RILEGGENDO FURIO JESI


Erano gli ultimi anni del liceo. La sua figura, per quanto sfumata dal tempo, è ancora presente nella mia memoria. Ricordo le parole – «è un germanista» –  che ne tracciavano in qualche modo l’identità e lo elevavano, egregio, rispetto alla massa. Non era ancora un mito, ma quelle parole mettevano curiosità e ricamavano attorno al suo gran ciuffo di capelli, alla barba e agli occhiali, un delicato alone di mistero. Come trascorre la giornata un «germanista»? Soprattutto, cosa ci fa un germanista della tempra di Furio Jesi ad Ameno, un paesino sperduto, a mezza costa sulla sponda orientale del lago d’Orta?

Quella sì, era terra mitologica. Avevo visto in paese quegli strani segni incisi nella pietra. Si diceva che tenessero lontane quelle streghe che l’inquisizione vescovile, ai suoi tempi, si era data un gran da fare per estirpare. I miti vivono in luoghi dal passato remoto, posti ai limiti del tempo, e nella valletta di Lortallo, ai piedi del convento francescano del Monte Mesma, a poca distanza dall’abitato principale, era stata portata alla luce addirittura una necropoli dell’età del ferro. Ad Ameno, proveniente da Agrano, con la moglie Marta e il figlio Stefano, Jesi visse nel 1973 e 1974. Ne sono traccia il carteggio con Cesare Cases, custodito presso l’Università di Siena, e la sua presenza nella giuria del Premio letterario internazionale della Resistenza «Città di Omegna». La prima edizione del Premio si tenne dal 1959 al 1974. Tra i colleghi giurati di Jesi troviamo, per citare qualche nome, Calvino, Rodari, Piovene, Soldati, De Grada, Fortini, Salinari, Flora, Zavattini. Tra il 1971 e il 1974 ne furono vincitori George Jackson, Camilla Cederna, Alexandros Panagulis e, alla memoria, Pietro Secchia, già commissario politico delle Brigate Garibaldi. Approfondita la sua formazione, che rimase fondamentalmente da autodidatta, e concluso il percorso di perfezionamento presso la Fondation égyptologique «Reine Elisabeth» di Bruxelles e poi al Pelizaeus Museum di Hildesheim, Jesi era rientrato a Torino svolgendo un intenso lavoro per la casa editrice UTET. Il trasferimento in provincia di Novara comportò la chiusura di questa esperienza. Sul lago d’Orta Jesi continuò a svolgere attività editoriale e sviluppò gli studi e le ricerche sia nell’ambito storico-mitologico sia in quello della letteratura tedesca. La chiara fama derivata dalle pubblicazioni, impressionanti per vastità, sapere e originalità, gli valsero nel 1976 la cattedra di germanistica presso l’Università di Palermo. Nel 1979, si trasferì all’università di Genova. In questa città, nella notte del 17 giugno 1980, morì nel suo appartamento per una fuga di gas. Aveva da poco compiuto 39 anni.

Risale ai primi anni del secondo millennio il mio secondo incontro con Jesi, questa volta con la lettura del suo saggio L’accusa del sangue, uscito nel 1973, ma riproposto nel 1993 da Morcelliana e, nel 2007, da Bollati Boringhieri. Il libro prende spunto dal processo agli ebrei di Damasco del 1840, imputati di impiegare sangue cristiano nei cibi e nelle bevande pasquali. Jesi risale nei secoli, per poi ritornare al recente Novecento, alla ricerca delle radici e delle numerose manifestazioni di uno degli aspetti più sconcertanti dell’antisemitismo di sempre. Infatti, l’accusa del sangue non ha nessun fondamento reale. Al pari dei Protocolli dei savi di Sion è una grossolana ma purtroppo inesauribile falsificazione. È un’invenzione macabra che ciclicamente si rigenera e riemerge dalle profondità dell’immaginario antisemita come prodotto di quella che lo studioso torinese definisce una «macchina mitologica». Il funzionamento e gli automatismi della macchina si basano su procedimenti linguistici e creano materiali e racconti mitologici che rimandano a un passato primordiale inesistente o comunque inconoscibile. La macchina mitologica diventa così un efficace mezzo impiegato dal potere, facendo leva su sentimenti ancestrali, per mobilitare le masse e per definire identità immaginarie fondate sulla contrapposizione tra il «noi» e gli «altri». Jesi ha utilizzato questa ipotesi di ricerca per indagare anche la cultura della destra che ha ripagato questa attenzione con il sordo rancore di cui è capace nei suoi confronti. Nell’analisi di Jesi, la cultura di destra è caratterizzata da una visione del passato come una dimensione priva di profondità, un tutto magmatico, plasmabile e indifferenziato, cioè un passato che storicamente non esiste. Vi prevalgono una religione della morte, o delle morti esemplari, e del sacrificio eroico, la presenza di valori considerati indiscutibili. È una cultura fondata su autorità, gerarchia, certezza circa le norme del sapere e dell’insegnare, dell’obbedire e del comandare. Si serve di parole di contenuto spiritualizzato, esoterico, ma immediate ed efficaci, spesso luoghi comuni con dignità letteraria, termini aulici e altisonanti che risuonano e vibrano in un inconscio primordiale.

Alla Bicocca di Novara, lo scorso 23 marzo, è stata ricordata come ogni anno la battaglia del 1849. Proprio in una delle orazioni ufficiali, i presenti hanno potuto ascoltare un profluvio di parole come «onore», «gloria», «sacrificio», «sacro dovere», «guerra», «patria», «madre che non dimentica i figli caduti nelle guerre», «comunità», quella retorica nazionalista sempre uguale a se stessa nel tempo che bene esemplifica cosa Furio Jesi volesse intendere quando scriveva di cultura della destra e di macchina mitologica. Nella realtà effettuale di quel fosco 23 marzo 1849 ci furono invece quasi mille giovani morti, oltre 3.200 feriti disseminati sul campo di battaglia, centinaia di dispersi da entrambe le parti. Gli sbandati dell’esercito in rotta si abbandonarono a vandalismi, violenze e grassazioni nei confronti dei civili e al saccheggio della città e dei paesi provocando danni ingenti. Il territorio novarese fu sottoposto a occupazione militare con tutte le conseguenze che ne derivarono.