Non essendo stata patria di letterati più o meno illustri, Borgomanero è stata risparmiata da quelle feroci polemiche che incendiavano salotti, circoli, riviste letterarie contrapponendo tra di loro autori di assoluto rilievo. Mi riferisco a contrasti che agitarono uomini della statura di Ugo Foscolo e del «cavaliero» Vincenzo Monti oppure di Giosue Carducci e degli «stenterelli» manzoniani o ancora di Gabriele D’Annunzio e di quel «cretino fosforescente» di Filippo Tommaso Marinetti. In ogni caso, il sottile virus dell’inimicizia letteraria riuscì lo stesso a insinuarsi anche nel nostro apparentemente concorde e pacifico Borgo e ne abbiamo un evidente sintomo in una polemica “letteraria” di cento anni fa.

I personaggi. Vi furono coinvolti due personaggi certamente non eccelsi – e ne approfitto per scusarmi dell’involontario accostamento ai maggiori appena citati – ma di ingombrante peso nella vita sociale e politica della città di allora. Erano, prima di tutto, diversi per statura. Il primo era basso e l’altro lo sovrastava: un disadorno e svettante palazzo a fronte di un casotto. La differenza fisica rifletteva una dissonanza psicologica, di carattere, tanto da ispirare nella creatività della popolazione borgomanerese l’attribuzione di due soprannomi di ben diversa intonazione. Allora, tutti entravano a far parte di un’anagrafe non scritta e non ufficiale, formata appunto da pirotecnici soprannomi, non sempre castigati o equi, sempre legati a un fulmineo giudizio sull’indole dell’interessato. Era una sorta di secondo battesimo, un battesimo sociale il cui peso, lieve o greve, ciascuno si portava per tutta la vita. Il piccolo Giovanni Carlo Giulio Luigi Colombo era da tutti conosciuto col sintetico patronimico di Culumbìn. A Corrado Rocchi invece era riservato il nomignolo di Güggia, cioè «ago», in genere quello di maggiori dimensioni, come nella parola «aguglia». Il traslato non si riferiva certo alla sua professione quanto a quel dato fisico che lo rendeva agli occhi della gente – immagino io – di aspetto segaligno, spigoloso e di lingua piuttosto punzecchiante. Inutile nascondersi dietro a un dito: sull’asimmetria di valori richiamati dai due attributi pesava, e non poco, il campanilismo e forse una certa striatura di razzismo. Culumbìn era borgomanerese del ceppo, qui nato il 9 giugno 1898 da Giuseppina Ramini di Crabbia e da Francesco. Il padre, classe 1864, aveva ricoperto le cariche di segretario comunale, economo dell’ospedale cittadino, presidente della Società dei veterani e reduci, della Società degli operaj, del Comitato per il monumento ai caduti della prima guerra mondiale e di direttore del Tiro a segno. Insomma, una famiglia che nello spazio di qualche generazione, partendo da condizioni più umili, era riuscita ad accamparsi nel cortile della borghesia locale, della Borgomanero che contava e comandava. Il povero Güggia era invece un forestiero e possiamo immaginare quanto, nella mentalità di allora, potesse significare questa specie di peccato originale. Per di più era nato, il 26 febbraio 1894, a «Grottaglie di Castro» ed era insegnante di Storia e Geografia presso la Regia scuola tecnica di Borgomanero. Ben si adattava dunque allo stereotipo, tutt’altro che benevolo e già radicato, del meridionale che aveva trovato sistemazione nell’apparato dello stato e nella burocrazia pubblica. Inoltre, attorno all’insegnante, aleggiava sinistra l’insistente vox populi di imboscato. Quel ch’è certo Güggia non aveva respirato i miasmi della trincea e, tra 21 e 24 anni, si era tenuto ben stretta la cattedra presso l’ex convento delle Orsoline dalla quale impartiva ogni giorno agli spaesati allievi le sue severe e roboanti lezioni di retorica nazionalista; «Armiamoci e partite!» Invece, il giovanissimo Culumbìn aveva fatto la guerra come ufficiale di complemento della 250a Compagnia Mitraglieri Fiat, reparto via via assegnato, a seconda della bisogna, a diverse unità del regio esercito tra cui la devastata brigata Sassari che ebbe nel corso dei combattimenti 3817 tra morti e dispersi e 9104 tra feriti e mutilati. Il «ragazzo del ‘98» dunque era tornato dal fronte accresciuto nella sua statura pubblica e nella considerazione dei conterranei e dell’ambiente reducistico, mentre Güggia appariva rimpicciolito dallo stigma di essersi tenuto ben distante dalla carneficina della prima guerra mondiale.
