partire dal 1986, con la realizzazione di una propria catena di negozi e show room, per la Contex si avvicinavano ormai i tempi cupi. Vanno poi ricordate nel 1959 la presenza alla Fiera della casa organizzata dall’Ente mostra d’Oltremare di Napoli, in cui la ditta di Borgomanero ottenne la coppa del Banco di Napoli, e la visita allo stabilimento della commissione ungherese guidata da Joszef Kovacz, direttore della fabbrica “Primo Maggio” di Budapest, e dall’ing. Lazslo Fekete, capo della Direzione generale industria. Invece, la prima autonoma presentazione della collezione, in questo caso la primavera-estate 1964, avvenne il 23 settembre 1963 nel salone dell’Istituto alberghiero «Erminio Maggia» di Stresa di cui il consigliere delegato della Contex era da una decina d’anni presidente. L’anno successivo, le indossatrici presentarono la nuova collezione Rapsodia il 15 maggio a Stresa, il 19 marzo a Sirmione, il 22 marzo a Genova. Le sfilate successive furono accompagnate dalla stampa dei cataloghi a colori. Purtroppo, sul futuro del comparto abbigliamento si addensavano nubi di tempesta. Il ciclo espansivo innescato dal boom economico si stava esaurendo. Nel 1977, si tenne l’ultima edizione del SAMIA e Milano aveva ormai giocato le sue carte per strappare al capoluogo piemontese il titolo di capitale della moda italiana.
Sunset boulevard. Rapidamente, come si era innalzata, la stella della moda borgomanerese si oscurò e si spense tra il 1970 e il 1972. Il capitale aziendale finì bevuto e prosciugato in un torbido gioco finanziario internazionale in cui compaiono nomi fin troppo noti dei “misteri italiani” dalla londinese Hambros bank a Cosa nostra, dallo IOR a Michele Sindona. Michele Sindona alla fine si bevve un caffè al cianuro di potassio e portò con sé i segreti della fine della Contex. Le lavoratrici non se la meritavano proprio una fine così. La fabbrica, a prezzo di un forte ridimensionamento occupazionale e con i soldi del contribuente erogati dalla GEPI, trascinò la sua attività ancora per qualche anno per tracollare ancora più malamente. Ma questa è un’altra storia. Con il tramonto della Contex, la storia della moda a Borgomanero si avviava alla conclusione divenuta definitiva con la chiusura della Peretti, del Maglificio di Borgomanero e con l’abbattimento delle murature della Liolà per far posto a un ennesimo supermercato di cui da tempo ogni borgomanerese avvertiva la pressante mancanza.