Il fattaccio. Questi dunque i due contendenti. Veniamo ora ai fatti. Culumbìn, terminato il conflitto, aveva ripreso gli studi e si era laureato in giurisprudenza presso la Regia Università di Torino qualche settimana dopo la marcia su Roma. Amedeo Belloni, uno dei ras dello squadrismo novarese, nell’occasione, si era vivamente complimentato scrivendo: «Al buon compagno d’intelletto e di lotta, che solcò con noi le vie della fede e del sacrificio, per la grande Mèta, le nostre fraterne congratulazioni.» La «grande Mèta», ancora fumante, erano gli scranni del governo che il re pipetto aveva generosamente regalato ai fascisti. L’avvocato, fresco di laurea, aveva quindi iniziato il suo praticantato a Novara nello studio legale di Aldo Rossini, già fervente interventista e potente leader del movimento degli ex combattenti della provincia. In questo ambiente, Culumbìn, sempre attento alla costruzione della propria immagine, aveva via via coltivato consensi e clientele sia scrivendo sul giornale dei reduci “La Fiamma”, sia costituendo nuove sezioni dell’ANC, come ad esempio a Santa Cristina nell’aprile 1921, sia istruendo numerose pratiche per le pensioni e per l’assistenza a reduci, orfani, vedove, mutilati e invalidi di guerra. Dedicandosi al giornalismo, aveva acquisito a Borgomanero una certa fama di scrittore e di poeta. Infatti, un suo sonetto in lingua italiana, Cusio, era stato pubblicato sul “Corriere di Novara” del 4 agosto 1917, ma poteva capitare che, in occasione di festività, banchetti e ritrovi, egli si esibisse con le sue composizioni dialettali. Anche Güggia, che seguitava il suo mestiere di professore, si era avventurato nei meandri della carta stampata scrivendo per il “Corriere di Novara”, “La giovane Italia”, di cui divenne direttore, e “La Sentinella per l’Italia”. Nell’esergo del primo editoriale su quest’ultimo giornale, uscito a Borgomanero tra giugno e dicembre 1923, Rocchi si proponeva di essere «galantuomo sempre: agnello fra gli agnelli, lupo fra i lupi». Un bestiario estraneo al Borgo, come si sa, popolato da asini totemici e da orchi. Fu proprio in occasione di un reading delle poesie del Culumbìn durante il carnevale del 1925 che Güggia portò il proprio affondo a quello che ormai considerava il suo avversario di penna. Scrisse infatti su “La giovane Italia”, che essendo organo del PNF era uno dei giornali più diffusi nella provincia (i pochi sopravvissuti verranno manganellati, soppressi o mutilati di lì a poco):
«La morte di Carnevale. – Fu, come al solito, commemorate dall’avv. Gianni Colombo, in versi «martellanti»: quest’anno però, il Colombo, non ha letto lui stesso in pubblico la sua composizione, ma si è limitato a farla leggere da altri. N. d. R. – Segnaliamo l’attività del nostro Colombo, il quale, oltre allo scrivere telegrammi al Re (pidocchio sul manto), funziona anche ottimamente da poetastro locale.»
L’attacco era veramente impietoso e, pervaso dalla vis polemica, anche un poco offensivo della grammatica. Quel «martellanti», in luogo di “martelliani”, era un evidente riferimento all’incompetenza e povertà metrica del competitore. Terribile poi quel rimando al «pidocchio», segno indelebile di miseria e sporcizia, non solo letteraria, ma anche incubo di tutti gli eserciti che avevano combattuto nella recente guerra. Un pidocchio sul manto era segno dell’infestazione ma anche di una piaga costante delle trincee. Sfugge il riferimento al telegramma inviato al re che doveva aver sommamente infastidito Rocchi. Quanto al «poetastro locale» non sono necessari commenti. Tanta virulenza non poteva avere solo radici letterarie. Per comprenderne le ragioni profonde bisogna risalire indietro nel tempo di qualche anno.
Gli antefatti. Culumbìn e Güggia, prima dell’epico duello, furono compagni di avventura e di fede fascista. Formavano proprio una singolare coppia: un allampanato don Chisciotte e un irascibile Sancho Panza. Eroe con pistola della spedizione squadrista che aveva assaltato e incendiato la casa del popolo di Cureggio il 14 maggio 1921, il secondo e logorroico propagandista il primo, fascisti delle prime ore entrambi, furono tra gli iniziatori del fascio di Borgomanero. Quella violenza fisica e verbale che ne aveva improntato ogni giorno le poco nobili gesta finì con il riversarsi all’interno della sezione locale del PNF rendendone presto l’aria irrespirabile. La situazione si fece incandescente fra l’estate e l’autunno del 1922 quando, dopo ripetuti scontri, Culumbìn si dimise o, secondo la parte a lui avversa, fu espulso dal fascio per indegnità. Come nelle lotte tra guelfi e ghibellini, i due contendenti trovarono protezione nelle superiori gerarchie, nel nostro caso Rossini e Belloni che incarnavano le due tendenze in lotta per il controllo del PNF novarese. Dietro l’inimicizia letteraria covava dunque una brutale lotta politica combattuta senza esclusione di colpi. Güggia non lesinò gli epiteti ingiuriosi. Definì Colombo un «trapassato», un «uomo piccolo di statura fisica e intellettuale», «un fascista dei primi cinque minuti», «una nullità», un «disertore della Marcia di Roma». Lo colpì con la denuncia infamante di «ex fascista». Lo accusò addirittura di diffondere «fra amici e parenti» il giornale satirico “Il Becco giallo” sgradito al regime. Come tutti i fanatici in fez e manganello, anche Rocchi non possedeva il minimo senso dell’umorismo. Culumbìn, seppure provvisto di uno sterminato glossario di insulti e volgarità, come emerge dalla sua produzione letteraria successiva, non poteva disporre dei potenti mezzi dell’avversario. Tuttavia, lo lavorava ai fianchi in modo più “politico”, colpendo i suoi lati deboli di forestiero e pestando il suo tallone d’Achille di imboscato. Nella commemorazione del 4 novembre 1924, designato quale oratore ufficiale, egli evitò provocatoriamente «di parlare del fascismo e dei fascisti», suscitando l’indignazione delle camicie nere intervenute alla manifestazione. Si giunse allo scontro fisico. Infatti, Güggia affermò che Colombo fu «fisicamente e pubblicamente schiaffeggiato da uno di noi».
La rissa dilagò innestandosi sulle forti tensioni insorte all’interno del movimento combattentistico tra rossiniani e squadristi ante marcia. Già il 28 dicembre 1924, l’ex tenente Romeo Lumbelli, «membro del Direttorio della locale Sezione P.N.F.», istruttore e comandante dei corsi premilitari di Borgomanero, era stato aggredito all’ingresso di piazza Martiri, allora Vittorio Emanule II, «dal Signor Savoini Serafino vice presidente della Sezione Nazionale Combattenti». La zuffa, originata dalla decisone di Lumbelli di promuovere un’azione in seno alla Federazione provinciale dei combattenti «in seguito a dubbi circa il diritto conferito al sig. Serafino Savoini da Borgomanero, di appartenere all’Ass. Naz. Combattenti», ebbe poi un seguito nell’ANC cittadina con le proposte di espulsione o di ammonizione solenne di Lumbelli che preferì sollevare i consoci dall’imbarazzante dubbio dimettendosi dal sodalizio. Del resto, il malumore serpeggiava da mesi, da quando il commissario prefettizio Antenore Giunchi con nessun tatto aveva designato Güggia come oratore per le celebrazioni dell’entrata in guerra dell’Italia. Fu come mettere il sale su di una ferita perché, il precedente 2 aprile, si era aperto a Novara il processo intentato da Rossini contro Rocchi che quest’ultimo aveva commentato con perfetta strafottenza fascista: «Me ne impippo delle malevoli [sic] aspettative, per ora deluse, degli amici che l’on. Rossini conta a Borgomanero». Sta di fatto che «i combattenti non vollero che commemorasse tale ricorrenza proprio uno che stette a casa… riformato.» Il caos fu generale, degenerò in scontri, «vi furono incidenti incresciosi tra gli stessi capi del fascismo borgomanerese» e infine buona parte dei combattenti e della popolazione disertò la celebrazione in segno di protesta.
Insomma, una vera delusione che, in quell’inimicizia, la letteratura fosse chiamata indebitamente in causa. Le sue radici furono politiche, dove, con questa parola, non si devono intendere le baruffe tra rossiniani e antirossiniani. Fu questo un dato presente ma marginale. Il senso profondo di questa lotta per il potere risiedeva invece nel suo carattere belluino e nel paradosso che il fascismo e i suoi alleati, che si presentavano come partiti della sicurezza e dell’ordine, non potevano vivere senza produrre di continuo disordine e caos e senza alimentare, anche al loro interno, una spirale di feroci violenze senza fine.
Come andò a finire. L’anno 1927 segnò il compiuto esordio letterario di Culumbìn con una raccolta poetica in lingua italiana stampata dalla tipografia di Fortunato Vecchi. Le 125 pagine recavano in copertina il titolo di Immagini e Realtà. Liriche. Ricordanze di guerra. Canzone. I componimenti, di anni diversi, presentavano una metrica varia e, secondo le mode imperanti, risuonavano di echi carducciani, decadenti e dannunziani. Vi comparivano due poesie di argomento politico: il sonetto Povero ideale, che, con piedi un po’ zoppicanti, esprimeva tutta l’avversione e l’odio del rimatore contro il popolarismo cattolico e il socialismo, e la Canzone, dedicata agli «indimenticabili Sardagnoli della 250a Compagnia Mitraglieri Fiat». Che dire? Il successo non fu travolgente. Forse anche per questo Culumbìn lasciò l’italiano alla pratica forense e politico-amministrativa per coltivare il più promettente orto del vernacolo in poesia e nel varietà. Gli ultimi fuochi si spensero. Aprì studio a Borgomanero, rientrò da vincitore nel PNF e diventò podestà del Borgo, senza in rivali né in politica né in poesia, rappresentando per anni, con tanto paternalismo e con un’accorta cura della propria immagine, il volto locale del fascismo. Nel settembre del 1943, fu sollevato dall’ufficio di podestà, fu per la seconda volta un ex fascista e si rifugiò in quel di Miasino. Durante la guerra riuscì addirittura a strappare al comando partigiano un salvacondotto «per la sua ottima condotta morale, civile e politica e per le benemerenze acquisite con la sua attività patriottica.» Dopo essere stato il fondatore e capo della squadraccia e del fascio di Borgomanero, e averne rivendicato più volte il merito, rischiò pure di diventare un autentico antifascista. Come si suol dire, un cursus honorum molto completo, in compagnia dei troppi partigiani del 26 aprile; insomma: dal passo dell’oca al salto della quaglia. Ben diversa la sorte di Güggia. Nel 1926, fu confermato dal segretario politico provinciale Carlo Emanuele Basile capo ufficio stampa della federazione fascista e direttore de “L’Italia giovane”. Man mano, la carriera politica lo condusse lontano dall’infida Borgomanero. A modo suo, e a differenza del suo antico avversario di penna, rimase – se si può scomodare la parola – coerente, pagando un altissimo prezzo sul piano personale. Finì a Brescia a dirigere la stampa della RSI. Amnistiato nel dopoguerra, si trasferì in Svizzera. Morì a Piacenza il 26 marzo 1968.
